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22
Gen 13

Nuove regole per la fatturazione

dr Andrea D’Este*

Il DL 11 dicembre 2012 n. 216, convertito con la legge di stabilità 2013-2015 (L. 228/2012) all’articolo 1 recepisce nel nostro ordinamento le regole sulla fatturazione contenute nella Direttiva 2010/45/UE del 13 luglio 2010. Si tratta di intervento normativo importante che necessita di una approfondita analisi.
Le modifiche impattano principalmente sulle regole di fatturazione, intese come termine e modalità, ma vengono introdotte anche novità in materia di fatturazione elettronica e si introduce la nuova fattura semplificata. Da ultimo viene modificato il calcolo del volume d’affari.
Le modifiche alle regole di fatturazione entrano in vigore il 1° gennaio 2013 e impattano sia nella fatturazione delle operazioni intracomunitarie sia per quelle nazionali. In particolare il DL citato modifica l’articolo 21 DPR 633/1972 e vari articoli del DL 331/1993 e novella la disciplina degli acquisti/cesioni di beni e quelle relative alle prestazioni di servizi.
Dal 1° gennaio 2013 gli acquisti e le cessioni di beni intracomunitarie si considerano effettuate all’atto dell’inizio del trasporto o della spedizione al cessionario nello Stato membro ove è stabilito il cedente. In precedenza rilevava la consegna del bene e ciò potrebbe comportare problemi circa i trasporti con durate importanti, soprattutto perché il cessionario non è a conoscenza del momento in cui il trasporto ha inizio. Se anteriormente all’inizio del trasporto o della spedizione, il cedente emette fattura, l’operazione si intende effettuata limitatamente all’importo fatturato; non è più rilevante, come in precedenza, il pagamento anticipato del corrispettivo. Le medesime regole sono da utilizzare per la compilazione dei modelli Intrastat.
Altre modifiche riguardano sia gli acquisti/cessioni di beni sia le prestazioni di servizi; in particolare:
– le fatture di vendita dovranno essere emesse entro il giorno 15 del mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione (inizio del trasporto, o se antecedente emissione della fattura, per le cessioni di beni e data di ultimazione, o se antecedente incasso del corrispettivo, per le prestazioni di servizi). Il differimento circa l’emissione della fattura non rinvia la registrazione della fattura che deve avvenire “secondo l’ordine della numerazione ed entro il termine di emissione, con riferimento al mese di effettuazione dell’operazione”. Ciò significa che la fattura emessa rileverà nel registro delle fatture emesse nel mese di effettuazione dell’operazione e non in quello di emissione, se successivo;
– il cessionario/committente nazionale che non ha ricevuto la fattura entro il secondo mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione, deve emettere autofattura entro il giorno 15 del mese successivo (terzo mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione); rispetto alla precedente versione viene allungato di 15 giorni il termine per l’emissione dell’autofattura;
– obbligo di indicare l’annotazione “autofatturazione” da parte del cessionario/committente che emette l’autofattura;
– introduzione dell’obbligo di emettere la fatture per tutte le operazione di cui agli articoli da 7 a 7-septies DPR 633/1972, indicando in luogo dell’imposta:
1) “inversione contabile” se le prestazioni sono rese a favore di un cessionario/committente comunitario debitore dell’imposta;
2) “non imponibile” se le prestazioni sono rese a soggetti stabiliti fuori dalla Comunità Europea.

Per tutte le fatture viene introdotto l’obbligo di indicare il numero di P. Iva del cessionario/committente se residente oppure il numero di identificazione Iva se soggetto comunitario; in caso di cessionario/committente persona fisica residente sarà obbligatorio indicare il codice fiscale. La disposizione fa proprio il comportamento tenuto dai soggetti passivi che indicavano già nelle fatture il codice fiscale/P. Iva del cessionario/committente, per poter adempiere ad ulteriori adempimenti (elenco clienti/fornitori, spesometro, etc).
Inoltre, analogamente alle cessioni di beni, viene introdotta la possibilità di emettere la fattura differita anche per le prestazioni di servizi “individuabili attraverso idonea documentazione”. In altre parole il prestatore potrà emettere un’unica fattura entro il giorno 15 del mese successivo per tutti i servizi resi a favore del medesimo committente durante il mese precedente. La prassi dovrà chiarire cosa si debba intendere per servizi “individuabili attraverso idonea documentazione”. Considerato che le prestazioni di servizi si considerano effettuate al momento del loro pagamento, la fattura riepilogativa potrà essere emessa per i servizi pagati nel mese precedente dallo stesso committente.
Il nuovo comma 6 dell’articolo 21 DPR 633/1972 prevede l’indicazione nelle fatture emesse dal cedente/prestatore italiano, e quindi sia per le cessioni di beni che per le prestazioni di servizi, delle seguenti diciture, oltre alla normale indicazione della norma nazionale o comunitaria:
– “operazione non soggetta” per le cessioni relative a beni in transito o depositati in luoghi soggetti a vigilanza doganale, non soggette all’imposta a norma dell’articolo 7-bis, comma 1, DPR 633/1972;
– “operazione non imponibile” per le operazioni non imponibili di cui agli articoli 8, 8-bis, 9 e 38-quater DPR 633/1972;
– “operazione esente” per le operazioni esenti di cui all’articolo 10, eccetto quelle indicate al n. 6) DPR 633/1972;
– “regime del margine – beni usati”, “regime del margine – oggetti d’arte” o “regime del margine – oggetti di antiquariato o da collezione”, a seconda dei casi, per le operazioni soggette al regime del margine previsto dal decreto-legge 23 febbraio 1995, n. 41;
– “regime del margine – agenzie di viaggio” per le operazioni effettuate dalle agenzie di viaggio e turismo soggette al regime del margine previsto dall’articolo 74-ter DPR 633/1972.

Le altre novità introdotte dal DL 216/2012 riguardano la possibilità di emettere le fatture attraverso i misuratori fiscali e l’introduzione della fattura semplificata con il nuovo articolo 21-bis DPR 633/1972.
La fattura semplificata non può avere un importo superiore ad euro 100,00 anche se è previsto che con decreto di natura non regolamentare il Ministro dell’economia e delle finanze può innalzare fino a quattrocento euro il limite indicato ovvero consentire l’emissione di fatture semplificate anche senza limiti di importo per le operazioni effettuate nell’ambito di specifici settori di attività o da specifiche tipologie di soggetti per i quali le pratiche commerciali o amministrative ovvero le condizioni tecniche di emissione delle fatture rendono particolarmente difficoltoso il rispetto degli obblighi di conversione in euro dei corrispettivi in valuta estera oppure l’indicazione delle informazioni richieste dall’articolo 21, comma 2, DPR 633/1972.
La fattura semplificata deve contenere:
– data di emissione;
– numero progressivo che la identifichi in modo univoco;
– ditta, denominazione o ragione sociale, nome e cognome, residenza o domicilio del soggetto cedente o prestatore, del rappresentante fiscale nonché ubicazione della stabile organizzazione per i soggetti non residenti;
– numero di partita IVA del cedente o prestatore;
– ditta, denominazione o ragione sociale, nome e cognome, residenza o domicilio del cessionario/ committente, del rappresentante fiscale nonché ubicazione della stabile organizzazione per i soggetti non residenti; in alternativa, in caso di soggetto stabilito nel territorio dello Stato può essere indicato il solo codice fiscale o il numero di partita IVA, ovvero, in caso di soggetto passivo stabilito in un altro Stato membro dell’Unione europea, il solo numero di identificazione IVA attribuito dallo Stato membro di stabilimento;
– descrizione dei beni ceduti e dei servizi resi;
– ammontare del corrispettivo complessivo e dell’imposta incorporata, ovvero dei dati che permettono di calcolarla.

Le semplificazioni sono state sottolineate e riguardano la possibilità di indicare il solo numero di P. Iva del cedente/prestatore e il solo codice fiscale o P. Iva del cessionario/committente in luogo degli altri dati fiscali nonché la possibilità di indicare l’ammontare complessivo dei beni/servizi e dell’imposta.
Per le note di accredito/debito deve essere indicato il riferimento alla fattura rettificata e le indicazioni specifiche che vengono modificate.
La fattura semplificata non può essere utilizzata per le cessioni intracomunitarie di beni e per i servizi resi a soggetti intracomunitari debitori dell’imposta nello Stato di stabilimento.
Relativamente al calcolo del volume d’affari, il DL 216/2012 amplia la platea delle operazioni che vi rientrano, comprendendo ora anche le operazioni soggette a fatturazione di cui agli articolo da 7 a 7-septies DPR 633/1972.
L’ampliamento del volume d’affari impatta negativamente sul regime Iva per cassa che prevede la soglia di 2 milioni di euro di volume d’affari per potervi accedere. L’ampliamento non pregiudica, invece, gli esportatori abituali. Infatti per tali soggetti la legge di stabilità 2013-2015 – legge 228/2012 – ha previsto che il volume d’affari, ai soli fini della determinazione del rapporto di cui all’articolo 1 DL 746/1983, sia depurato delle operazioni fuori campo Iva ai sensi degli articoli da 7 a 7-septies DPR 633/1972.

 

* Dottore Commercialista e Revisore Contabile in Venezia

 


14
Dic 12

Remissione in bonis per le omesse comunicazioni e adempimenti

dr Andrea D’Este*

 

L’articolo 2, comma 1, DL 2 marzo 2012, n. 16 ha introdotto un inedita forma di ravvedimento operoso. Si tratta della c.d. remissione in bonis a favore dei soggetti che non abbiano adempiuto alla presentazione di comunicazioni ovvero di altri adempimenti di natura formale per poter accedere a benefici fiscali o a regimi fiscali opzionali.
La disposizione è, quindi, volta ad evitare che mere dimenticanze formali (il tipico esempio è la mancata presentazione di comunicazioni fiscali) possano precludere al contribuente che possiede i requisiti sostanziali delle varie agevolazioni fiscali, l’accesso a benefici fiscali o a regimi di tassazione opzionali.
Analogamente a quanto previsto per il ravvedimento operoso, la cui disciplina è contenuta nell’articolo 13 D.Lgs 472/1997, la possibilità di accedere alla remissione in bonis è preclusa qualora la violazione sia stata constatata o siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l’autore dell’inadempimento abbia avuto formale conoscenza.
Su punto la circolare 38/E del 28 settembre 2012 – punto 1.2 – chiarisce come “l’inizio di una attività di accesso, ispezione, verifica o di altra attività amministrativa di accertamento che abbia ad oggetto comparti impositivi diversi da quello a cui si riferisce il beneficio fiscale o il regime opzionale non sia ostativo alla possibilità di avvalersi dell’istituto in esame”.
Altri requisiti richiesti dalla disposizione normativa sono:
– possesso dei requisiti sostanziali richiesti dalle norme di riferimento;
– presentazione della comunicazione o effettuazione dell’adempimento richiesto entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile.

Quanto al primo, il soggetto deve essere in possesso dei requisiti richiesti dalla norma agevolativa o stabiliti per il regime opzionale alla data originaria di scadenza prevista normativamente per la trasmissione della comunicazione o per l’assolvimento dell’adempimento formale richiesti per la fruizione delle agevolazioni fiscali o per l’accesso a regimi fiscali opzionali. In altre parole i requisiti sostanziali devono sussistere nell’ultimo giorno utile per l’invio della comunicazione o per effettuare l’adempimento formale.
Relativamente al termine entro il quale sanare l’omissione, è previsto che la comunicazione o l’adempimento formale debbano essere effettuati entro il termine di scadenza della prima dichiarazione dei redditi il cui termine di presentazione scade successivamente al termine previsto per effettuare la comunicazione ovvero eseguire l’adempimento. Ad esempio, se la scadenza prevista per l’invio della comunicazione scade il 31 maggio, in caso di omissione vi sarà tempo fino al 30 settembre. La circolare 38/E/2012 prevede che qualora l’omesso adempimento rilevi esclusivamente ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, il termine di riferimento per sanare l’omissione è quello previsto per la presentazione della prima dichiarazione Iva che scade successivamente al termine previsto per effettuare la comunicazione o l’adempimento, attualmente fissato il 30 settembre di ogni anno.
Inoltre, in ogni caso, non si tiene conto del “periodo di tolleranza” di 90 giorni previsto dall’articolo 2, comma 7, DPR 322/1998. Deve, quindi, essere preso in considerazione il solo termine ordinario di presentazione delle dichiarazioni.
Il ravvedimento si perfeziona con il versamento della sanzione minima stabilita dall’articolo 11, comma 1, del D.Lgs 471/1997, è cioè di euro 258,00.
Il versamento dovrà avvenire con il modello F24, indicando il codice tributo 8114 e come “anno di riferimento”, l’anno per il quale si effettua il versamento. La sanzione non può essere compensata con eventuali crediti né può essere oggetto di ravvedimento operoso.
Relativamente all’ambito oggettivo, la norma specifica che deve trattarsi di “benefici di natura fiscale o … regimi fiscali opzionali, subordinati all’obbligo di preventiva comunicazione ovvero di altro adempimento di natura formale”.
Pertanto la disposizione non trova applicazione allorquando la mancata comunicazione o il mancato adempimento assumano natura di mera irregolarità, da cui discende solamente l’irrogazione di sanzioni ma non la preclusione ai benefici fiscali o l’accesso ai regimi previsti.
Sempre la circolare 35/E/2012 esclude dall’ambito oggettivo della norma l’accesso a regimi di determinazione dell’imposta o a regimi contabili previsti dalla disciplina delle opzioni contenuta nel DPR 442/1997. Ciò in quanto, la disciplina privilegia il comportamento concludente del contribuente ossia l’effettiva attuazione del regime fin dall’inizio dell’anno o dell’attività, prescindendo dall’eventuale esercizio formale della relativa opzione da comunicare nella prima dichiarazione Iva da presentare successivamente alla scelta operata.
La circolare 38/E illustra il ravvedimento per le seguenti fattispecie:
– l’invio telematico da parte della società trasparente dell’opzione per il regime fiscale di trasparenza fiscale;
– l’invio telematico dell’opzione per l’istituto del consolidato fiscale;
– l’invio del modello EAS per gli enti associativi;
– l’opzione per l’adesione al regime di liquidazione e versamento mensile o trimestrale dell’Iva di gruppo;
– l’opzione per le società di persone e gli imprenditori individuali in contabilità ordinaria che vogliono determinare la base imponibile Irap con le regole “da bilancio”;
– l’opzione per la cosiddetta “tonnage tax”.

Riassumendo:

FATTISPECIE

TERMINE PREVISTO

TERMINE RAVVEDIMENTO

Regime di trasparenza

Entro il 31.12 del primo anno di validità

dell’opzione

Entro il 30.9 dell’anno successivo

Consolidato fiscale

Entro il 16.6 del primo anno di validità

dell’opzione

Entro il 30.9 dello stesso anno

Modello EAS

 

Entro 60 giorni dalla costituzione

Entro il 30.9 dello stesso anno (se costituiti fino all’1.8)

Entro il 30.9 dell’anno successivo (se costituiti dal 2.8 al 31.12)

Entro il 31.3 dell’anno successivo a quello di variazione di dati già comunicati

Entro il 30.9 dello stesso anno

 

Liquidazione IVA di gruppo

Entro il 16.2 dell’anno di prima applicazione

Entro il 30.9 dello stesso anno

Determinazione

IRAP a valori di

bilancio

opzione

Entro 60 giorni dall’inizio del primo anno

di esercizio dell’opzione

Entro il 30.9 dello stesso anno

 

revoca

Entro 60 giorni dall’inizio dell’anno di

efficacia della revoca dell’opzione

Tonnage Tax

Entro il 3 mesi dall’inizio del primo anno di esercizio dell’opzione

Entro il 30.9 dello stesso anno

 

Né la relazione illustrativa al DL né la circolare 38/E/2012 contengono alcun riferimento alla possibilità di ravvedere la mancata comunicazione al Centro Operativo di Pescara ai fini della detrazione delle spese di ristrutturazione edilizia. Infatti fino al 13 maggio 2011, il DM 18 febbraio 1998, n. 41, prevedeva l’obbligo di inviare antecedentemente alla data di inizio dei lavori, la comunicazione contenete principalmente i dati catastali degli immobili oggetto di ristrutturazione.
Ci si è posti il problema se l’omessa presentazione della comunicazione sia sanabile e, se possibile, per quale periodo. La risposta è contenuta nel paragrafo 1.4 della circolare 38/E/2012. L’Agenzia delle Entrate dapprima premette che il ravvedimento in esame sia applicabile per le sole omissioni per le quali alla data di entrata in vigore della disposizione – 02 marzo 2012 – non sia scaduto il termine di presentazione della prima dichiarazione utile, ma specifica che in sede di prima applicazione, in considerazione della ratio della disposizione in esame e del principio di legalità, sarà possibile ravvedere anche le irregolarità per le quali è scaduto il termine di presentazione della prima dichiarazione utile ma non sia ancora scaduto il termine di presentazione della dichiarazione riguardante il periodo di imposta nel quale l’adempimento è stato omesso. Inoltre l’Agenzia dilata il termine della prima dichiarazione utile facendolo coincidere con la data del 31 dicembre 2012. Quindi, ritornando alla comunicazione al Centro Operativo di Pescara, sarà possibile sanare l’omessa comunicazione non inviata nel periodo 01 gennaio 2011 – 13 maggio 2011 provvedendo a farlo entro il 31 dicembre 2012, versando contestualmente la sanzione di euro 258,00.
Non ritengo sia oggetto di ravvedimento la mancata comunicazione al conduttore da parte del locatore circa l’esercizio dell’opzione per la cedolare secca sui canoni locatizi prevista dall’articolo 3, comma 11, D.Lgs 14 marzo 2011, n. 23. Del pari non ritengo sanabile l’omessa comunicazione da effettuare all’ENEA nell’ambito delle detrazione per il risparmio energetico 55%. Entrambe le comunicazioni, infatti, non hanno un contenuto fiscale ed inoltre non sono dirette all’Agenzia delle Entrate.

 

* Dottore Commercialista e Revisore Contabile in Venezia


24
Set 12

Dematerializzazione dei libri e dei registri obbligatori

dr Andrea D’Este*

La crescente sensibilità verso le tematiche del rispetto dell’ambiente unitamente alla diffusione di tecnologie friendly, dovrebbero veicolare i contribuenti verso forme alternative di conservazione dei documenti contabili e fiscali. Mi riferisco, in particolare, alla possibilità di conservare i libri e i registri richiesti dalla legislazione in materia contabile-fiscale in forma digitale.
L’articolo 16-bis, comma 12-bis, del DL 29 novembre 2008, n. 185 ha introdotto nel Codice Civile l’articolo 2215-bis rubricato “documentazione informatica”. La possibilità di tenere libri e registri obbligatoria con modalità digitali era già stata prevista dal DL 357/1994; tuttavia le modalità per la conservazione su supporti delle immagini delle scritture e dei documenti contabili e fiscali erano demandate ad un decreto ad hoc.
Il decreto è stato emanato “solamente” dieci hanno dopo – DM 23 gennaio 2004 – dettagliatamente analizzato dalla Circolare del 06 dicembre 2006, n. 36/E.
Possono essere conservasti con modalità informatiche le scritture contabili, i libri, i registri e, in generale, ogni documento rilevante ai fini delle disposizioni tributarie, escluse le scritture e i documenti rilevanti ai fini delle disposizione in materia doganale, delle accise e delle imposte di consumo.
Rientrano, pertanto, le scritture, i libri ed i registri prescritti dal DPR 600/1973 e 633/1972 quali:
– libro giornale e libro degli inventari;
– registro dei beni ammortizzabili;
– registri prescritti dall’imposta sul valore aggiunto;
– scritture ausiliare di magazzino;
– bilancio d’esercizio.

Sono inoltre incluse tutte le dichiarazioni e comunicazioni fiscali, i modelli di pagamento (i modelli F23 e F24), le fatture, i documenti simili ed i libri sociali.
Secondo il DM 23 gennaio 2004 il documento informatico è “la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”. Su tali basi l’articolo 3 del DM citato prescrive che i documenti informatici debbano essere:
– statici non modificabili: non devono contenere “macroistruzioni” – quali ad esempio i comandi che permettono l’aggiornamento automatico della data – oppure di “codici eseguibili” – quali ad esempio le istruzioni non sempre visibili all’utente, in grado di controllare l’aspetto e il contenuto del documento;
– deve essere garantita l’attestazione della data, dell’autenticità e dall’integrità, con l’apposizione della sottoscrizione elettronica – cioè la firma elettronica qualificata – e del riferimento temporale – cioè la marca temporale che attesta in modo certo la data e l’ora;
– esibibili;
– memorizzati su qualsiasi supporto di cui sia garantita la leggibilità nel tempo, purché sia assicurato l’ordine cronologico e non vi sia soluzione di continuità per ciascun periodo d’imposta; inoltre, devono essere consentite le funzioni di ricerca e di estrazione delle informazioni dagli archivi informatici in relazione al:
• cognome
• nome
• denominazione
• codice fiscale
• partita Iva
• data o associazioni logiche di questi ultimi.

Il processo inizia con la memorizzazione dei dati, su supporti ottici o magneto-ottici, utilizzando non solo la tecnologia laser ma anche altre, purché idonea a garantire l’integrità del documento. Con la memorizzazione avviene la trasposizione del documento digitale sul supporto di conservazione.
Per la memorizzazione dei documenti analogici (documenti che utilizzano una grandezza fisica che assume valori continui, come le tracce su carta, le immagini su film, le magnetizzazioni su nastro – tipicamente i documenti scritti, dattiloscritti e fotocopiati), l’articolo 4 DM 23 gennaio 2004 prescrive l’acquisizione della relativa immagine purché vengano garantite le caratteristiche dei documenti digitali (la leggibilità nel tempo, venga assicurato l’ordine cronologico e non vi sia soluzione di continuità per ciascun periodo d’imposta, sia garantita l’attestazione della data, dell’autenticità e dall’integrità, con l’apposizione del riferimento temporale e delle sottoscrizione elettronica). La risoluzione 15 giugno 2009, n. 158/E permette che l’immagine per tali documenti sia rappresentata dallo spool di stampa.
La seconda fase del processo è rappresentata dalla archiviazione elettronica. Per tale fase, essendo solo eventuale e non obbligatoria, non sono previste particolari modalità operative. L’adempimento viene lasciato all’iniziativa del soggetto interessato, il quale potrà utilizzare per l’acquisizione del documento un qualsiasi tipo di supporto di memorizzazione.
Per finire, con la conservazione i documenti informatici vengono memorizzati su supporti idonei e viene poi apposta la firma digitale e il riferimento temporale (attraverso la marca temporale) sull’insieme di documenti destinati alla conservazione. Il procedimento di conservazione sostitutiva deve avvenire secondo le modalità stabilite dal comma 1), lettera d) e secondo il procedimento indicato dall’articolo 3 della delibera dell’AIPA (Autorità per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione) n. 42 del 2001 come sostituita dalla deliberazione 19 febbraio 2004, n. 22 dal CNIPA (Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione).
Anche il processo di conservazione digitale dei documenti analogici si conclude con l’apposizione della firma digitale e del riferimento temporale sull’insieme di documenti destinati alla conservazione.
Il processo di conservazione è effettuato con cadenza:
– quindicinale per le fatture;
– annuale per i restanti documenti.

Ciò significa, prendendo ad esempio il libro giornale, che questo deve memorizzato e conservato su supporto idoneo almeno una volta all’anno, con l’apposizione della marca temporale e della firma elettronica.
Il comma 3 dell’articolo 2215-bis Codice Civile prevede che “gli obblighi di numerazione progressiva e di vidimazione previsti dalle disposizioni di legge o di regolamento per la tenuta dei libri, repertori e scritture sono assolti, in caso di tenuta con strumenti informatici, mediante apposizione, almeno una volta all’anno, della marcatura temporale e della firma digitale dell’imprenditore o di altro soggetto dal medesimo delegato”. Ciò significa che per i libri e registri soggetti alla numerazione progressiva e alla vidimazione, deve essere annualmente apposta la marcatura temporale e la firma elettronica, in coerenza con la cadenza annuale della conservazione digitale degli stessi.
L’ulteriore obbligo da osservare è la comunicazione all’Agenzia delle Entrate dell’impronta relativa all’archivio dei documenti informatici. L’obbligo è contenuto nell’articolo 5 DM 23 gennaio 2004, come attuato dal Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 25 ottobre 2010.
L’invio dell’impronta permette di estendere la validità dei documenti digitali fino a che permane, ai fini fiscali, l’obbligo di conservazione dei documenti stessi.
L’invio dell’impronta dell’archivio, sul quale è stata apposta la marca temporale e la firma digitale, deve essere effettuato entro quattro mesi dalla scadenza della presentazione delle dichiarazioni delle imposte sui redditi e di quella sul valore aggiunto (attualmente il 30 settembre).
La comunicazione dell’impronta viene effettuata utilizzando uno specifico software (attualmente non è messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate) e contiene, tra l’altro:
– i dati del soggetto interessato, del responsabile della conservazione o del soggetto eventualmente delegato;
– l’elenco dei documenti cui l’impronta si riferisce;
– l’indicazione del luogo in cui è conservata l’evidenza informatica (cioè i documenti informatici) da cui è stata generata l’impronta dell’archivio;
– la marca temporale apposta all’archivio.

Il documento così formato (digitale oppure l’immagine di quello analogico) ha valenza probativa – ex articoli 2709 e 2710 Codice Civile – analoga a quello cartaceo, e stante il dettato dell’articolo 6 DM 23 gennaio 2004 “è reso leggibile e, a richiesta, disponibile su supporto cartaceo e informatico presso il luogo di conservazione delle scritture, in caso di verifiche, controlli o ispezioni”.
Relativamente al versamento dell’imposta di bollo sui documenti informatizzati, l’articolo 7 DM 23 gennaio 2004 disciplina le modalità di versamento dell’imposta di bollo sui documenti informatizzati. Questo perché tutti i registri per i quali, se tenuti su supporto cartaceo, è previsto il pagamento dell’imposta di bollo devono assolvere tale imposta anche qualora siano tenuti con modalità diverse. In particolare è previsto che l’interessato presenti “all’Ufficio delle entrate competente una comunicazione contenente l’indicazione del numero presuntivo degli atti, dei documenti e dei registri che potranno essere emessi o utilizzati durante l’anno, nonché l’importo e gli estremi dell’avvenuto pagamento dell’imposta. Entro il mese di gennaio dell’anno successivo è presentata dall’interessato all’Ufficio delle entrate competente una comunicazione contenente l’indicazione del numero dei documenti informatici, distinti per tipologia, formati nell’anno precedente e gli estremi del versamento dell’eventuale differenza dell’imposta … ovvero la richiesta di rimborso o di compensazione”.
La comunicazione potrà essere effettuata anche a mezzo raccomandata a/r; il pagamento dell’imposta di bollo dovrà avvenire con il modello F23 – codice tributo 458T (Imposta di bollo su libri e registri: all. A, parte I, Art. 16. DPR 642/1972).
Quest’ultimo articolo prevede, infatti, l’applicazione dell’imposta di bollo di euro 14,62 ogni 100 pagine o frazione di 100 pagine da applicare nei libri e registri prescritti dall’articolo 2214 Codice Civile e per ogni altro registro, se bollato e vidimato nei modi di cui agli articoli 2215 e 2216 del Codice Civile.
Tuttavia, in deroga alla disciplina appena descritta, il comma 3 dell’articolo 7 DM 23 gennaio 2004 prevede l’applicazione dell’imposta di bollo in misura di euro 14,62 non ogni 100 pagine ma ogni 2500 registrazioni o frazioni di esse.

 

* Dottore Commercialista in Venezia


7
Set 12

Nuovo regime Iva per cassa

dr Andrea D’Este*

La legge di conversione del decreto “crescita” – n. 83 del 22 giugno 2012 – ha introdotto nel testo del decreto l’articolo 32-bis rubricato “liquidazione dell’Iva secondo la contabilità di cassa”. Non si tratta di una procedura inedita in quanto il decreto “anticrisi” del 2008 – n. 185 del 29 novembre 2008 – aveva già introdotto tale regime.
La ratio di tale interventi è aiutare le imprese sotto l’aspetto finanziario che è certamente uno dei più grandi problemi che attanagliano le imprese in questa fase di congiuntura economica sfavorevole. L’esborso dell’imposta anticipato rispetto all’incasso del corrispettivo, talvolta anche molto differito, sbilancia l’equilibrio finanziario, esponendo spesso l’impresa a tensioni di liquidità.
La norma contenuta del DL “crescita” recepisce nell’ordinamento interno quanto contenuto nella direttiva UE 2010/45, il cui recepimento dovrà avvenire entro il prossimo 31 dicembre 2012. In questo modo, essendo l’iniziativa di stampo europeo, il nostro Paese non dovrà chiedere alcuna autorizzazione alla commissione Ue o al Comitato Iva.
Nel sistema ordinario Iva, l’imposta diviene esigibile al momento dell’effettuazione dell’operazione ai sensi dell’articolo 6 DPR 26 ottobre 1972, n. 633, ed in particolare:
– consegna o spedizione, per le cessioni di beni;
– pagamento del corrispettivo, per le prestazioni di servizi.

L’esigibilità viene anticipata qualora, prima dell’effettuazione dell’operazione, venga emessa la fattura. In questo modo:
– il cedente/prestatore deve versare l’imposta anche se non ha incassato il corrispettivo;
– il cessionario/committente può detrarre l’imposta anche se non ha pagato il corrispettivo.

Vi è, quindi, uno squilibrio tra le posizioni dei soggetti economici che premia chi, con la sua forza contrattuale, riesce ad imporre tempi di pagamento eccessivamente dilazionati.
Il regime Iva per cassa supera proprio tale assimetria e permette al cedente/prestatore di versare l’imposta solamente dopo l’incasso del corrispettivo, evitando, così, l’esposizione finanziaria nei confronti dell’Erario.
Lo stesso soggetto potrà detrarre l’imposta solamente dopo aver pagato il corrispettivo ai propri fornitori. La riscossione e il pagamento dei corrispettivi diventano, quindi, i momenti determinanti per l’esigibilità e la detraibilità dell’imposta.

Regime Iva

Esigibilità dell’Iva

Detraibilità dell’Iva

Ordinario

Momento di effettuazione dell’operazione: consegna o spedizione della merce, per le cessioni di beni; incasso del corrispettivo, per le prestazioni di servizi; se precedente, momento di emissione della fattura

Momento di effettuazione dell’operazione: ricevimento della merce, per le cessioni di beni; pagamento del corrispettivo, per le prestazioni di servizi; se precedente, momento di emissione della fattura

Per “cassa”

Momento di incasso del corrispettivo

Momento di pagamento del corrispettivo

L’articolo 32-bis DL 83/2012 elimina, inoltre, l’enorme distorsione prevista del precedente articolo 7 DL 185/2008. Quest’ultimo disponeva che la detraibilità dell’imposta da parte del cessionario/committente di un soggetto aderente al regime dell’Iva per cassa era subordinata al pagamento del corrispettivo. Ora invece tali soggetti possono detrarre l’Iva fin dal momento dell’effettuazione dell’operazione, o se antecedente dall’emissione della fattura. Sul punto l’articolo 32-bis citato prevede che “in ogni caso, il diritto alla detrazione dell’imposta in capo al cessionario o al committente sorge al momento di effettuazione dell’operazione, ancorché il corrispettivo non sia stato ancora pagato”.
Si tratta di un disallineamento tra il momento di esigibilità (da parte del cedente/prestatore) e quello di detrazione (da parte del cessionario/committente). Questo è stato possibile grazie una dichiarazione resa a verbale ed allegata al testo della direttiva UE 2010/45.
Questo permette di evitare che i soggetti contrattualmente più forti ricattino quelli più deboli affinché non aderiscano a tale regime – per non perdere la detrazione dell’imposta al momento di effettuazione dell’operazione – pena la cessazione dei rapporti commerciali.
Riassumendo, il nuovo regime Iva per cassa ha il duplice pregio di:
– stabilire l’esborso dell’imposta in un momento successivo a quello dell’incasso del corrispettivo;
– evitare i ricatti dei soggetti economici con maggiore forza contrattuale nei confronti degli altri soggetti affinché questi ultimi continuino ad adottare il sistema Iva ordinario.

Nel precedente regime potevano accedervi i soggetti passivi con volume d’affari non superiore ad euro 200.000. L’articolo 32-bis DL 83/2012 eleva tale limite ad euro 2.000.000, permettendo a moltissime imprese di aderirvi. Si tratta, a mio parere, di uno dei maggiori sostegni alle imprese in questo periodo di difficoltà e diventerà il regime Iva adottato da moltissime imprese. Si pensi che i soggetti passivi con volume d’affari inferire a 2.000.000 di euro rappresentano circa il 95% delle partite Iva italiane.
Non possono accedervi i soggetti che si avvalgono di regimi speciali di applicazione dell’imposta quali, ad esempio, i commercianti di tabacchi, sali e fiammiferi, gli operatori del settore editoriale e di telefonia, i produttori agricoli che si avvalgono delle disposizione di cui all’articolo 34 DPR 633/1972, coloro che svolgono attività di agriturismo e di agenzia viaggi, i rivenditori di beni usati, d’arte e di antiquariato.
Per questi soggetti l’imposta viene determinata e diventa esigibile con modalità diverse da quelle ordinarie e pertanto il regime per cassa risulta inapplicabile.
La norma fiscale limita la sospensione dell’esigibilità dell’imposta per un anno dall’effettuazione dell’operazione, similmente a quanto previsto per i contratti estimatori (lettera d, comma 2, articolo 6 DPR 633/1972). Decorso tale termine l’imposta diventa esigibile e deve essere versata all’Erario.
L’unico caso in cui l’imposta non diventa esigibile decorso un anno dal momento di effettuazione dell’operazione è qualora il cessionario/committente sia assoggettato a procedura concorsuale. In tal modo il legislatore ha voluto evitare che il cedente/prestatore fosse obbligato a versare l’imposta comunque trascorso un anno dall’effettuazione dell’operazione con scarse probabilità di incassare il corrispettivo dopo l’apertura della procedura.
L’adesione al regime dovrà avvenire con opzione da parte del contribuente da comunicare secondo modalità che saranno individuate con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Sarà questo provvedimento a stabilire l’entrata in vigore del nuovo regime.
L’adesione al nuovo regime riguarderà la totalità delle operazioni attive e passive del soggetto passivo. Per cui chi aderisce al regime Iva per cassa verserà l’Iva di tutte le operazioni attive solo dopo l’incasso e detrarrà l’Iva di tutte quelle passive solo dopo il pagamento. Il previgente regime, introdotto dall’articolo 7 DL 185/2008, prevedeva, invece, la possibilità di adottare il regime Iva per cassa anche per sole singole operazioni, dovendo gestire contemporaneamente due tipologie di regimi Iva.

 

* Dottore Commercialista in Venezia


12
Lug 12

Il nuovo regime Iva delle cessioni e delle locazioni dei fabbricati

dr Andrea D’Este*

 

L’ennesimo “decreto sviluppo” (DL 83/2012) ha riscritto interamente il regime Iva delle cessioni di beni immobili. In particolare l’articolo 9 del DL ha sostituito integralmente i numero 8-bis e 8-ter dell’articolo 10 DPR 633/1972, i quali contengono la disciplina Iva, rispettivamente delle locazione di beni immobili (abitativi e strumentali), le cessioni di immobili abitativi e le cessioni di immobili strumentali.

Per determinare se un immobile ha destinazione abitativa o meno è necessario fare riferimento esclusivamente alla categoria catastale di appartenenza. Sono considerasti immobili abitativi quelli appartenenti alla categoria catastale A, escluso A10. Gli immobili rientranti nelle altre categoria catastali, inclusa A10, sono considerati strumentali. Sul punto l’Agenzia delle Entrate, con la circolare 27/E del 2006 prevede espressamente che “la distinzione tra immobili abitativi e immobili strumentali deve essere operata con riferimento alla classificazione catastale dei fabbricati, a prescindere da loro effettivo utilizzo”.

Anteriormente alla modifica legislativa, le cessioni di fabbricati abitativi era, come regola generale, esente Iva a meno che il cedente non fosse stato l’impresa costruttrice o l’impresa che abbia eseguito sullo stesso opere di ripristino (restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica) da meno di 5 anni dalla costruzione dell’immobile o dal termine dei lavori di ripristino.

Dopo la novella legislativa continua ad applicarsi tale regola con l’introduzione della possibilità, solamente per i soggetti costruttori o quelli che abbiano eseguito i predetti lavori si ripristino, di esercitare l’opzione per l’imponibilità Iva trascorsi  5 anni dalla costruzione. L’opzione per l’imponibilità Iva deve essere manifestata nell’atto di vendita.

La norma vuole favorire le imprese di costruzioni in sede di vendita dei beni invenduti, tenuto conto che sempre più spesso i beni vengono venduto dal costruttore oltre cinque anni dopo la costruzione. Per queste imprese, il vecchio regime prevedeva l’esenzione Iva con ricadute negative in termini di detrazione dell’Iva; la vendita in regime di esenzione determinava l’applicazione del pro-rata di detraibilità ai sensi dell’articolo 19, comma 5, DPR 633/1972.

D’ora in poi tali soggetti potranno applicare alla cessioni l’Iva, indipendentemente dal momento in cui cedono i beni costruiti o ripristinati, potendo così detrarre l’Iva versata durante la costruzione del bene.

Nella tabella che segue viene riassunto il regime fiscale delle cessioni di beni immobili con destinazione abitativa:


Operazione

Cedente

Cessionario

Iva

Registro

Ipotecarie e catastali

Regime

Detrazione per il cedente

Cessione di fabbricati abitativi

1) Imprese costruttrici o che vi abbiano eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica da meno di 5 anni

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Imponibile 4% (prima casa) 10% aliquota ordinaria

Ammessa

 Fissa 168 €

Fissa 168 € + 168 €

   

2) Imprese costruttrici o che vi abbiano eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica che hanno esercitato l’opzione per l’imponibilità Iva trascorsi cinque anni dal termine dei lavori

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Imponibile 4% (prima casa) 10% aliquota ordinaria

Ammessa

 Fissa 168 €

Fissa 168 € + 168 €

 

3) Imprese diverse dalle precedenti

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Esente

Non ammessa o ammessa con il pro-rata

3% (prima casa) 7% aliquota ordinaria

Fissa 168 € + 168 € (prima casa) 2%+1% aliquote ordinarie

 

La modifica più rilevante riguarda le cessioni di fabbricati strumentali; per questi viene stabilita una regola di imponibilità per opzione senza vincolarla alla tipologia del soggetto che la esercita, come accade invece per le cessioni di fabbricati abitativi.

Prima della novella legislativa, le cessioni di immobili strumentali avvenivano in esenzione Iva a meno che il cedente non fosse l’impresa di costruzione o di ripristino entro i 4 anni successivi oppure per i cedenti diversi da questi quando il cessionario:

–          aveva una percentuale di detrazione Iva inferiore o uguale al 25%;

–          non era un soggetto passivo Iva.

 

L’opzione per l’imponibilità Iva era ammessa per i cedenti diversi dalle imprese di costruzione o di ripristino entro 4 anni dal termine della costruzione o dei lavori se il cessionario era diverso da quelli testè descritti.

Con l’entrata in vigore del DL 83/2011 lo scorso 26 giugno, le regole per l’imponibilità Iva sono state semplificate. Le cessioni di immobili strumentali sono soggetti ad Iva in due sole ipotesi;

–          qualora il cessionario sia l’impresa costruttrice del bene o via abbia eseguito i lavori di ripristino entro 5 anni dal termine della costruzione o dei lavori;

–          qualora il cedente abbia manifestato l’opzione per l’imponibilità.

 

Anche nel caso degli immobili strumentali, l’opzione deve essere manifestata nell’atto di vendita.

 

Cessione di fabbricati strumentali

1) Imprese costruttrici o che vi abbiano eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica da meno di 5 anni

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

21% aliquota ordinaria

Ammessa

 Fissa 168 €

Fissa 168 € + 168 €

 

2) Qualunque impresa che ha esercitato l’opzione per l’imponibilità Iva

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

21% aliquota ordinaria

Ammessa

 Fissa 168 €

3% + 1%

 

3) Imprese diverse dalle precedenti

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Esente

Non ammessa o ammessa con il pro-rata

7% aliquota ordinaria

3% + 1%

 

Lo stesso DL 83/2012 ha apportato modifiche anche all’articolo 17, comma 6, lettera a-bis) del DPR 633/1972. In tale norma era precedentemente contenuto l’obbligo del reverse charge per i cessionari di immobili strumentali, qualora il cedente avesse esercitato l’opzione per l’imponibilità oppure qualora il cessionario era un soggetto passivo con un pro-rata di detraibilità uguale o inferiore al 25%.

Con la modifica apportata, il reverse charge è ora obbligatorio, tanto per le cessioni di immobili abitativi quanto per quelli strumentali, qualora il cedente eserciti, nei limiti previsti, l’opzione per l’imponibilità Iva.

Il recente DL 83/2012 modifica strutturalmente anche la disciplina delle locazione di immobili. Infatti l’articolo 9 del DL riscrive interamente il n. 8), comma 1, dell’articolo 10 del DPR 633/1972.

Anteriormente alla modifica, il regime Iva ordinario delle locazioni di immobili era l’esenzione ad eccezione di alcune tipologie di locazione. In particolare erano soggette all’Iva (10%) le locazioni di immobili abitativi da parte delle imprese costruttrici o di ripristino (cioè quelle che hanno eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica) in attuazione di piani di edilizia convenzionata entro quattro dalla ultimazione della costruzione o dei lavori a patto che il contratto di locazione non abbia una durata inferiore a quattro anni.

Erano inoltre soggetti ad Iva (21%) le locazioni di fabbricati strumentali da chiunque concesse quando il locatario aveva una percentuale di detrazione Iva inferiore o uguale al 25% oppure non era un soggetto passivo Iva oppure il locatore aveva manifestato l’opzione per l’imponibilità.

Con l’entrata in vigore del DL 83/2012 la disciplina viene semplificata. Rimane infatti, come regola generale, l’esenzione Iva per le locazione di immobili, sia abitativi sia strumentali, affiancata da tre eccezioni. L’imponibilità Iva della locazione è riservata, previa esplicita opzione del locatore nel contratto di locazione, per i fabbricati:

–          abitativi, effettuate dalle imprese costruttrici o di ripristino (cioè quelle che hanno eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica) senza limite temporale;

–          abitativi, destinati ad alloggi sociali (cd. housing sociale);

–          strumentali.

 

Operazione

Cedente

Cessionario

Iva

Registro

Regime

Detrazione per il cedente

Locazione di fabbricati abitativi

1) Imprese costruttrici o che vi abbiano eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica se hanno esercitato l’opzione per l’imponibilità

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Imponibile 10%

Ammessa

 Fissa 168 €

 

2) Qualunque soggetto passivo se l’immobile è destinato ad alloggio sociale

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Imponibile 10%

Ammessa

 Fissa 168 €

 

3) Imprese diverse dalle precedenti

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Esente

Non ammessa o ammessa con il pro-rata

Aliquota 2%

Locazione di fabbricati strumentali

1) Qualunque impresa che ha esercitato l’opzione per l’imponibilità Iva

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Imponibile 21%

Ammessa

 Fissa 168 €

 

2) Imprese diverse dalle precedenti

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Esente

Non ammessa o ammessa con il pro-rata

Aliquota 1%

 

L’Agenzia delle Entrate, considerata la recente entrata in vigore del DL 83/2012, non si è ancora pronunciata sulle modalità di esercita l’opzione per i contratti in corso alla data di entrata in vigore del DL (26 giugno 2012).

Alcuna dottrina ritiene applicabile quanto riportato nella Risoluzione 4 gennaio 2008, n. 2/E. In particolare, secondo l’Agenzia delle Entrate il soggetto subentrante in un contratto di locazione che non ha potuto esercitare l’opzione per l’imponibilità all’Iva in sede di registrazione del contratto, può esercitarla all’atto del sub-ingresso mediante invio di apposita raccomandata a/r al competente Ufficio dell’Agenzia delle Entrate, ove manifesta tale opzione. Si attende sul punto una pronuncia dell’agenzia delle Entrate.

 

* Dottore Commercialista in Venezia


26
Giu 12

Le società immobiliari e la loro discriminazione

di Giancarlo Tomasin*

Le società immobiliare soffrono attualmente di una sorta di ostracismo e sono oggetto di un accanimento tributario.
A parte il ricordo di comportamenti disinvolti, e non di rado fraudolenti, nella stagione dei furbetti di quartierino, da parte di personaggi poi giustamente finiti nelle maglie delle Procure della Repubblica, il loro trattamento sembra frutto di un equivoco, se non forse di fuga mediatica, per distogliere l’opinione pubblica dalla gravità delle situazione e dalla responsabilità di chi questa situazione ha provocato.
La loro cattiva fama ed il loro cattivo trattamento dipendono dal fatto di essere considerate “non operative” in quanto hanno di solito un numero esiguo di dipendenti diretti. In una visione populistica e demagogica questa caratteristica da loro una connotazione negativa. Se peraltro di tenesse conto dell’indotto che esse procurano – proprio per le disponibilità finanziarie –
con attività di costruzione, ristrutturazione e restauro, il risultato sarebbe ben diverso.
La qualifica poi come “di comodo” (coniata dalla pratica, in quanto non vi è traccia di questa dizione nella legislazione) è addirittura disastrosa. Perfino il Papa, in una recente esternazione, da avuto parole di biasimo per le società di comodo, quasi fossero strumenti di evadere le imposte o eludere gli obblighi di solidarietà umana.
L’attribuzione della qualifica “di comodo” alle società immobiliari è poi assolutamente inadatta. La configurazione societaria attribuita a masse di beni di proprietà di una pluralità di persone (fisiche o giuridiche) deve essere considerata non solo pienamente legittima, ma altresì opportuna. L’alternativa infatti sarebbe la costituzione di comunioni immobiliari che l’esperienza ci dimostra essere ingovernabili, fonte di continua controversie, e – non di rado – causa di abbandono e rovina di beni, per l’impossibilità di accordo fra i vari comproprietari.
Istituti alternativi come il trust e le fondazioni di famiglia, oltre ad essere inapplicabili in molti casi, presentano minore trasparenza.
Il trattamento tributario attribuito a queste società “non operative” (che consiste nella presunzione di un reddito, anche quando questo non sussiste o sussiste in misura molto inferiore, per di più tassato con aliquota maggiorata) si pone in palese contrasto con i principi costituzionali (articoli 3 e 53 della Costituzione).
Per giustificare un’imposta che non colpisce redditi, si è configurato il maggior gravame loro imposto come una sorte di tassa di concessione, dimenticando che questo tipo di imposte è ormai concettualmente superato ed è stato espressamente condannato in sede comunitaria.
Bisogna riconoscere che l’amministrazione finanziaria ha fatto un uso assai discreto di questo strumento, consentendo ampie fasce di disapplicazione.
Ciò peraltro non fa venir meno l’irrazionalità e l’illegittimità di questa previsione legislativa.
A tutto questo si è di recente aggiunta (dl 138/2011) una mostruosità e cioè l’equiparazione, nel trattamento tributario, alle società “non operative” delle società “in perdita sistemica”, in concreto società che presentano bilanci in perdita per tre esercizi consecutivi.
Ne consegue che società che, anche a seguito dell’attuale grave crisi economica, sono in perdita e che sono mantenute in vita dall’apporto dei soci verrebbero condannate a sicura morte.
Si dice che il continuare a tener in vita ed operare società costantemente in perdita (in periodo normali) non può non suscitare sospetti di forme di evasione ed elusione, ma non mancano certo gli strumenti per scoprire gli eventuali abusi, senza ricorrere a presunzioni assolutamente irrazionali.
Il discorso vale, ovviamente, per la generalità dei settori di attività, ma acquista un particolare significato per il settore immobiliare.
Sono non poche le società che sono state costituite con importanti progetti di sviluppo edilizio e che ora, saggiamente, sono in stand-by, in attesa che la situazione economica generale si rassereni. La nuova normativa le penalizza gravemente. Che cosa dovrebbero fare? Realizzare i progetti di sviluppo e costruire strutture immobiliari che poi resterebbe invendute (si
veda l’esempio della Spagna) e magare attribuire a queste strutture plusvalori per giustificare i redditi presunti dalla legge, plusvalori lontani dai prezzi che il mercato potrebbe accettare?

 

* Dottore Commercialista in Venezia


21
Giu 12

Enti non commercialit: confronto esenzioni ICI e IMU

dr Andrea D’Este*

Nella vigenza della precedente imposta comunale, l’esenzioni di maggior rilievo per gli enti non commerciali era contenuta alla lettera i) dell’articolo 7 D.Lgs 504/1992. Era previsto che “gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all’ articolo 87, comma 1, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 e successive modificazioni, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’ articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222”.
La norma di favore è stato oggetto di un ampio dibattito e di numerose pronunce della Suprema Corte volte a definirne il perimetro di applicazione. L’esenzione è subordinata al possesso di due requisiti:
SOGGETTIVO
Deve trattarsi di immobili utilizzati da un soggetto non commerciale per tale intendendosi ex articolo 73 Tuir (già art. 87), lettera c) “enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali”.
Il Dipartimento delle Finanze con la circolare 2/DF del 26 gennaio 2009 suddivide così i destinatari dell’agevolazione:

  • gli enti pubblici, vale a dire gli organi e le amministrazioni dello Stato; gli enti territoriali; le aziende sanitarie e gli enti pubblici istituiti esclusivamente per lo svolgimento di attività previdenziali, assistenziali e sanitarie; gli enti pubblici non economici; gli istituti previdenziali e assistenziali; le Università ed enti di ricerca; le aziende pubbliche di servizi alla persona (ex IPAB);
  • gli enti privati, cioè gli enti disciplinati dal codice civile (associazioni, fondazioni e comitati) e gli enti disciplinati da specifiche leggi di settore, come, ad esempio: le organizzazioni di volontariato; le organizzazioni non governative; le associazioni dì promozione sociale; le associazioni sportive dilettantistiche; le fondazioni risultanti dalla trasformazione degli enti autonomi lirici e delle istituzioni concertistiche assimilate; le ex IPAB privatizzate; gli enti che acquisiscono la qualifica fiscale di Onlus; enti ecclesiastici civilmente riconosciuti secondo le previsioni dell’Accordo modificativo del Concordato Lateranense e delle intese tra lo Stato italiano e le altre confessioni religiose.

Rileva non l’attività descritta nello statuto o atto costitutivo ma l’attività effettivamente svolta nell’immobile (Cass. 09.11.2011 n. 23314, Cass. 29.02.2008 n. 5485), di qualsiasi categoria catastale esso sia (Cass. 17.09.2010 n. 1973). Tuttavia, contrariamente al verbo utilizzato dal legislatore facendo riferimento agli immobili “utilizzati”, sia il Ministero delle Finanze sia la Suprema Corte si sono espressi nel senso che l’agevolazione compete solamente all’ente non commerciale che possiede e utilizza l’immobile (risoluzione MEF 2/1242 del 1994 e Cass. 13232 del 2005) e non al mero utilizzatore/detentore.

OGGETTIVO
Le attività esercitate nell’immobile devono avere finalità:

  • assistenziali;
  • previdenziali;
  • sanitarie;
  • didattiche;
  • ricettive;
  • culturali;
  • ricreative;
  • sportive;
  • indicate dall’art. 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222, vale a dire le attività di religione e di culto, che sono “quelle dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi a scopi missionari alla catechesi, all’educazione cristiana”.

La fattispecie di maggior rilievo riguarda gli immobili utilizzati dagli enti per finalità miste, sia istituzionali, rientranti in quelle appena elencate, sia di tipo commerciale.
Per questi immobili l’esenzione ICI non trovava applicazione in quanto immobili non destinati esclusivamente ad una delle attività elencate (conformemente Cass. 05.03.2004 n. 4573; Cass. 08.03.2004 n. 4645; Cass. 13.05.2005 n. 10092; Cass. 26.10.2005 n. 20776; Cass. 15.11.2007 n. 23703; Cass. 18.12.2009 n. 26657).
A seguito dei numerosi contenzioni instauratisi, il legislatore è intervenuto dapprima con l’articolo 6 DL 17 agosto 2005 n. 163 e poi con il comma 2-bis dell’articolo 7 DL 30 settembre 2005 n. 203.
Con il primo intervento, contenuto in un decreto legge mai convertito, era stato previsto che “L’esenzione prevista dall’articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, e successive modificazioni, si intende applicabile anche nei casi di immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura di cui all’articolo 16, primo comma, lettera b), della legge 20 maggio 1985, n. 222, pur svolte in forma commerciale se connesse a finalità di religione o di culto”.
Il riferimento ad attività “connesse a finalità di religione di culto” non aveva certamente fatto chiarezza sulla reale portata della norma..
Per superare tale difficoltà il legislatore con il successivo intervento ha stabilito che “L’esenzione disposta dall’articolo 7 comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale”.
La finalità del legislatore era quella di assicurare l’esenzione a quelle attività previste dall’articolo 7 D.Lgs 504/1992, lettera i), pur svolte secondo la logica commerciale. Infatti secondo Cass. 08.03.2004 n. 4645 lo svolgimento dell’attività di gestione di un’attività ricettiva costituiva esercizio di una attività commerciale perché organizzata secondo lo schema dell’impresa e con l’introito di corrispettivi.
Il rischio che si correva era quello di riconoscere natura commerciale a quelle attività pur rientranti tra quelle elencate dall’articolo 7 D.Lgs 504/1992, lettera i), ma svolte in forma organizzata e con ricavi ed entrate finanziarie.
Dalla lettura di quest’ultima disposizione il perimetro di applicazione dell’esenzione è stato allargato, prevenendo l’esenzione anche per gli immobili con utilizzazione mista, “non esclusivamente commerciale”.
Di diversa opinione è il Dipartimento delle Finanze che con la circolare 2/DF del 26 gennaio 2009 ha previsto che “se non è possibile individuare attività qualificabili come non esclusivamente di natura commerciale, si può sostenere che quest’ultimo inciso debba essere riferito solamente alle specifiche modalità di esercizio delle attività in argomento, che consentano di escludere la commercialità allorquando siano assenti gli elementi tipici dell’economia di mercato (quali il lucro soggettivo e la libera concorrenza), ma siano presenti le finalità di solidarietà sociale sottese alla norma di esenzione. Infatti, la combinazione del requisito soggettivo e di quello oggettivo comporta che le attività svolte negli immobili ai quali deve essere riconosciuta l’esenzione dall’ICI non siano di fatto disponibili sul mercato o che siano svolte per rispondere a bisogni socialmente rilevanti che non sempre sono soddisfatti dalle strutture pubbliche e che sono estranee alla sfera di azione degli operatori privati commerciali. Ciò è particolarmente evidente per le attività svolte in regime concessorio o in convenzionamento e/o accreditamento con l’ente pubblico, in quanto si tratta di attività inserite in maniera completa ed esclusiva nel servizio pubblico gestito direttamente da un’istituzione pubblica. L’esenzione in esame, infatti, trae la sua giustificazione, da un lato nella “meritevolezza” dei soggetti e delle finalità perseguite, e, dall’altro, nella rilevanza sociale delle attività svolte”.
Essendo stata introdotta nel 2005, la modifica legislativa non ha ancora visto nessuna pronuncia di legittimità.
Con l’introduzione dell’IMU, il comma 8, articolo 9, D.Lgs 14 marzo 2011 n. 23 estende alla nuova imposta comunale le esenzioni previste in materia di ICI, contenute nell’articolo 7, lettera i) D. Lgs 504/1992.
Successivamente l’articolo 91-bis del DL 24 gennaio 2012 ha dapprima abrogato il comma 2-bis dell’articolo 7 DL 30 settembre 2005 n. 203 (il secondo degli interventi normativi dell’anno 2005 sopra citati) e poi ha modificato la lettera i) dell’articolo 7 citato disponendo l’esenzione IMU per “gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all’ articolo 87 , comma 1, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 e successive modificazioni, destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’ articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222”.
Con l’inserimento di “con modalità non commerciali” il legislatore ha eliminato ogni diversa interpretazione, restringendo l’esenzione ai soli immobili utilizzati esclusivamente per le attività elencate dalla lettera i) dell’articolo 7 D.Lgs 504/1992.
Sempre l’articolo 91-bis citato introduce al secondo e terzo comma una specifica disciplina per gli immobili ad utilizzazione mista. In particolare “Qualora l’unità immobiliare abbia un’utilizzazione mista, l’esenzione di cui al comma 1 si applica solo alla frazione di unità nella quale si svolge l’attività di natura non commerciale, se identificabile attraverso l’individuazione degli immobili o porzioni di immobili adibiti esclusivamente a tale attività. Alla restante parte dell’unità immobiliare, in quanto dotata di autonomia funzionale e reddituale permanente, si applicano le disposizioni dei commi 41, 42 e 44 dell’articolo 2 del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286. Le rendite catastali dichiarate o attribuite in base al periodo precedente producono effetto fiscale a partire dal 1° gennaio 2013. Nel caso in cui non sia possibile procedere ai sensi del precedente comma 2, a partire dal 1° gennaio 2013, l’esenzione si applica in proporzione all’utilizzazione non commerciale dell’immobile quale risulta da apposita dichiarazione. Con successivo decreto del Ministro dell’economia e delle finanze da emanare ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 17 agosto 1988, n. 400, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono stabilite le modalità e le procedure relative alla predetta dichiarazione e gli elementi rilevanti ai fini dell’individuazione del rapporto proporzionale”.
L’analisi della modifica normativa deve essere così suddivisa:

  1. l’unità immobiliare adibita ad attività commerciale è identificabile. In questo caso l’esenzione IMU si applica solamente alla parte dell’immobile utilizzata per l’attività istituzione dell’ente mentre alla parte rimanente, nella quale si svolge l’attività commerciale, deve essere accatastata separatamente in catasto con l’attribuzione di una propria rendita catastale entro 9 mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione (25 marzo 2012); le rendite così attribuite produrranno effetto dal momento della loro attribuzione, anche se provvisoria. Infatti in sede di accatastamento della parte con destinazione commerciale dell’immobile attraverso la procedura DOCFA verrà attribuita una rendita provvisoria che avrà comunque efficacia immediata sia ai fini delle imposte dirette sia ai fini IMU. Nel caso in cui l’ufficio non accetti la rendita proposta dal contribuente e assegni all’immobile una rendita diversa, questa spiegherà effetto retroattivo fin dalla data di presentazione DOCFA (circolare 11/T del 26 ottobre 2005). Pertanto per l’anno 2012 è necessario quanto prima procedere all’accatastamento separato della parte ad uso commerciale, al fine di versare l’IMU pro rata temporis per questa sola parte dell’immobile in luogo dell’intero immobile.
  2.  l’unità immobiliare adibita ad attività commerciale non è identificabile. In tale ipotesi, dal 01 gennaio 2013 l’esenzione IMU si applica in proporzione all’utilizzazione non commerciale dell’immobile quale risulta da una apposita dichiarazione. Entro 60 giorni dalla conversione in legge del DL il MEF deve emanare un decreto per regolamentare tale dichiarazione. Ad oggi ancora non è stato emanato. Per l’anno 2012, pertanto, nessuna esenzione IMU spetta per gli immobili con utilizzazione promiscua in cui non sia identificabile la parte destinata ad attività commerciale. Dal 2013, si potrà ottenere l’esenzione parziale a seguito della presentazione di apposita dichiarazione.

* Dottore Commercialista in Venezia


25
Mag 12

FATTURAZIONE DEI SERVIZI INTRA-COMUNITARI

dr Andrea D’Este*

La legge 217/2011 (Legge Comunitaria 2010) ha modificato strutturalmente la disciplina relativa sia al momento impositivo sia alla modalità di fatturazione delle prestazioni di servizi tra operatori comunitari.
Gli interventi hanno riguardato il contenuto dell’articolo n. 6 (“effettuazione delle operazioni”) e dell’articolo n. 17 (“soggetti passivi”) del DPR 633/1972.
Iniziando dal primo, la Comunitaria 2011 ha aggiunto il comma n. 6 che regolamenta il momento in cui una prestazione di servizi intracomunitari si considera realizzata. La disposizione trova applicazione per le sole prestazione di servizi c.d. generiche di cui all’articolo 7-ter del medesimo DPR e non delle altre prestazioni di cui agli articolo 7-quater e 7-quinquies.
In particolare il nuovo comma n. 6 prevede che “In deroga al terzo e al quarto comma, le prestazioni di servizi di cui all’articolo 7-ter, rese da un soggetto passivo non stabilito nel territorio dello Stato a un soggetto passivo ivi stabilito, e le prestazioni di servizi diverse da quelle di cui agli articoli 7-quater e 7-quinquies, rese da un soggetto passivo stabilito nel territorio dello Stato ad un soggetto passivo che non è ivi stabilito, si considerano effettuate nel momento in cui sono ultimate ovvero, se di carattere periodico o continuativo, alla data di maturazione dei corrispettivi. Se anteriormente al verificarsi degli eventi indicati nel primo periodo è pagato in tutto o in parte il corrispettivo, la prestazione di servizi si intende effettuata, limitatamente all’importo pagato, alla data del pagamento ”.
Il legislatore con questo intervento ha conformato la disciplina nazionale a quella comunitaria. La Direttiva 2006/112/CE, all’articolo 66, par. 1, prevede espressamente che per le prestazioni di servizi nelle quali debitore dell’imposta è il destinatario del servizio, non possano essere derogato il criterio generale che stabilisce il momento di effettuazione della prestazione a quello in cui la stessa è resa. Il legislatore italiano aveva, in precedenza, adottato una disciplina troppo estensiva prevedendo, anche per le prestazioni di servizi nelle quali il debitore dell’imposta è il destinatario della prestazione, come momento rilevante per considerare effettuata l’operazione quello del pagamento.
Sempre il nuovo comma n. 6 dell’articolo 6 DPR 633/1972 prevede che qualora anteriormente alla conclusione del servizio vi sia il pagamento dello stesso (anche parziale) l’operazione si intende effettuata in tale momento. Se il pagamento è parziale l’operazione si intende effettuata solamente per tale importo.

* * *

SERVIZI RESI
La modifica normativa interviene modificando il momento in cui una prestazione di servizi, avente le caratteristiche sopra citate, si intende effettuata.
Anteriormente alla modifica, le prestazioni di servizi rese si intendevano realizzate al momento di incasso del corrispettivo o, se anteriore, la data di emissione della fattura o di incasso. D’ora in poi l’emissione della fattura non sarà più determinante per stabilire se una prestazioni di servizi si intende realizzata dovendosi prendere a riferimento la data di ultimazione del servizio o, se anteriore la data di incasso (se l’incasso è parziale limitatamente a tale importo).
La finalità della modifica è quella di omogeneizzare in ambito europeo il momento in cui una prestazione di servizi si intende realizzata con conseguenti obblighi comunicativo nei modelli Intrastat. Questo in quanto la disciplina precedente prevedeva l’inserimento nei modelli Intrastat delle fatture relative a prestazioni rese nel momento di incasso o se anteriore a quello di emissione della fattura. Frequentemente, quindi, il prestatore italiano inseriva la prestazione nel modello Intrastat di riferimento sulla base dell’emissione della fattura (perché antecedente all’incasso) mentre il committente comunitario nel modello di riferimento in base al pagamento della prestazione.
Ora, avendo la norma reso irrilevante il momento di emissione della fattura entrambe le parti, prestatore italiano e committente comunitario, avranno uno stesso momento in cui l’operazione si intende realizzata e cioè la data di ultimazione del servizio o, se anteriore la data di incasso (se l’incasso è parziale limitatamente a tale importo). In questo modo le comunicazioni delle operazioni nei modelli Intrastat sarà omogenea tra gli operatori economici.

SERVIZI RICEVUTI
Passando all’analisi delle modifiche relative ai servizi ricevuti, l’articolo 17, comma 2 DPR 633/1972 è stato integrato e modificato sotto due aspetti:
– introduzione dell’integrazione obbligatoria in luogo dell’autofatturazione;
– equiparazione delle prestazioni di servizi ricevute con gli acquisti di beni.

Prima della modifica in commento il soggetto passivo residente che riceveva un servizio generico da un operatore comunitario era obbligato ad emettere autofattura per la prestazione ricevuta.
L’Agenzia delle Entrate aveva ammesso, in alternativa, l’integrazione della fattura del fornitore comunitario. Integrazione che si sostanzia nella indicazione sulla fattura ricevuta dell’ammontare dell’Iva e del totale fattura così ottenuto.
Dallo scorso 17 marzo l’autofatturazione dei servizi ricevuti da operatori comunitari non sarà può ammessa; l’unica procedura d’ora in poi ammessa è quella dell’integrazione della fattura del fornitore comunitario.
Il legislatore stabilisce l’equiparazione dei servizi ricevuti agli acquisti di beni mediante rinvio da parte del 2° comma dell’articolo 17 DPR 633/1972 agli articoli 46 e 47 del DL 331/1993. Questi ultimi disciplinano la fatturazione e la registrazione delle operazioni (acquisti e vendite di beni) intracomunitarie. Quanto agli acquisti è previsto che l’operatore italiano proceda alla integrazione della fattura del fornitore comunitario al momento del ricevimento e proceda alla registrazione entro il mese di ricevimento.
Al fine di delimitare temporalmente l’integrazione e la registrazione delle fatture ricevute, l’articolo 47 DL 331/1993, comma 5, fissa nel mese successivo all’effettuazione dell’operazione il termine ultimo per l’integrazione e la registrazione della fattura di acquisto. Qualora entro tale termine non fosse pervenuta la fattura l’operatore residente deve emettere una autofattura entro il mese ancora successivo. E’ questa l’unica fattispecie al ricorrere della quale l’operatore residente deve emettere autofattura per gli acquisti intracomunitari.
Esemplificando, pensiamo alla commessa data d un soggetto stabilito in Germani per la pubblicazione di inserzioni in una rivista di settore. La commessa è stata affidata nel mese di gennaio mentre la pubblicazione è prevista nella rivista del mese di marzo. In questo esempio l’operazione si considera effettuata nel mese di marzo e, quindi, gli obblighi di integrazione e registrazione della fattura del fornitore tedesco devono essere assolti al più tardi entro il mese di aprile. Qualora entro tale termine l’operatore residente non abbia ricevuto la fattura dal fornitore tedesco dovrà entro il mese di maggio emettere una autofattura e procedere alla registrazione della stessa.
Una utile indicazione per determinare la data di ultimazione del servizio ci viene fornita dalla Direttiva comunitaria (2006/112/CE). L’articolo 226 prevede che tra gli elementi obbligatori da indicare nella fattura vi sia anche la data di ultimazione del servizio se diversa dalla data della fattura. Tale previsione non è stata adottata dal legislatore interno ma ben può, comunque, essere applicata dagli operatori.

* * *

Riassumendo:
1) Nel caso di prestatore italiano

TIPOLOGIA DI COMMITTENTE e DI OPERAZIONE DATA DI EFFETTUAZIONE DELL’OPERAZIONE DATA DI REGISTRAZIONE DELL’OPERAZIONE DATA DI COMUNICAZIONE MODELLI INTRASTAT
Stabilito in Italia (qualsiasi prestazione di servizi)  Data di pagamento della prestazione o se precedente, emissione della fattura Entro 15 giorno dall’emissione della fattura Non soggette a comunicazione Intrastat
Stabilito in UE o ExtraUE (prestazione di cui all’art. 7-ter) Data di ultimazione della prestazione o se precedente, data di incasso (se l’incasso è parziale limitatamente all’importo incassato) Entro 15 giorno dall’emissione della fattura Data di ultimazione della prestazione o se precedente, data di incasso (se l’incasso è parziale limitatamente all’importo incassato)
Stabilito in UE o ExtraUE (prestazione di cui all’art. 7-quater e quinquies) Data di pagamento della prestazione o se precedente, emissione della fattura Entro 15 giorno dall’emissione della fattura Non soggette a comunicazione Intrastat

2) Nel caso di committente italiano

TIPOLOGIA DI PRESTATORE DATA DI EFFETTUAZIONE DELL’OPERAZIONE DATA DI REGISTRAZIONE DELL’OPERAZIONE DATA DI COMUNICAZIONE MODELLI INTRASTAT
Stabilito in Italia (qualsiasi prestazione di servizi)  Data di pagamento della prestazione Entro il 31 dicembre del secondo anno solare successivo alla data della fattura Non soggette a comunicazione Intrastat
Stabilito in UE (prestazione di cui all’art. 7-ter) Data di ultimazione della prestazione o, se precedente, data di pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato) Si deve integrare la fattura entro il mese successivo alla data di ultimazione dell’operazione o se anteriore di pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato); in assenza del ricevimento della fattura si deve emettere autofattura entro il secondo mese successivo a quello di ultimazione dell’operazione o di pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato) Data di ultimazione della prestazione o, se precedente, data di pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato)
Stabilito ExtraUE (prestazione di cui all’art. 7-ter) Data di ultimazione della prestazione o, se precedente, data di pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato) Si deve emettere autofattura entro il 31 dicembre del secondo anno solare successivo alla data di ultimazione del servizio o se anteriore del pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato) Non soggette a comunicazione Intrastat
Stabilito UE o ExtraUE (prestazione di cui all’art. 7-quater e quinquies) Data di pagamento della prestazione Si deve emettere autofattura entro il 31 dicembre del secondo anno solare successivo alla data della fattura o del pagamento se anteriore (se il prestatore è comunitario è possibile in luogo dell’emissione dell’autofattura integrare la fatture ricevuta dal prestatore) Non soggette a comunicazione Intrastat

Da ultimo, si precisa che la registrazione tanto della fattura integrata che dell’autofattura deve essere effettuata sia nel registro Iva acquisti sia nel registro Iva vendite e che gli obblighi di comunicazione dell’operazione nei modelli Intrastat decorrono dalla data di registrazione e non da quella in cui l’operazione si intende realizzata (cioè la data di ultimazione del servizio reso o ricevuto).

* * *

Un ulteriore aspetto da tener presente è contenuto nell’ultimo periodo del nuovo comma 6 dell’articolo 6 DPR 633/18972 e riguarda una ampliamento di una regola già prevista anteriormente alla novella apportata dalla Comunitaria 2010 relativa alle prestazioni di servizi effettuate in modo continuativo di tipo generico (Cfr. articolo 7-ter DPR 633/1972).
Per le prestazioni generiche ricevute da un operatore comunitario, prima della modifica de quo, era previsto che dovessero essere fatturate, per il corrispettivo fin tanto maturato, al termine di ciascun anno solare se:
– di carattere continuativo nell’arco di più anni;
– non comportavano pagamenti anche parziali in tale periodo.

Dal 17 marzo scorso, tale disciplina viene allargata anche alle prestazioni rese, aventi le medesime caratteristiche.
Ciò significa che gli operatori nazionali dovranno, al ricorrere delle fattispecie descritte, fatturare le prestazioni rese e autofatturare (l’integrazione non è possibile in quanto il fornitore comunitario emetterà fattura solamente alla conclusione del servizio) quelle ricevute qualora tali prestazioni siano di carattere continuativo a cavallo di almeno due anni solari e non abbiano comportato il versamento di acconti.

 

* Dottore Commercialista in Venezia


9
Gen 12

Crisi da sovraindebitamento – esdebitazione

Con decreto legge 212/2011 sono state introdotte disposizioni in materia di composizione delle crisi da sovraindebitamento atte a dare una risposta urgente per fronteggiare le situazioni di crisi di piccole imprese e famiglie a cui non sono applicabili le disposizioni vigenti in materia di procedure concorsuali, offrendo loro “la possibilità di concordare con i creditori un piano di ristrutturazione dei debiti che determini la finale esdebitazione del soggetto in crisi”.

E’ stato introdotto un meccanismo di estinzione (controllata in sede giudiziale) di tutte le obbligazioni del soggetto sovraindebitato, con intervento dell’autorità giudiziaria limitato ad omologare l’accordo raggiunto tra debitore e creditore.

Il nuovo strumento, che cerca di venire incontro ai disagi causati dall’attuale grave crisi economica, può essere utilizzato da persone fisiche o enti non assoggettabili alle normali procedure concorsuali (fallimento, concordato preventivo, ecc), in sostanza persone fisiche o enti non imprenditori o imprenditori “minori”.

Nel nuovo istituto un ruolo chiave è svolto dagli organismi di composizione della crisi.

Studio Tomasin Commercialisti è in grado di assistere le persone interessate e di svolgere (ai sensi dell’art 18 del predetto decreto) le funzioni di organismo di composizione.


9
Gen 12

Il nuovo regime dei contribuenti minimi

dr Andrea D’Este*

A partire dal 2012 entrerà in vigore il regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e per i lavoratori in mobilità, introdotto dall’articolo 27, commi 1 e 2, del DL 6 luglio 2011, n. 98.
Si tratta del c.d. regime dei “super minimi”; super in quanti prevede maggiori requisiti per accedervi rispetto al precedente regime dei minimi introdotto dall’articolo 1, commi da 96 a 114 della legge 24 dicembre 2007, n. 244.
Potranno accedere al regime del super minimi le persone fisiche che soddisfano i requisiti contenuti nell’articolo 27, commi 1 e 2 del DL 6 luglio 2011 e quelli contenuti nell’articolo 1, commi da 96 a 99 della legge 24 dicembre 2007, n. 244. Per i vecchi minimi che non soddisfano i requisiti di cui ai commi 1 e 2 dell’articolo 27 predetto, si applicherà un inedito regime contabile agevolato, c.d. residuale, la cui disciplina è contenuta nei commi 3 e seguenti del medesimo articolo 27 citato.
Possono beneficiare del regime dei super minimi:
a) coloro che intraprendono un’attività d’impresa, arte o professione;
b) coloro che l’hanno intrapresa successivamente al 31 dicembre 2007.
c) coloro che non abbiano esercitato, nei tre anni precedenti l’inizio dell’attività, attività artistica, professionale ovvero d’impresa, anche in forma associata o familiare;
E’ inoltre necessario
a) che l’attività da esercitare non costituisca, in nessun modo, mera prosecuzione di altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, escluso il caso in cui l’attività precedentemente svolta consista nel periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni e il caso in cui il contribuente dia prova di aver perso il lavoro o di essere in mobilità per cause indipendenti dalla propria volontà (Cfr. Provvedimento Direttoriale 185820/2011 del 22 dicembre 2011);
b) qualora venga proseguita un’attività d’impresa svolta in precedenza da altro soggetto, l’ammontare dei relativi ricavi, realizzati nel periodo d’imposta precedente quello di riconoscimento del predetto beneficio, non sia superiore ad euro 30.000;
c) nell’anno solare precedente:
1) abbiano conseguito ricavi ovvero hanno percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori ad euro 30.000;
2) non abbiano effettuato cessioni all’esportazione;
3) non abbiano sostenuto spese per lavoratori dipendenti o collaboratori di cui all’articolo 50, comma 1, lettere c) e c bis), del TUIR anche assunti secondo la modalità riconducibile a un progetto, programma di lavoro o fase di esso, né erogato somme sotto forma di utili da partecipazione agli associati di cui all’articolo 53, comma 2, lettera c), del TUIR;
d) nel triennio solare precedente non abbiano effettuato acquisti di beni strumentali, anche mediante contratti di appalto e di locazione, pure finanziaria, per un ammontare complessivo superiore ad euro 15.000.

Sono, in ogni caso, esclusi dal regime agevolato:
a) le persone fisiche che si avvalgono di regimi speciali ai fini dell’imposta sul valore aggiunto;
b) i soggetti non residenti;
c) i soggetti che in via esclusiva o prevalente effettuano cessioni di fabbricati o porzioni di fabbricato, di terreni edificabili e di mezzi di trasporto nuovi;
d) gli esercenti attività d’impresa o arti e professioni in forma individuale che contestualmente partecipano a società di persone o associazioni di cui all’articolo 5 del Tuir ovvero a società a responsabilità limitata di cui all’articolo 116 del medesimo testo unico.

La permanenza nel regime è limitata: il nuovo regime si applica per l’anno di inizio dell’attività e nei successivi quattro. Tuttavia il regime è applicabile anche oltre il quarto periodo di imposta successivo a quello di inizio dell’attività ma non oltre il periodo di imposta di compimento del trentacinquesimo anno di età.
L’adesione al nuovo regime permette di beneficiare di una tassazione estremamente conveniente: si tratta di una imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi e delle addizionali regionali e comunicali del 5 per cento.
Altre rilevanti agevolazioni consistono dell’esclusione dal campo di applicazione dell’Iva e dell’Irap nonchè dalla disciplina degli studi di settore. Sono inoltre esonerati dalla tenuta delle scritture contabili e quelle in materia di Iva; dovranno però:
– conservare i documenti ricevuti ed emessi;
– conservare e numerare le fatture di acquisto, le bollette doganali e di certificare i corrispettivi.

I ricavi e i compensi percepiti dai super minimi non sono oggetto di ritenuta d’acconto da parte del cliente-committente. Infatti in presenza di una tassazione sostitutiva del 5 per cento, l’applicazione di una ritenuta d’acconto, seppur bassa, determinerebbe croniche situazioni creditorie, spesso difficilmente assorbibili (Cfr. Provvedimento Direttoriale 185820/2011 del 22 dicembre 2011).
Al fine di ottenere l’esclusione dall’applicazione della ritenuta d’acconto sono obbligati a rilasciare una autocertificazione al proprio cliente-committente ove si comunica l’adesione al regime agevolativo.
Il regime dei super-minimi è un regime naturale per cui nessuna comunicazione deve essere effettuata in presenza dei requisiti richiesti. Il passaggio avviene attraverso il comportamento concludente.
La fuoriuscita dal regime avviene allorquando:
– viene superato il limite di euro 30.000 di ricavi;
– vengono effettuate esportazioni;
– vengono impiegati lavoratori dipendenti o parasubordinati;
– viene superato il limite di euro 15.000 di beni strumentali;
– si trasferisce la residenza all’estero;
– si acquisiscono partecipazioni in società di persone, a responsabilità limitata oppure in associazioni di cui all’articolo 5 del Tuir.

In tali circostanze la fuoriuscita inizia dall’esercizio successivo, mentre qualora venga superata la soglia di euro 45.000 di ricavi, la fuoriuscita avviene con decorrenza dall’inizio dell’esercizio in cui è avvenuto il superamento. In tale circostanza dovranno essere posti in atto tutti gli adempimenti previsti per il regime c.d. residuale di cui ai commi 2 e seguenti del DL 6 luglio 2011, n. 6.
Da ultimo, coloro che escono, per qualsiasi ragione dal regime di vantaggio, non potranno più rientrarvi (Cfr. Provvedimento Direttoriale 185820/2011 del 22 dicembre 2011).

* Dottore Commercialista e Revisore Contabile in Venezia


12
Dic 11

Comunicazione operazioni di importo non inferiore ad euro 3.000

dr Andrea D’Este*

Introduzione
In questi ultimi anni la lotta all’evasione fiscale è diventata non solo una questione etica ma soprattutto uno strumento per recuperare base imponibile da destinare alla copertura di continue manovre fiscali; solo nel 2011, ad oggi, ve ne sono state tre, senza considerare l’ultima a firma del governo Monti.
Per fare emergere l’enorme economia sommersa, stimata in circa 120 miliardi di euro all’anno, l’Amministrazione sta adottando molteplici strumenti. Il primo e più importante è il controllo delle transazioni tra operatori economici, che attualmente si possono classificare in tre diverse ipotesi:
– transazioni tra residenti e soggetti aventi sede o domicilio in Paesi c.d. Black List (Paradisi Fiscali);
– transazioni tra residenti e soggetti aventi sede o domicilio nella Comunità Europea;
– transazioni tra residenti e tra residenti e altri soggetti non residenti.

Per ognuna delle tipologie di scambio elencate è previsto uno specifico obbligo comunicativo.
Il secondo strumento messo in atto è una intensificazione dei controlli fiscali presso le imprese, anche di tipo programmatico come per i “grandi contribuenti”.
La terza metodologia è una serie eterogenea di strumenti finalizzati a colpire pratiche diffuse aventi il precipuo scopo di far emergere il reale tenore di vita dei contribuenti, soprattutto delle persone fisiche. Rientrano in tale tipologia le comunicazioni circa l’utilizzo dei beni aziendali da parte di soci e famigliari e ancora le comunicazioni all’Anagrafe Tributaria per determinati servizi (tra tutti le assicurazioni e le utenze domestiche).

Comunicazione delle operazioni di importo non inferiore ad euro 3.000
Sotto l’aspetto del controllo delle transazioni commerciali, l’articolo 21 della legge 31 maggio 2010, n. 78 ha introdotto a carico dei soggetti passivi Iva uno strumento già utilizzato in passato sotto il nome di “elenco clienti e fornitori”. Si differenzia dal suo predecessore sotto molteplici aspetti, ma soprattutto perché include le transazioni verso le persone fisiche non titolari di partita Iva.
Il Provvedimento Direttoriale del 22 dicembre 2010 ha dato attuazione alla disposizione normativa predetta, disciplinando dettagliatamente il nuovo obbligo comunicativo. Successivamente l’Agenzia delle Entrate con la circolare 24/E del 30 maggio 2011 e con il comunicato stampa dell’11 ottobre 2011 ha spiegato in modo più operativo il nuovo obbligo.

1. Soggetti obbligati alla comunicazione
Sono obbligati alla comunicazione tutti i soggetti passivi Iva che effettuano operazioni rilevanti ai fini di tale imposta. Sono quindi inclusi, tra gli altri:
– i soggetti in regime di contabilità semplificata (imprese ed esercenti arti e professioni) di cui agli articoli 18 e 19, DPR 29 settembre 1973, n. 600;
– gli enti non commerciali, limitatamente alle operazioni effettuate nell’esercizio di attività commerciali o agricole, ai sensi dell’articolo 4, DPR 26 ottobre 1972, n. 633;
– i soggetti non residenti con stabile organizzazione in Italia, quelli operanti tramite rappresentante fiscale, ovvero identificati direttamente in Italia;
– i curatori fallimentari ed i commissari liquidatori per conto della società fallita o in liquidazione coatta amministrativa;
– i soggetti che si avvalgono della dispensa da adempimenti per le operazioni esenti ai sensi dell’articolo 36-bis, DPR 26 ottobre 1972, n. 633;
– i soggetti che applicano il regime fiscale agevolato per le nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo ai sensi dell’articolo 13, legge 23 dicembre 2000, n. 388.

Sono esclusi i soggetti minimi di cui all’articolo 1, commi 96-116, legge 24 dicembre 2007 n. 244, pur essendo in possesso del numero di partita Iva.

2. Operazioni oggetto di comunicazioni
Sono le operazioni rilevanti ai fini Iva rese o ricevute dai soggetti obbligati alla comunicazione, se di importo superiore ad euro 3.000 al netto dell’Iva. Per operazioni rilevanti ci si riferisce alle operazioni imponibili, alle operazioni non imponibili (articolo 8, DPR 26 ottobre 1972, n. 633 escluse quelli di cui al comma 1, lettera a) e b) e articoli 8-bis, 9, 71 e 72 del medesimo decreto) e alle operazioni esenti (articolo 10, DPR 26 ottobre 1972, n. 633). Sono ricompresse anche le operazioni soggette al regime del margine e al reverse charge.
Suddividendo per tipologia di operazione vi rientrano quindi:
– acquisti di beni;
– vendite di beni;
– servizi ricevuti;
– servizi resi.

Per le operazioni rilevanti non soggette all’obbligo di emissione della fattura (cessioni dei commercianti al minuto, trasporto di persone e prestazioni alberghiere e altre di cui all’articolo 22 DPR 633/1972), il limite oltre il quale diventa obbligatoria la comunicazione è stato fissato in euro 3.600. Da non interpretare come 3.000 oltre Iva del 20% (aliquota in vigore la momento di emanazione del Provvedimento direttoriale). Infatti tale limite si applica indipendentemente dall’aliquota Iva applicabile: si pensi alle somministrazione di alimenti e bevande che scontano l’aliquota ridotta del 10%.
Di assoluto rilievo è la distinzione tra beni e servizi. Per i primi il limite di euro 3.000 vale per singolo acquisto e/o vendita mentre per i secondi la situazione si complica. Infatti il Provvedimento predetto prevede espressamente che “qualora siano stipulati più contratti tra loro collegati, ai fini del calcolo del limite, si considera l’ammontare complessivo dei corrispettivi previsti per tutti i predetti contratti. Per i contratti di appalto, di fornitura, di somministrazione e gli altri contratti da cui derivano corrispettivi periodici, l’operazione è da comunicare qualora i corrispettivi dovuti in un anno solare siano complessivamente di importo pari o superiore a euro tremila”.
Per queste tipologie di contratti, collegati o a corrispettivi periodici, la soglia di euro 3.000 và determinata non per singola transazione ma su base annuale, avendo cura di indicare quanto previsto contrattualmente, indipendentemente dalla fatturazione e/o incasso o pagamento.
Il Provvedimento non illustra cosa debba intendersi per contratto collegato e per contratto con corrispettivi periodici. A farlo è la circolare 24/E/2011 e il comunicato stampa dell’11 ottobre 2011 con il quale l’Agenzia delle Entrate risponde a numerosi quesiti posti delle Associazioni di categoria.
Per contratto collegato deve intendersi una parte della complessiva intenzione delle parti, che viene realizzata attraverso una pluralità di schemi negoziali diversi. La circolare evidenzia che “secondo il consolidato orientamento della Corte di Cassazione, il collegamento negoziale, sia che trovi la sua fonte nella legge ovvero nell’autonomia negoziale delle parti, è essenzialmente un meccanismo mediante il quale le parti perseguono un risultato economico unitario e complesso che viene realizzato non per mezzo di un singolo contratto bensì mediante una pluralità coordinata di contratti; tale collegamento può, tra l’altro, riguardare sia l’elemento oggettivo che quello soggettivo”.
La volontà dell’Amministrazione è quella di rendere obbligatoria la comunicazione anche qualora i singoli contratti costituenti lo schema negoziale complessivo siano, singolarmente considerati, di valore inferiore alla soglia di euro 3.000.
Per contratto con corrispettivi periodici si individua, invece, un singolo contratto per il quale le parti abbiano contrattualmente previsto il pagamento frazionato del corrispettivo. Il fine è quello di obbligare alla comunicazione anche contratti aventi pagamenti frazionati inferiori alla soglia di euro 3.000 ma di importo complessivo maggiore.
Sono escluse dalla comunicazione:
1) importazioni ed esportazioni, perché già oggetto di controllo doganale. Sono escluse le c.d. esportazioni indirette e le c.d. triangolazioni comunitarie: le prime sono quelle a favore degli esportatori abituali e le seconde perché il controllo doganale è presente nell’esportazione fatta dall’acquirente residente ma non nella prima cessione;
2) operazioni con soggetti stabiliti in Paesi Black List perché già riepilogate nell’apposito modello. Si precisa che tale adempimento è entrato in vigore per le operazioni effettuate dal mese di luglio dell’anno 2010; pertanto andranno inserite nella comunicazione de quo quelle effettuate nel primo semestre dell’anno 2010;
3) operazioni già oggetto di comunicazione all’Anagrafe Tributaria; rientrano in tale ipotesi:
– “contratti di assicurazione, ad esclusione di quelli relativi alla responsabilità civile ed alla assistenza e garanzie accessorie, relativamente ai soggetti contraenti; contratti di somministrazione di energia elettrica, di servizi di telefonia, fissa, mobile e satellitare, di servizi idrici e del gas, relativamente agli utenti” – articolo 7, DPR 29 settembre 1973 n. 605, comma 5, che rinvia all’articolo 6 del citato DPR, comma 6-bis;
– contratti di mutuo agrario e fondiario – articolo 78, comma 25, legge 30 dicembre 1991, n. 413;
– atti relativi a diritti sugli immobili – articolo 3-bis, D.Lgs 18 dicembre 1997, n. 463;
– contratti di leasing – articolo 7, DPR 29 settembre 1973 n. 605 e Provvedimento Direttore Agenzia delle Entrate 2011/119563;
4) operazioni “fuori campo Iva” – articolo 7 s.s., DPR 26 ottobre 1972, n. 633;
5) le operazioni effettuate nei confronti di contribuenti non soggetti passivi ai fini IVA, qualora il pagamento dei corrispettivi sia avvenuto mediante carte di credito, di debito o prepagate. Si evidenzia che non rientrano tra le citate carte di credito, di debito o prepagate, quelle emesse da operatori finanziari non residenti e senza stabile organizzazione nel territorio nazionale (pertanto, ove il pagamento venga eseguito con tali ultime carte, sussiste l’obbligo di comunicazione dell’operazione).

3. Dati da indicare nella comunicazione
Il modello Ministeriale si compone di cinque sezioni oltre ad una iniziale contenente i dati dal soggetto obbligato. Nelle cinque sezioni vanni indicati:
– Sezione 1: dettaglio operazioni con soggetti residenti non titolari di partita Iva;
– Sezione 2: dettaglio operazioni con soggetti residenti titolari di partita Iva;
– Sezione 3: dettaglio operazioni con soggetti non residenti;
– Sezione 4: dettaglio operazioni con soggetti residenti – note di variazione;
– Sezione 5: dettaglio operazioni con soggetti non residenti – note di variazione

Nel prosegui espongo il dettaglio analitico delle singole sezioni:

 

Sezione 1

Codice fiscale del contribuente Indicare il codice fiscale del contribuente che presenta la comunicazione
Codice fiscale della controparte Indicare il codice fiscale della controparte cui l’operazione si riferisce
Data operazione Indicare nel formato GGMMAAAA. La data deve essere inclusa nell’anno di riferimento o nell’anno immediatamente precedente.
Modalità pagamento Indicare il valore1= Importo non frazionato 2= Importo frazionato 3= Corrispettivi periodici
Importo dovuto Indicare i valori arrotondati all’unità di euro privi della parte decimale e del segno

 

Sezione 2

Codice fiscale del contribuente Indicare il codice fiscale del contribuente che presenta la comunicazione
Partita IVA della controparte Indicare il codice fiscale della controparte cui l’operazione si riferisce
Data operazione Indicare nel formato GGMMAAAA. La data deve essere inclusa nell’anno di riferimento o nell’anno immediatamente precedente.
Numero della fattura Non obbligatorio
Modalità pagamento Indicare il valore 1= Importo non frazionato 2= Importo frazionato 3= Corrispettivi periodici
Importo dovuto Indicare i valori arrotondati all’unità di euro, privi della parte decimale e del segno
Imposta Indicare i valori arrotondati all’unità di euro, privi della parte decimale e del segno. Se uguale a zero non valorizzare.
Tipologia operazione Indicare il valore 1= Cessione e/o prestazione 2 = Acquisto e/o prestazione ricevuta

 

Sezione 3

1) SE LA CONTROPARTE E’ PERSONA FISICA
Cognome Obbligatorio se compilato il campo “Nome”
Nome Obbligatorio se compilato il campo “Nome”
Data di nascita Indicare la data di nascita della controparte persona fisica cui l’operazione si riferisce nel formato GGMMAAAA
Provincia di nascita Indicare la Provincia del Comune italiano di nascita della controparte; in caso di stato estero di nascita indicare il valore EE
Comune o stato estero di nascita Indicare il Comune o Stato estero di nascita della controparte persona fisica cui l’operazione si Riferisce
Codice stato estero del domicilio Indicare il codice Stato estero di domicilio della controparte, desumibile dalla tabella ministeriale “Elenco degli stati esteri”

 

2) SE LA CONTROPARTE E’ UNA PERSONA GIURIDICA
Denominazione/Ragione sociale Indicare la denominazione/Regione sociale della controparte
Città estera sede legale Indicare la città estera della sede legale della controparte
Codice stato estero sede legale Indicare il codice Stato estero della sede legale della controparte, desumibile dalla tabella ministeriale “Elenco degli stati esteri”
Indirizzo estero sede legale Indicare l’indirizzo della sede legale all’estero della controparte cui l’operazione si riferisce

 

3) SE LA CONTROPARTE E’ DIVERSA DA UNA PERSONA FISICA E DA UNA PERSONA GIURIDICA COMPILARE I CAMPI SECONDO LE ISTRUZIONI FORNITE PER LE PERSONE FISICHE E LE PERSONE GIURIDICHE

 

4) PER OGNUNA DELLE CONTROPARTI
Data operazione Indicare nel formato GGMMAAAA. La data deve essere inclusa nell’anno di riferimento o nell’anno immediatamente precedente.
Numero della fattura Non obbligatorio
Modalità pagamento Indicare valore 1= Importo non frazionato 2= Importo frazionato 3= Corrispettivi periodici
Importo dovuto Indicare i valori arrotondati all’unità di euro, privi della parte decimale e del segno
Imposta Indicare i valori arrotondati all’unità di euro, privi della parte decimale e del segno. Se a zero non valorizzare.
Tipologia operazione Indicare il valore 1= Cessione e/o prestazione 2 = Acquisto e/o prestazione ricevuta

 

Sezione 4

Partita IVA della controparte Indicare la partita Iva della controparte cui l’operazione si riferisce
Codice fiscale della controparte Obbligatorio se controparte è priva della partita Iva
Data nota di variazione Indicare nel formato GGMMAAAA. La data deve essere inclusa nell’anno di riferimento o nell’anno immediatamente precedente.
Numero della nota di variazione Non obbligatorio
Imponibile Indicare i valori arrotondati all’unità di euro, privi della parte decimale e del segno.
Imposta Indicare i valori arrotondati all’unità di euro, privi della parte decimale e del segno. Se a zero non valorizzare.
Data della fattura da rettificare Indicare nel formato GGMMAAAA. La data deve essere inclusa nell’anno di riferimento o in quelli precedenti.
Numero della fattura da rettificare Indicare il numero della fattura da rettificare
Variazione dell’imponibile Obbligatorio; indicare valore “C”= Credito “D” = Debito
Variazione dell’imposta Obbligatorio se il campo “Imposta di variazione” è compilato; indicare valore “C”= Credito “D” = Debito

 

Sezione 5

1) SE LA CONTROPARTE E’ PERSONA FISICA
Cognome Obbligatorio se compilato il campo “Nome”
Nome Obbligatorio se compilato il campo “Nome”
Data di nascita Indicare la data di nascita della controparte persona fisica cui l’operazione si riferisce  nel formato GGMMAAAA
Provincia di nascita Indicare la Provincia del Comune italiano di nascita della controparte; in caso di Stato estero di nascita indicare il valore EE
Comune o stato estero di nascita Indicare il Comune o Stato estero di nascita della controparte persona fisica cui l’operazione si Riferisce
Codice stato estero del domicilio Indicare il codice Stato estero di domicilio della controparte, desumibile dalla tabella ministeriale “Elenco degli stati esteri”

 

2) SE LA CONTROPARTE E’ UNA PERSONA GIURIDICA
Denominazione/Ragione sociale Indicare la denominazione/Regione sociale della controparte
Città estera sede legale Indicare la città estera della sede legale della controparte
Codice stato estero sede legale Indicare il codice Stato estero della sede legale della controparte, desumibile dalla tabella ministeriale “Elenco degli stati esteri”
Indirizzo estero sede legale Indicare l’indirizzo di sede legale estero della controparte cui l’operazione si riferisce

 

3) SE LA CONTROPARTE E’ DIVERSA DA UNA PERSONA FISICA E DA UNA PERSONA GIURIDICA COMPILARE I CAMPI SECONDO LE ISTRUZIONI FORNITE PER LE PERSONE FISICHE E LE PERSONE GIURIDICHE

 

4) PER OGNUNA DELLE CONTROPARTI
Data nota di variazione Indicare nel formato GGMMAAAA. La data deve essere inclusa nell’anno di riferimento o nell’anno immediatamente precedente.
Numero della nota di variazione Non obbligatorio
Imponibile Indicare i valori arrotondati all’unità di euro, privi della parte decimale e del segno.
Imposta Indicare i valori arrotondati all’unità di euro, privi della parte decimale e del segno. Se a zero non valorizzare.
Data della fattura da rettificare Indicare nel formato GGMMAAAA. La data deve essere inclusa nell’anno di riferimento o in quelli precedenti.
Numero della fattura da rettificare Indicare il numero della fattura da rettificare
Variazione dell’imponibile Indicare il valore “C”= Credito “D” = Debito
Variazione dell’imposta Obbligatorio se il campo “Imposta di variazione” è compilato; indicare valore “C”= Credito “D” = Debito


4. Termini di presentazione, sanzioni e modalità di invio della comunicazione
La comunicazione deve essere effettuata entro il 30 aprile dell’anno successivo a quello di riferimento.
Per i soggetti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, dovranno indicare nella comunicazione i dati rilevanti anche se compresi in due periodi d’imposta diversi.
E’ prevista la possibilità di inviare un modello sostitutivo ad altro inviato precedentemente entro 30 giorni dalla presentazione di quest’ultimo.
Successivamente a tale termine e comunque entro la data di presentazione del modello relativo all’anno successivo, è ammessa la presentazione di un modello integrativo. In tal caso è necessario procedere al ravvedimento operoso di cui all’articolo 13 D.Lgs 18 dicembre 1997, n. 472, con il versamento di euro 32,25 pari ad 1/8 del minimo.
Il mancato invio della comunicazione così pure l’invio con dati non veritieri o incompleti, comporta l’applicazione della sanzione amministrativa da euro 258 ad euro 2.065.
L’invio della comunicazione può essere fatto esclusivamente mediante modalità telematica: Entratel o
Fisconline per gli utenti abilitati oppure attraverso intermediari abilitati ai sensi dell’articolo 3, commi 2-bis e 3, DPR 22 luglio 1998, n. 322.

5. Comunicazione per l’anno 2010
Solamente per il primo anno di applicazione della nuova comunicazione, la soglia di rilevanza è fissata ad euro 25.000 ed è prevista l’esclusione per le operazioni per le quali non è obbligatorio emettere la fattura ai sensi dell’articolo 22 DPR 26 ottobre 1972, n. 633. Per tale periodo d’imposta la scadenza per l’invio della comunicazione, inizialmente prevista per il 31 ottobre 2011 è stata prorogata al 31 dicembre 2011.


* Dottore Commercialista e Revisore Contabile in Venezia


24
Ott 11

Studi di settore: novità di mezza estate

di Andrea D’Este*

Il DL 98/2011 ha apportato rilevanti modifiche in materia di studi di settore, sia sotto l’aspetto sanzionatorio che in quello accertativo.
In particolare, l’aumento delle sanzioni ha riguardato due fattispecie:
– omessa presentazione del modello;
– infedele dichiarazione del modello.

Nel primo caso l’irregolarità si compie non allegando il modello degli studi di settore alla dichiarazione dei redditi, nei caso in cui il contribuente vi è obbligato. D’ora in poi si applicherà, in ogni caso, la sanzione massima di euro 2.065,82 (articolo 8, comma 1, D.Lgs 471/1997).
L’ipotesi della omessa presentazione del modello è rilevante in molti casi di non normale attività che potrebbero spingere il contribuente a non allegare il modello degli studi di settore, nella convinzione che tale anormalità giustifichi la mancata compilazione del modello.
Si tratta, nello specifico, di alcune cause (tra le quali la dichiarazione di fallimento, la gestione liquidatoria dell’impresa oppure il mancato realizzo di ricavi per inattività dell’impresa) che potrebbero trarre in inganno il contribuente. In molte di tali circostanza, tuttavia sussiste l’obbligatorietà alla allegazione del modello, talvolta senza elaborazione dei dati ivi contenuti. Si veda il grafico infra.
Relativamente alla infedele compilazione del modello il comma 2-bis.1 dell’articolo 1 del D.Lgs 471/1997 innalza del 50% le sanzioni previste per l’infedele dichiarazione dei redditi, Irap e Iva. Nello specifico la sanzione minima del 100% dell’imposta non dichiarata viene aumentata al 150% e quella massima del 200% sale fino al 300%. L’applicazione della sanzione maggiorata è, tuttavia, subordinata al superamento del reddito accertato rispetto a quello dichiarato della misura del 10% di quest’ultimo (cfr. circolare Agenzia delle Entrate 41/2011).
Le modifiche al sistema sanzionatorio si applicano con riguardo alle violazioni commesse a decorrere dal 6 luglio 2011 (data di entrata in vigore del decreto), in ragione del principio espresso dall’articolo 3 del D.Lgs. 472/1997. Si applicheranno, quindi, anche alle dichiarazioni dei redditi dell’anno 2010 presentate dal 6 luglio 2011.
Sembrerebbero assoggettati alle sanzioni maggiorate solo i contribuenti effettivamente soggetti agli studi di settore e non quelli esclusi con l’obbligo di presentazione del modello “a fini statistici”, come i contribuenti che hanno dichiarato ricavi o compensi di ammontare superiore a 5.164.569 euro e inferiore a 7.500.000 euro, oppure che rientrano in una delle cause di esclusione previste nelle ipotesi di cessazione dell’attività o non normale svolgimento dell’attività. Sul punto si attende un chiarimento ufficiale da parte dell’Amministrazione Finanziaria.
Sotto l’aspetto dei poteri di accertamento e controllo accordati ai funzionari dell’Agenzia delle Entrate e del corpo della Guardia di Finanza, il DL 98/2011 ha introdotto nell’articolo 39 DPR 600/1973 una nuova fattispecie (nuova lettera d-ter, secondo comma) che legittima l’accertamento induttivo “quando viene rilevata l’omessa o infedele indicazione dei dati previsti nei modelli per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore, nonché l’indicazione di cause di esclusione o di inapplicabilità degli studi di settore non sussistenti”.
Sono contemplate tre distinte condotte che legittimano l’accertamento induttivo:
– omessa compilazione del modello;
– infedele dichiarazione del modello;
– indicazione di cause di esclusione/inapplicabilità non sussistenti.

Condizione affinché gli Uffici determinino in modo induttivo e quindi sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, con facoltà di prescindere in tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili in quanto esistenti e di avvalersi anche di presunzioni semplici, è che siano irrogabili le sanzioni di cui al comma 2-bis, articolo 1, D.Lgs 471/1997. Tale rinvio prevede che l’accertamento di tipo induttivo scatti in presenza di omessa o infedele dichiarazione oppure di indicazione di cause di esclusione/inapplicabilità allorquando il reddito accertato è superiore del 10% rispetto a quello dichiarato.
Si tratta di un limite estremamente basso, facilmente superabile anche senza nessun intento evasivo. Si pensi, per tutti, l’indicazione di alcuni dati del quadro D degli studi di settore, che derivano, spesso, da apprezzamenti e misurazioni soggettive, a cui non si collegano quantificazioni certe e precise. Anche nel quadro F dei dati contabili, le istruzioni sono lacunose e la compilazione viene spesso interpretata dal contribuente (o dal suo consulente).
Sempre in tema di accertamenti basati sulle risultanze degli studi di settore merita commentare il comma 4-bis della Legge 146/1998. Non si tratta di fattispecie legate all’accertamento di tipo induttivo bensì all’accertamento basato sulle presunzioni qualificate (gravi, precise e concordanti) previste dalla lettera d) del primo comma dell’articolo 39 DPR 600/1973.
In tale disposizione è contenuta una franchigia a favore del contribuente pari al 40% dei ricavi o compensi e comunque con un massimo di euro 50.000. Qualora i ricavi o i compensi non dichiarati siano inferiori al 40% di quelli dichiarati, il contribuente congruo e coerente non può essere sottoposto ad accertamento induttivo a meno che lo stesso non abbia:
– omesso la presentazione del modello degli studi di settore;
– presentato un modello infedele;
– indicato cause di esclusione/inapplicabilità inesistenti.

Inoltre il riparo dall’accertamento di tipo induttivo è effettivo qualora il contribuente sia risultato congruo anche nel modello degli studi di settore dell’anno precedente: tale modifica è stata introdotta dalla c.d. manovra di Ferragosto (DL 138/2011).
Da ultimo, la manovra estiva ha anche eliminato l’obbligo di motivazione dell’atto di accertamento basato sulle risultanza degli studi di settore. Il precedente testo prevedeva che “In caso di rettifica, nella motivazione dell’atto devono essere evidenziate le ragioni che inducono l’ufficio a disattendere le risultanze degli studi di settore in quanto inadeguate a stimare correttamente il volume di ricavi o compensi potenzialmente ascrivibili al contribuente”.
Al fine di evitare di incorrere in omissioni che si ripercuotono pesantemente sui contribuenti in termini di sanzioni e possibili sottoposizione ad attività accertative, ripropongo un utile elenco degli obblighi gravanti sui contribuenti in presenza di cause di esclusione:


Il contribuente applica Modello Ine Modelli parametri Modelli studi di settore Note
1 – Inizio attività nel corso del periodo d’imposta
Studi di settore Si No No
Parametri Si No No
2 – Cessazione dell’attività nel corso del periodo d’imposta
Studi di settore No No Si Studio solo come allegato
Parametri Si No No
3 – Ammontare di ricavi dichiarati o compensi superiori a 5.164.569 euro ma inferiori a 7,5 milioni di euro
Studi di settore No No Si
Parametri No No No
4 – Ammontare di ricavi dichiarati o compensi superiori a 7,5 milioni di euro
Studi di settore Si No No
Parametri No No No
4 – Ammontare di ricavi dichiarati o compensi superiori a 5.164.569 milioni di euro
Studi di settore No No No
Parametri Si No No
5 – Periodo di non normale svolgimento dell’attività (liquidazione ordinaria)
Studi di settore No No Si Studio solo come allegato
Parametri Si No No
6 – Periodo di non normale svolgimento dell’attività (liquidazione coatto amministrativa o fallimento)
Studi di settore No No Si Studio solo come allegato
Parametri Si No No
7 – Altre situazioni di non normale attività
Studi di settore No No Si Studio solo come allegato
Parametri Si No No
8 – Periodo d’imposta di durata superiore o inferiore a dodici mesi
Studi di settore No No No
Parametri Si No No
9 – Determinazione del reddito con criteri forfettari
Studi di settore No No Si Studio solo come allegato senza compilare il quadro F
Parametri No No No
10 – Svolgimnto dell’attività di vendite a domicilio
Studi di settore No No No
Parametri No No No
11 – Classificazione in una categoria reddituale diversa da quella prevista nel modello studi di settore approvato per l’attività esercitata
Studi di settore Si No No
Parametri Si No No
12 – Modifica nel corso del periodo d’imposta dell’attività esercitata, nel caso in cui le due attività siano soggette a differenti studi di settore
Studi di settore No No Si Studio solo come allegato
Parametri No No No Si applica lo studio dell’attività con ricavi maggiori, anche se cessata


* Dottore Commercialista e Revisore Contabile in Venezia