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4
Mar 14

Procedura di collaborazione volontaria per il rientro di capitali dall’estero non dichiarati (c.d. “Voluntary Disclosure”)

dr Giulio Rigato*

PREMESSA
Il 29 gennaio 2014, a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, è entrato in vigore il D.L. 28.01.2014 n. 4 contenente disposizioni urgenti in materia di emersione e rientro di capitali detenuti all’estero. In particolare, il decreto aggiunge gli artt. da 5-quater a 5-septies al D.L. 28.06.1990 n 167.
Scopo della normativa è quello di consentire, attraverso la cosiddetta “voluntary disclosure”, definita “collaborazione vontaria”, la regolarizzazione di capitali non dichiarati illecitamente detenuti in territorio sia europeo che extracomunitario. Tale regolarizzazione avviene tramite una richiesta spontanea del contribuente, che deve essere presentata entro il 30 settembre 2015.
Lo sconto è concentrato sulle sanzioni, penali e amministrative; la procedura è basata sulla piena trasparenza dell’operazione (non è previsto l’anonimato).
Possono avvalersi della procedura gli autori di violazione degli obblighi di dichiarazione commesse fino al 31 dicembre 2013.

Procedure simili sono state varate negli ultimi anni dagli USA, dalla Gran Bretagna, dalla Germania, dalla Francia e dalla Spagna.

MONITORAGGIO
Le persone fisiche, le società semplici ed equiparate residenti in Italia e gli enti non commerciali che, nel periodo d’imposta, detengono investimenti all’estero o attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, sono tenuti a indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi.
Sono inoltre tenuti agli obblighi di dichiarazione i soggetti che, pur non essendo possessori diretti degli investimenti esteri e delle attività estere di natura finanziaria, siano considerati “titolari effettivi” dell’investimento secondo quanto previsto dall’art. 1, Co. 2, lettera u) del D.Lgs 231/2007 e dal relativo allegato tecnico.

ADEMPIMENTI
Per poter accedere alla procedura volontaria, l’autore della violazione dovrà:
A) indicare all’Amministrazione Finanziaria, mediante la presentazione di apposita richiesta, tutti gli investimenti e tutte le attività di natura finanziaria costituiti o detenuti all’estero, anche indirettamente o per interposta persona, fornendo i relativi documenti e le informazioni per la ricostruzione dei redditi che servirono per costituirli, acquistarli o che derivano dalla loro dismissione o utilizzo a qualunque titolo, relativamente a tutti i periodi d’imposta per i quali, alla data di presentazione della richiesta, non sono scaduti i termini per l’accertamento o la contestazione della violazione degli obblighi di dichiarazione di cui all’articolo 4, comma 1;
B) versare in unica soluzione le somme dovute.

CAUSE OSTATIVE
La collaborazione volontaria non è ammessa se la richiesta è presentata dopo che l’autore della violazione abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell’inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali, per violazione di norme tributarie, relativi alle suddette attività.
La preclusione opera anche nelle ipotesi in cui la formale conoscenza delle suddette circostanze è stata acquisita da soggetti solidalmente obbligati in via tributaria o da soggetti concorrenti nel reato.
La richiesta di accesso alla collaborazione volontaria non può essere presentata più di una volta, anche indirettamente o per interposta persona

SCADENZA
La procedura di collaborazione volontaria può essere attivata fino al 30 Settembre 2015.

EFFETTI DELLA PROCEDURA
Nei confronti di colui che presta la collaborazione volontaria:
a) è esclusa la punibilità per i delitti di cui agli artt. 4 (Dichiarazione infedele) e 5 (Omessa dichiarazione) del D.Lgs 10 marzo 2000, n. 74;
b) sono diminuite fino alla metà le pene previste per i delitti di cui agli artt. 2 (Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti) e 3 (Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici) del D.Lgs 10 marzo 2000, n. 74.
Tali agevolazioni si applicano limitatamente alle condotte relative agli imponibili riferibili alle attività costituite o detenute all’estero.

RIDUZIONE DELLE SANZIONI
Le sanzioni di cui all’articolo 5, comma 2, D.L. 167/1990 sono determinate, nella misura pari alla metà del minimo previsto dalle legge se:
a) le attività vengono trasferite in Italia o in Stati membri dell’Unione europea e in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo che consentono un effettivo scambio di informazioni con l’Italia inclusi nella lista di cui al D.M. 4 settembre 1996; ovvero
b) le attività trasferite in Italia o nei predetti Stati erano o sono ivi detenute; ovvero
c) l’autore delle violazioni, rilascia all’intermediario finanziario estero presso cui le attività sono detenute un’autorizzazione a trasmettere alle autorità finanziarie italiane richiedenti tutti i dati concernenti le attività oggetto di collaborazione volontaria e allega copia di tale autorizzazione, controfirmata dall’intermediario finanziario estero, alla richiesta di collaborazione volontaria.
Nei casi diversi dai precedenti, la sanzione è determinata nella misura del minimo di legge, ridotto di un quarto.

COMUNICAZIONE ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA
Entro 30 giorni dall’effettuazione dei versamenti, l’Agenzia delle Entrate comunica all’Autorità Giudiziaria competente la conclusione della procedura di collaborazione volontaria.

MODALITÀ OPERATIVE
Le modalità di presentazione dell’istanza e di pagamento dei relativi debiti tributari, nonché ogni altra modalità applicativa, sono disciplinate con apposito provvedimento.

LE TAPPE DELLA PROCEDURA
1) Verifica preliminare: è fondamentale che il contribuente valuti attentamente la convenienza della disclosure e le possibili conseguenze (anche penali). La procedura riguarda tutte le attività estere, che vanno dichiarate e tassate per intero.
2) Presentazione della richiesta di disclosure sulla base dei moduli che verranno messi a punto dalle Entrate, con l’indicazione di tutti gli investimenti e le attività di natura finanziaria, costituiti o detenuti all’estero anche indirettamente.
3) Produzione di tutta la documentazione necessaria per la ricostruzione dei redditi utilizzati per creare i fondi all’estero e di quelli prodotti da tali fondi, indicando i periodi d’imposta interessati.
4) L’Agenzia emana gli avvisi di accertamento (per le eventuali maggiori imposte e connesse sanzioni di infedele dichiarazione) e gli atti di contestazioni di sanzioni (per violazioni da RW).
5) Il contribuente, se ritiene vi siano margini per ridurre la pretesa dell’avviso di accertamento, può presentare istanza di accertamento con adesione (non per le sanzioni RW).
6) Il contribuente versa tutte le imposte, interessi e sanzioni ridotte risultanti da accertamento in un’unica soluzione. Può impugnare gli atti ma perde i benefici della disclosure.

EFFETTI DEL MANCATO PAGAMENTO
Se il contribuente destinatario dell’atto di contestazione non versa le somme dovute nei termini previsti, la procedura di collaborazione volontaria non si perfeziona. L’Agenzia delle Entrate notifica, anche in deroga agli ordinari termini di decadenza, un nuovo atto di contestazione con la rideterminazione della sanzione, entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello di notifica dell’avviso di accertamento o a quello di redazione dell’atto di adesione o di notifica dell’atto di contestazione.
Chiunque, nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria, esibisce o trasmette atti o documenti falsi in tutto o in parte ovvero fornisce dati e notizie non rispondenti al vero, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni.

MODULISTICA
L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato sul proprio sito web la versione non definitiva della modulistica richiesta. L’Agenzia comunica che, in questa fase di messa a punto della procedura, eventuali osservazioni sul modello di richiesta e sulle schede allegate possono essere inviate alla casella di posta elettronica bozzadisclosure@agenziaentrate.it entro il 15 marzo 2014. L’Agenzia precisa inoltre che le richieste presentate utilizzando il modello in consultazione saranno comunque considerate validamente presentate.
Ad oggi è disponibile la seguente documentazione:
– Richiesta di ammissione alla procedura di collaborazione volontaria
– Istruzioni per la compilazione della richiesta
– Scheda A (Attività estere rilevanti)
– Scheda R (Richiedente)
– Appendice 1 – Glossario
– Appendice 2 – Periodi d’imposta per i quali sono aperti i termini per la contestazione
– Appendice 3 – Elenco dei Paesi e dei Territori esteri
– Appendice 4 – Nomina procuratore
– Appendice 5 – Dettaglio redditi di natura finanziaria
– Appendice 6 – Movimenti

COMMENTO
Il testo del Decreto Legge licenziato dal Governo ha suscitato negli esperti reazioni discordanti. Da un lato infatti c’è chi giudica positivamente l’impianto complessivo del provvedimento legislativo il quale, ispirandosi alle migliori best-practices internazionali, consente all’Italia di riavvicinarsi ai Paesi più avanzati nella lotta all’elusione ed evasione fiscale. D’altro canto altri commentatori hanno evidenziato alcune criticità che potrebbero seriamente minare l’efficacia della procedura di disclosure volontaria. In attesa delle modifiche che il testo del Decreto potrebbe subire in sede di conversione, riassumo brevemente gli aspetti positivi e le criticità maggiormente evidenziate.

I pro
Tra gli aspetti che dovrebbero incoraggiare la disclosure vi è l’esclusione da punibilità per i delitti di dichiarazione omessa o infedele e la riduzione fino alla metà delle pene per i reati di dichiarazione fraudolenta mediante l’utilizzo di fatture false o mediante altri artifici. Altro vantaggio è la sensibile diminuzione delle sanzioni amministrative comminate per l’omessa dichiarazione nel modulo RW delle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero.
Aderendo alla procedura in esame, tali sanzioni possono essere ridotte alla metà del minimo di legge se 1) le attività vengono trasferite in Italia o in un Paese che consenta l’effettivo scambio di informazioni con l’Italia (white list); 2) se le attività trasferite in Italia erano o sono detenute in un Paese white list; 3) se l’autore della violazione rilascia all’intermediario finanziario, presso cui le attività finanziarie sono detenute, un’autorizzazione a trasmettere alle autorità finanziarie italiane tutti i dati riguardanti le attività oggetto di collaborazione volontaria ed allega copia di tale autorizzazione.
Pertanto, per coloro che scelgano la strada della collaborazione volontaria, le sanzioni sono pari all’1,5% (in caso di Paesi a fiscalità ordinaria) ovvero al 3% (in caso di Paesi a fiscalità privilegiata) degli investimenti e delle attività non dichiarate. Si dovrebbe altresì poter tenere conto della disposizione sulla definizione agevolata delle sanzioni nella misura di 1/3, ai sensi dell’art. 16, D.Lgs. n. 472/1997.
Se invece il contribuente dovesse scegliere altra via di regolarizzazione rispetto a quelle sopra indicate, le sanzioni da versare sarebbero pari a quelle minime ridotte di 1/4 (e quindi il 2,25% o il 4,5%).

I contro
Il provvedimento è giudicato molto complesso, troppo oneroso e comportante responsabilità troppo importanti (anche per i professionisti). Alcune difficoltà di carattere procedurale rendono l’intero iter particolarmente complesso: la dichiarazione di emersione prevede infatti non solo di indicare i redditi iniziali e le somme oggi rimpatriate ma anche di ricostruire tutti i redditi che le somme estere hanno prodotto negli anni passati, con l’evidente difficoltà di recuperare i relativi documenti. Inoltre, nei casi in cui la ricchezza detenuta all’estero derivi da una evasione ancora accertabile il costo della sanatoria può giungere a livelli cosi elevati da dissuadere il contribuente dal regolarizzarsi. Infine, la nuova norma (Art. 5-septies) prevede che chiunque nell’ambito della collaborazione volontaria esibisce o trasmette atti o documenti falsi ovvero fornisce dati e notizie non rispondenti al vero è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni:. Evidenti sono le conseguenze: le responsabilità non gravano solo i contribuenti che decidono di avvalersi della procedura, ma ricadono anche sui professionisti che li assistono.

 

* Praticante Dottore Commercialista presso lo Studio Tomasin Commercialisti


6
Set 13

Restyling allo spesometro

dr Andrea D’Este*

 

  1. Introduzione

Il Provvedimento Agenzia delle Entrate n. 94908 del 02 agosto 2013 ha precisato le modalità operative del nuovo “spesometro” introdotto dall’articolo 21 della legge 31 maggio 2010, n. 78 a cui è stata data prima attuazione mediante il Provvedimento Agenzia delle Entrate del 22 dicembre 2010.

Lo strumento messo in atto dal legislatore fiscale rientra tra le misure finalizzate a far emergere l’enorme base imponibile ancora sommersa. Si affianca ad altri obblighi di tipo comunicativo a carico dei contribuenti: comunicazione delle operazioni realizzate con operatori stabiliti in Paesi a fiscalità privilegiata (Black List), modelli Intrastat relativi agli scambi intracomunitari, comunicazione degli acquisti da operatori sammarinesi, comunicazione relativa all’utilizzo dei beni aziendali da parte di soci e famigliari e ancora le comunicazioni all’Anagrafe Tributaria per determinati servizi (tra tutti le assicurazioni e le utenze domestiche).

In particolare attraverso lo spesometro, l’amministrazione finanziaria ha “chiuso il cerchio”, portando alla luce anche le transazioni commerciali ricevute dai privati. Il tutto deve poi essere interpretato con l’analisi del nuovo redditometro tesa alla ricostruzione sintetica del redditi delle persone fisiche.

E’ pur vero che l’economia sommersa, stimata in circa 120 miliardi di euro, è diventata un mostro da debellare ad ogni costo – e soprattutto per finalità di cassa di questi tempi – ma altra cosa è l’introduzione di “mille” comunicazioni fiscali diverse. Per i contribuenti onesti tutto ciò determina esclusivamente maggiori oneri e irrigidiscono le transazioni commerciali.      

La semplificazione tanto sperata, e da tutte le parti sociali auspicata, è ancora molto lontana.

La comunicazione in oggetto non è nuova nel panorama fiscale ma riprende il vecchio “elenco clienti e fornitori” modificandolo, soprattutto, per l’obbligo di indicare le transazioni verso i privati. Infatti il precedente modello, abrogato dall’articolo 33, comma 3 del D.L. n. 112/2008, prevedeva l’obbligo di indicare le sole operazioni, di qualunque importo, realizzate tra operatori Iva.

 

  1. Novità rispetto allo spesometro per l’anno 2011

L’articolo 2 del DL 2 marzo 2012 n. 16 ha apportato rilevanti novità sotto l’aspetto oggettivo.

Il testo precedente prevedeva l’obbligo di comunicare le sole operazioni rilevanti ai fini Iva “di importo non inferiore a euro tremila”. La disciplina di dettaglio era stata demandata ad un provvedimento direttoriale. Questi, Provvedimento Agenzia delle Entrate del 22 dicembre 2010, prevedeva una distinzione basata sulla tipologia della transazione. Per gli acquisti e le cessioni di beni il limite di 3.000 euro doveva essere riferito alla singola transazione mentre per i servizi ricevuti e resi era necessario fare riferimento ai concetti di “contratti collegati” e di “contratti a corrispettivi periodici”.

Il citato DL 16/2012 ha innovato la materia, eliminando ogni riferimento al limite quantitativo di 3.000 euro, e prevedendo due diverse fattispecie:

–       obbligo di emissione della fatture: in tal caso l’obbligo di comunicazione è assolto con la trasmissione, per ciascun cliente e fornitore, dell’importo di tutte le operazioni attive e passive effettuate;

–       possibilità di emissione della fattura: in questo caso la comunicazione telematica deve essere effettuata qualora le operazioni stesse siano di importo non inferiore ad euro 3.600, comprensivo dell’imposta sul valore aggiunto.

 

Pertanto le operazioni per le quali sussiste l’obbligo di emissione della fattura vanno incluse integralmente mentre le altre solamente se singolarmente di importo superiore ad euro 3.600, Iva inclusa.

 

  1. Soggetti obbligati alla comunicazione

Sono obbligati alla comunicazione tutti i soggetti che effettuano operazioni rilevanti ai fini Iva.

Sono inclusi, tra gli altri:

–          i soggetti in regime di contabilità semplificata (imprese ed esercenti arti e professioni) di cui agli articoli 18 e 19 DPR 600/1973;

–          gli enti non commerciali, limitatamente alle operazioni effettuate nell’esercizio di attività commerciali o agricole, ai sensi dell’articolo 4 DPR 633/1972;

–          i soggetti non residenti con stabile organizzazione in Italia, quelli operanti tramite rappresentante fiscale, ovvero identificati direttamente in Italia;

–          i curatori fallimentari ed i commissari liquidatori per conto della società fallita o in liquidazione coatta amministrativa;

–          i soggetti che si avvalgono della dispensa da adempimenti per le operazioni esenti ai sensi dell’articolo 36-bis DPR 633/1972;

–          i soggetti che applicano il regime fiscale agevolato per le nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo ai sensi dell’articolo 13, legge 23 dicembre 2000, n. 388.

 

Sono esclusi i “nuovi contribuenti minimi” previsti dall’articolo 27, comma 1 e 2, DL 6 luglio 2011 n. 98.

 

  1. Operazioni oggetto di comunicazioni

Oggetto di comunicazione sono i corrispettivi derivanti dalle:

–          cessioni di beni e prestazioni di servizi rese e ricevute per le quali sussiste l’obbligo di emissione della fattura, indipendentemente dall’importo (operazioni imponibili, esenti, non imponibili o fuori campo Iva);

–          cessioni di beni e prestazioni di servizi rese e ricevute per le quali non sussiste l’obbligo di emissione della fattura, qualora l’importo dell’operazione, al lordo dell’imposta, è pari o superiore ad euro 3.600;

–          operazioni di importo pari o superiore ad euro 1.000 a favore di cittadini extra-comunitari, effettuate in contanti.

 

Si precisa che l’emissione della fattura, anche se non obbligatoria in sostituzione di altro documento fiscalmente idoneo, determina l’obbligo di indicare l’operazione nel modello.

Sono invece escluse dalla comunicazione:

1)      importazioni ed esportazioni, perché già oggetto di controllo doganale. Sono escluse le c.d. esportazioni indirette e le c.d. triangolazioni comunitarie: le prime sono quelle a favore degli esportatori abituali e le seconde perché il controllo doganale è presente nell’esportazione fatta dall’acquirente residente ma non nella prima cessione;

2)      operazioni intra-comunitarie, perché già segnalate negli elenchi Intrastat. A tal fine è necessario precisare che l’articolo 50-bis, comma 4, del DL 98/2013, c.d. “decreto del fare”, ha soppresso l’obbligo di trasmettere nei modelli Intrastat il riepilogo dei servizi ricevuti da operatori comunitari, previa emanazione di apposito DM entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto; pertanto, con l’entrata in vigore di questa semplificazione, i servizi ricevuti da operatori comunitari dovranno essere indicati nello spesometro;

3)      operazioni già oggetto di comunicazione all’Anagrafe Tributaria; rientrano in tale ipotesi:

–                “contratti di assicurazione, ad esclusione di quelli relativi alla responsabilità civile ed alla assistenza e garanzie accessorie, relativamente ai soggetti contraenti; contratti di somministrazione di energia elettrica, di servizi di telefonia, fissa, mobile e satellitare, di servizi idrici e del gas, relativamente agli utenti” –  articolo 7, DPR 29 settembre 1973 n. 605, comma 5, che rinvia all’articolo 6 del citato DPR, comma 6-bis;

–                contratti di mutuo agrario e fondiario – articolo 78, comma 25, legge 30 dicembre 1991, n. 413;

–                atti relativi a diritti sugli immobili – articolo 3-bis, D.Lgs 18 dicembre 1997, n. 463;

–                contratti di leasing – articolo 7, DPR 29 settembre 1973 n. 605 e Provvedimento Direttore Agenzia delle Entrate 2011/119563;

4)      operazioni fuori campo Iva, se non giustificate da fattura;

5)      le operazioni effettuate nei confronti di contribuenti non soggetti passivi ai fini IVA, qualora il pagamento dei corrispettivi sia avvenuto mediante carte di credito, di debito o prepagate, se di importo superiore ad euro 3.600 al lordo dell’Iva, senza emissione della fattura. Si evidenzia che non rientrano tra le citate carte di credito, di debito o prepagate, quelle emesse da operatori finanziari non residenti e senza stabile organizzazione nel territorio nazionale (pertanto, ove il pagamento venga eseguito con tali ultime carte, sussiste l’obbligo di comunicazione dell’operazione).

 

  1. Modalità di trasmissione dei dati

Il Provvedimento Agenzia delle Entrate n. 94908 del 02 agosto 2013 ha chiarito che i dati da comunicare possono essere trasmessi in forma analitica oppure aggregata.

Il dettaglio delle informazioni da indicare per ciascuna modalità adottata sono spiegate al punto 5 del Provvedimento indicato.

Basti qui ricordare che non è consentito l’invio dei dati in forma aggregata per le comunicazioni relative a:

–          acquisti da operatori sammarinesi (comunicazione di cui all’articolo 16, letta c) del DM 24/12/1993;

–          acquisti e cessioni da e nei confronti di produttori agricoli ex articolo 34 DPR 633/1972;

–          acquisti di beni e prestazioni di servizi di importo pari o superiore ad euro 1.000 a favore di cittadini extra-comunitari, effettuate in contanti.

 

La scelta dell’opzione cui trasmettere la comunicazione, analitica o aggregata, vale anche per le eventuali comunicazioni sostitutive.

 

  1. Termini di presentazione, sanzioni e modalità di invio della comunicazione

La comunicazione relativa all’anno 2012 deve essere effettuata entro il giorno 12 novembre 2013, per i soggetti con liquidazione Iva mensile, ed entro il giorno 21 novembre 2013 per i soggetti con liquidazione Ina trimestrale.

Per le comunicazioni relative gli anni 2013 e successivi, la scadenza per l’invio è prevista:

–          entro il giorno 10 aprile dell’anno successivo al quale la dichiarazione si riferisce, se il soggetto liquida l’Iva mensilemente;

–          entro il giorno 20 aprile dell’anno successivo al quale la dichiarazione si riferisce, se il soggetto liquida l’Iva trimestralmente.

 

E’ prevista la possibilità di annullare e ri-trasmettere il modello inviato entro il termine di un anno dalla scadenza del termine previsto.

Il mancato invio della comunicazione così pure l’invio con dati non veritieri o incompleti, comporta l’applicazione della sanzione amministrativa da euro 258 ad euro 2.065.

L’invio della comunicazione può essere fatto esclusivamente mediante modalità telematica: Entratel o
Fisconline per gli utenti abilitati oppure attraverso intermediari abilitati ai sensi dell’articolo 3, commi 2-bis e 3, DPR 322/1998.

 

  1. Ulteriori semplificazioni

Il Provvedimento del 02 agosto 2013 prevede una ulteriore semplificazione, consistente nell’unificazione e soppressione di alcuni modelli fiscali. In particolare le operazioni con operatori sammarinesi annotate nei registri Iva dal prossimo 1° ottobre 2013 e le operazioni effettuate con operatori c.d. Black List debbano essere comunicate utilizzando il modello previsto per lo spesometro. Rimango invariate, ed in questo si sperava in una maggiore semplificazione, le scadenze previste in precedenza per l’invio dei rispettivi modelli:

–          entro la fine del mese successivo a quello in cui sono annotate le operazioni verso operatori sammarinesi;

–          entro la fine del mese successivo al mese o trimestre di riferimento per le operazioni con operatori Black List.


* Dottore Commercialista in Venezia


22
Gen 13

Nuove regole per la fatturazione

dr Andrea D’Este*

Il DL 11 dicembre 2012 n. 216, convertito con la legge di stabilità 2013-2015 (L. 228/2012) all’articolo 1 recepisce nel nostro ordinamento le regole sulla fatturazione contenute nella Direttiva 2010/45/UE del 13 luglio 2010. Si tratta di intervento normativo importante che necessita di una approfondita analisi.
Le modifiche impattano principalmente sulle regole di fatturazione, intese come termine e modalità, ma vengono introdotte anche novità in materia di fatturazione elettronica e si introduce la nuova fattura semplificata. Da ultimo viene modificato il calcolo del volume d’affari.
Le modifiche alle regole di fatturazione entrano in vigore il 1° gennaio 2013 e impattano sia nella fatturazione delle operazioni intracomunitarie sia per quelle nazionali. In particolare il DL citato modifica l’articolo 21 DPR 633/1972 e vari articoli del DL 331/1993 e novella la disciplina degli acquisti/cesioni di beni e quelle relative alle prestazioni di servizi.
Dal 1° gennaio 2013 gli acquisti e le cessioni di beni intracomunitarie si considerano effettuate all’atto dell’inizio del trasporto o della spedizione al cessionario nello Stato membro ove è stabilito il cedente. In precedenza rilevava la consegna del bene e ciò potrebbe comportare problemi circa i trasporti con durate importanti, soprattutto perché il cessionario non è a conoscenza del momento in cui il trasporto ha inizio. Se anteriormente all’inizio del trasporto o della spedizione, il cedente emette fattura, l’operazione si intende effettuata limitatamente all’importo fatturato; non è più rilevante, come in precedenza, il pagamento anticipato del corrispettivo. Le medesime regole sono da utilizzare per la compilazione dei modelli Intrastat.
Altre modifiche riguardano sia gli acquisti/cessioni di beni sia le prestazioni di servizi; in particolare:
– le fatture di vendita dovranno essere emesse entro il giorno 15 del mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione (inizio del trasporto, o se antecedente emissione della fattura, per le cessioni di beni e data di ultimazione, o se antecedente incasso del corrispettivo, per le prestazioni di servizi). Il differimento circa l’emissione della fattura non rinvia la registrazione della fattura che deve avvenire “secondo l’ordine della numerazione ed entro il termine di emissione, con riferimento al mese di effettuazione dell’operazione”. Ciò significa che la fattura emessa rileverà nel registro delle fatture emesse nel mese di effettuazione dell’operazione e non in quello di emissione, se successivo;
– il cessionario/committente nazionale che non ha ricevuto la fattura entro il secondo mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione, deve emettere autofattura entro il giorno 15 del mese successivo (terzo mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione); rispetto alla precedente versione viene allungato di 15 giorni il termine per l’emissione dell’autofattura;
– obbligo di indicare l’annotazione “autofatturazione” da parte del cessionario/committente che emette l’autofattura;
– introduzione dell’obbligo di emettere la fatture per tutte le operazione di cui agli articoli da 7 a 7-septies DPR 633/1972, indicando in luogo dell’imposta:
1) “inversione contabile” se le prestazioni sono rese a favore di un cessionario/committente comunitario debitore dell’imposta;
2) “non imponibile” se le prestazioni sono rese a soggetti stabiliti fuori dalla Comunità Europea.

Per tutte le fatture viene introdotto l’obbligo di indicare il numero di P. Iva del cessionario/committente se residente oppure il numero di identificazione Iva se soggetto comunitario; in caso di cessionario/committente persona fisica residente sarà obbligatorio indicare il codice fiscale. La disposizione fa proprio il comportamento tenuto dai soggetti passivi che indicavano già nelle fatture il codice fiscale/P. Iva del cessionario/committente, per poter adempiere ad ulteriori adempimenti (elenco clienti/fornitori, spesometro, etc).
Inoltre, analogamente alle cessioni di beni, viene introdotta la possibilità di emettere la fattura differita anche per le prestazioni di servizi “individuabili attraverso idonea documentazione”. In altre parole il prestatore potrà emettere un’unica fattura entro il giorno 15 del mese successivo per tutti i servizi resi a favore del medesimo committente durante il mese precedente. La prassi dovrà chiarire cosa si debba intendere per servizi “individuabili attraverso idonea documentazione”. Considerato che le prestazioni di servizi si considerano effettuate al momento del loro pagamento, la fattura riepilogativa potrà essere emessa per i servizi pagati nel mese precedente dallo stesso committente.
Il nuovo comma 6 dell’articolo 21 DPR 633/1972 prevede l’indicazione nelle fatture emesse dal cedente/prestatore italiano, e quindi sia per le cessioni di beni che per le prestazioni di servizi, delle seguenti diciture, oltre alla normale indicazione della norma nazionale o comunitaria:
– “operazione non soggetta” per le cessioni relative a beni in transito o depositati in luoghi soggetti a vigilanza doganale, non soggette all’imposta a norma dell’articolo 7-bis, comma 1, DPR 633/1972;
– “operazione non imponibile” per le operazioni non imponibili di cui agli articoli 8, 8-bis, 9 e 38-quater DPR 633/1972;
– “operazione esente” per le operazioni esenti di cui all’articolo 10, eccetto quelle indicate al n. 6) DPR 633/1972;
– “regime del margine – beni usati”, “regime del margine – oggetti d’arte” o “regime del margine – oggetti di antiquariato o da collezione”, a seconda dei casi, per le operazioni soggette al regime del margine previsto dal decreto-legge 23 febbraio 1995, n. 41;
– “regime del margine – agenzie di viaggio” per le operazioni effettuate dalle agenzie di viaggio e turismo soggette al regime del margine previsto dall’articolo 74-ter DPR 633/1972.

Le altre novità introdotte dal DL 216/2012 riguardano la possibilità di emettere le fatture attraverso i misuratori fiscali e l’introduzione della fattura semplificata con il nuovo articolo 21-bis DPR 633/1972.
La fattura semplificata non può avere un importo superiore ad euro 100,00 anche se è previsto che con decreto di natura non regolamentare il Ministro dell’economia e delle finanze può innalzare fino a quattrocento euro il limite indicato ovvero consentire l’emissione di fatture semplificate anche senza limiti di importo per le operazioni effettuate nell’ambito di specifici settori di attività o da specifiche tipologie di soggetti per i quali le pratiche commerciali o amministrative ovvero le condizioni tecniche di emissione delle fatture rendono particolarmente difficoltoso il rispetto degli obblighi di conversione in euro dei corrispettivi in valuta estera oppure l’indicazione delle informazioni richieste dall’articolo 21, comma 2, DPR 633/1972.
La fattura semplificata deve contenere:
– data di emissione;
– numero progressivo che la identifichi in modo univoco;
– ditta, denominazione o ragione sociale, nome e cognome, residenza o domicilio del soggetto cedente o prestatore, del rappresentante fiscale nonché ubicazione della stabile organizzazione per i soggetti non residenti;
– numero di partita IVA del cedente o prestatore;
– ditta, denominazione o ragione sociale, nome e cognome, residenza o domicilio del cessionario/ committente, del rappresentante fiscale nonché ubicazione della stabile organizzazione per i soggetti non residenti; in alternativa, in caso di soggetto stabilito nel territorio dello Stato può essere indicato il solo codice fiscale o il numero di partita IVA, ovvero, in caso di soggetto passivo stabilito in un altro Stato membro dell’Unione europea, il solo numero di identificazione IVA attribuito dallo Stato membro di stabilimento;
– descrizione dei beni ceduti e dei servizi resi;
– ammontare del corrispettivo complessivo e dell’imposta incorporata, ovvero dei dati che permettono di calcolarla.

Le semplificazioni sono state sottolineate e riguardano la possibilità di indicare il solo numero di P. Iva del cedente/prestatore e il solo codice fiscale o P. Iva del cessionario/committente in luogo degli altri dati fiscali nonché la possibilità di indicare l’ammontare complessivo dei beni/servizi e dell’imposta.
Per le note di accredito/debito deve essere indicato il riferimento alla fattura rettificata e le indicazioni specifiche che vengono modificate.
La fattura semplificata non può essere utilizzata per le cessioni intracomunitarie di beni e per i servizi resi a soggetti intracomunitari debitori dell’imposta nello Stato di stabilimento.
Relativamente al calcolo del volume d’affari, il DL 216/2012 amplia la platea delle operazioni che vi rientrano, comprendendo ora anche le operazioni soggette a fatturazione di cui agli articolo da 7 a 7-septies DPR 633/1972.
L’ampliamento del volume d’affari impatta negativamente sul regime Iva per cassa che prevede la soglia di 2 milioni di euro di volume d’affari per potervi accedere. L’ampliamento non pregiudica, invece, gli esportatori abituali. Infatti per tali soggetti la legge di stabilità 2013-2015 – legge 228/2012 – ha previsto che il volume d’affari, ai soli fini della determinazione del rapporto di cui all’articolo 1 DL 746/1983, sia depurato delle operazioni fuori campo Iva ai sensi degli articoli da 7 a 7-septies DPR 633/1972.

 

* Dottore Commercialista e Revisore Contabile in Venezia

 


14
Dic 12

Remissione in bonis per le omesse comunicazioni e adempimenti

dr Andrea D’Este*

 

L’articolo 2, comma 1, DL 2 marzo 2012, n. 16 ha introdotto un inedita forma di ravvedimento operoso. Si tratta della c.d. remissione in bonis a favore dei soggetti che non abbiano adempiuto alla presentazione di comunicazioni ovvero di altri adempimenti di natura formale per poter accedere a benefici fiscali o a regimi fiscali opzionali.
La disposizione è, quindi, volta ad evitare che mere dimenticanze formali (il tipico esempio è la mancata presentazione di comunicazioni fiscali) possano precludere al contribuente che possiede i requisiti sostanziali delle varie agevolazioni fiscali, l’accesso a benefici fiscali o a regimi di tassazione opzionali.
Analogamente a quanto previsto per il ravvedimento operoso, la cui disciplina è contenuta nell’articolo 13 D.Lgs 472/1997, la possibilità di accedere alla remissione in bonis è preclusa qualora la violazione sia stata constatata o siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l’autore dell’inadempimento abbia avuto formale conoscenza.
Su punto la circolare 38/E del 28 settembre 2012 – punto 1.2 – chiarisce come “l’inizio di una attività di accesso, ispezione, verifica o di altra attività amministrativa di accertamento che abbia ad oggetto comparti impositivi diversi da quello a cui si riferisce il beneficio fiscale o il regime opzionale non sia ostativo alla possibilità di avvalersi dell’istituto in esame”.
Altri requisiti richiesti dalla disposizione normativa sono:
– possesso dei requisiti sostanziali richiesti dalle norme di riferimento;
– presentazione della comunicazione o effettuazione dell’adempimento richiesto entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile.

Quanto al primo, il soggetto deve essere in possesso dei requisiti richiesti dalla norma agevolativa o stabiliti per il regime opzionale alla data originaria di scadenza prevista normativamente per la trasmissione della comunicazione o per l’assolvimento dell’adempimento formale richiesti per la fruizione delle agevolazioni fiscali o per l’accesso a regimi fiscali opzionali. In altre parole i requisiti sostanziali devono sussistere nell’ultimo giorno utile per l’invio della comunicazione o per effettuare l’adempimento formale.
Relativamente al termine entro il quale sanare l’omissione, è previsto che la comunicazione o l’adempimento formale debbano essere effettuati entro il termine di scadenza della prima dichiarazione dei redditi il cui termine di presentazione scade successivamente al termine previsto per effettuare la comunicazione ovvero eseguire l’adempimento. Ad esempio, se la scadenza prevista per l’invio della comunicazione scade il 31 maggio, in caso di omissione vi sarà tempo fino al 30 settembre. La circolare 38/E/2012 prevede che qualora l’omesso adempimento rilevi esclusivamente ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, il termine di riferimento per sanare l’omissione è quello previsto per la presentazione della prima dichiarazione Iva che scade successivamente al termine previsto per effettuare la comunicazione o l’adempimento, attualmente fissato il 30 settembre di ogni anno.
Inoltre, in ogni caso, non si tiene conto del “periodo di tolleranza” di 90 giorni previsto dall’articolo 2, comma 7, DPR 322/1998. Deve, quindi, essere preso in considerazione il solo termine ordinario di presentazione delle dichiarazioni.
Il ravvedimento si perfeziona con il versamento della sanzione minima stabilita dall’articolo 11, comma 1, del D.Lgs 471/1997, è cioè di euro 258,00.
Il versamento dovrà avvenire con il modello F24, indicando il codice tributo 8114 e come “anno di riferimento”, l’anno per il quale si effettua il versamento. La sanzione non può essere compensata con eventuali crediti né può essere oggetto di ravvedimento operoso.
Relativamente all’ambito oggettivo, la norma specifica che deve trattarsi di “benefici di natura fiscale o … regimi fiscali opzionali, subordinati all’obbligo di preventiva comunicazione ovvero di altro adempimento di natura formale”.
Pertanto la disposizione non trova applicazione allorquando la mancata comunicazione o il mancato adempimento assumano natura di mera irregolarità, da cui discende solamente l’irrogazione di sanzioni ma non la preclusione ai benefici fiscali o l’accesso ai regimi previsti.
Sempre la circolare 35/E/2012 esclude dall’ambito oggettivo della norma l’accesso a regimi di determinazione dell’imposta o a regimi contabili previsti dalla disciplina delle opzioni contenuta nel DPR 442/1997. Ciò in quanto, la disciplina privilegia il comportamento concludente del contribuente ossia l’effettiva attuazione del regime fin dall’inizio dell’anno o dell’attività, prescindendo dall’eventuale esercizio formale della relativa opzione da comunicare nella prima dichiarazione Iva da presentare successivamente alla scelta operata.
La circolare 38/E illustra il ravvedimento per le seguenti fattispecie:
– l’invio telematico da parte della società trasparente dell’opzione per il regime fiscale di trasparenza fiscale;
– l’invio telematico dell’opzione per l’istituto del consolidato fiscale;
– l’invio del modello EAS per gli enti associativi;
– l’opzione per l’adesione al regime di liquidazione e versamento mensile o trimestrale dell’Iva di gruppo;
– l’opzione per le società di persone e gli imprenditori individuali in contabilità ordinaria che vogliono determinare la base imponibile Irap con le regole “da bilancio”;
– l’opzione per la cosiddetta “tonnage tax”.

Riassumendo:

FATTISPECIE

TERMINE PREVISTO

TERMINE RAVVEDIMENTO

Regime di trasparenza

Entro il 31.12 del primo anno di validità

dell’opzione

Entro il 30.9 dell’anno successivo

Consolidato fiscale

Entro il 16.6 del primo anno di validità

dell’opzione

Entro il 30.9 dello stesso anno

Modello EAS

 

Entro 60 giorni dalla costituzione

Entro il 30.9 dello stesso anno (se costituiti fino all’1.8)

Entro il 30.9 dell’anno successivo (se costituiti dal 2.8 al 31.12)

Entro il 31.3 dell’anno successivo a quello di variazione di dati già comunicati

Entro il 30.9 dello stesso anno

 

Liquidazione IVA di gruppo

Entro il 16.2 dell’anno di prima applicazione

Entro il 30.9 dello stesso anno

Determinazione

IRAP a valori di

bilancio

opzione

Entro 60 giorni dall’inizio del primo anno

di esercizio dell’opzione

Entro il 30.9 dello stesso anno

 

revoca

Entro 60 giorni dall’inizio dell’anno di

efficacia della revoca dell’opzione

Tonnage Tax

Entro il 3 mesi dall’inizio del primo anno di esercizio dell’opzione

Entro il 30.9 dello stesso anno

 

Né la relazione illustrativa al DL né la circolare 38/E/2012 contengono alcun riferimento alla possibilità di ravvedere la mancata comunicazione al Centro Operativo di Pescara ai fini della detrazione delle spese di ristrutturazione edilizia. Infatti fino al 13 maggio 2011, il DM 18 febbraio 1998, n. 41, prevedeva l’obbligo di inviare antecedentemente alla data di inizio dei lavori, la comunicazione contenete principalmente i dati catastali degli immobili oggetto di ristrutturazione.
Ci si è posti il problema se l’omessa presentazione della comunicazione sia sanabile e, se possibile, per quale periodo. La risposta è contenuta nel paragrafo 1.4 della circolare 38/E/2012. L’Agenzia delle Entrate dapprima premette che il ravvedimento in esame sia applicabile per le sole omissioni per le quali alla data di entrata in vigore della disposizione – 02 marzo 2012 – non sia scaduto il termine di presentazione della prima dichiarazione utile, ma specifica che in sede di prima applicazione, in considerazione della ratio della disposizione in esame e del principio di legalità, sarà possibile ravvedere anche le irregolarità per le quali è scaduto il termine di presentazione della prima dichiarazione utile ma non sia ancora scaduto il termine di presentazione della dichiarazione riguardante il periodo di imposta nel quale l’adempimento è stato omesso. Inoltre l’Agenzia dilata il termine della prima dichiarazione utile facendolo coincidere con la data del 31 dicembre 2012. Quindi, ritornando alla comunicazione al Centro Operativo di Pescara, sarà possibile sanare l’omessa comunicazione non inviata nel periodo 01 gennaio 2011 – 13 maggio 2011 provvedendo a farlo entro il 31 dicembre 2012, versando contestualmente la sanzione di euro 258,00.
Non ritengo sia oggetto di ravvedimento la mancata comunicazione al conduttore da parte del locatore circa l’esercizio dell’opzione per la cedolare secca sui canoni locatizi prevista dall’articolo 3, comma 11, D.Lgs 14 marzo 2011, n. 23. Del pari non ritengo sanabile l’omessa comunicazione da effettuare all’ENEA nell’ambito delle detrazione per il risparmio energetico 55%. Entrambe le comunicazioni, infatti, non hanno un contenuto fiscale ed inoltre non sono dirette all’Agenzia delle Entrate.

 

* Dottore Commercialista e Revisore Contabile in Venezia


24
Set 12

Dematerializzazione dei libri e dei registri obbligatori

dr Andrea D’Este*

La crescente sensibilità verso le tematiche del rispetto dell’ambiente unitamente alla diffusione di tecnologie friendly, dovrebbero veicolare i contribuenti verso forme alternative di conservazione dei documenti contabili e fiscali. Mi riferisco, in particolare, alla possibilità di conservare i libri e i registri richiesti dalla legislazione in materia contabile-fiscale in forma digitale.
L’articolo 16-bis, comma 12-bis, del DL 29 novembre 2008, n. 185 ha introdotto nel Codice Civile l’articolo 2215-bis rubricato “documentazione informatica”. La possibilità di tenere libri e registri obbligatoria con modalità digitali era già stata prevista dal DL 357/1994; tuttavia le modalità per la conservazione su supporti delle immagini delle scritture e dei documenti contabili e fiscali erano demandate ad un decreto ad hoc.
Il decreto è stato emanato “solamente” dieci hanno dopo – DM 23 gennaio 2004 – dettagliatamente analizzato dalla Circolare del 06 dicembre 2006, n. 36/E.
Possono essere conservasti con modalità informatiche le scritture contabili, i libri, i registri e, in generale, ogni documento rilevante ai fini delle disposizioni tributarie, escluse le scritture e i documenti rilevanti ai fini delle disposizione in materia doganale, delle accise e delle imposte di consumo.
Rientrano, pertanto, le scritture, i libri ed i registri prescritti dal DPR 600/1973 e 633/1972 quali:
– libro giornale e libro degli inventari;
– registro dei beni ammortizzabili;
– registri prescritti dall’imposta sul valore aggiunto;
– scritture ausiliare di magazzino;
– bilancio d’esercizio.

Sono inoltre incluse tutte le dichiarazioni e comunicazioni fiscali, i modelli di pagamento (i modelli F23 e F24), le fatture, i documenti simili ed i libri sociali.
Secondo il DM 23 gennaio 2004 il documento informatico è “la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”. Su tali basi l’articolo 3 del DM citato prescrive che i documenti informatici debbano essere:
– statici non modificabili: non devono contenere “macroistruzioni” – quali ad esempio i comandi che permettono l’aggiornamento automatico della data – oppure di “codici eseguibili” – quali ad esempio le istruzioni non sempre visibili all’utente, in grado di controllare l’aspetto e il contenuto del documento;
– deve essere garantita l’attestazione della data, dell’autenticità e dall’integrità, con l’apposizione della sottoscrizione elettronica – cioè la firma elettronica qualificata – e del riferimento temporale – cioè la marca temporale che attesta in modo certo la data e l’ora;
– esibibili;
– memorizzati su qualsiasi supporto di cui sia garantita la leggibilità nel tempo, purché sia assicurato l’ordine cronologico e non vi sia soluzione di continuità per ciascun periodo d’imposta; inoltre, devono essere consentite le funzioni di ricerca e di estrazione delle informazioni dagli archivi informatici in relazione al:
• cognome
• nome
• denominazione
• codice fiscale
• partita Iva
• data o associazioni logiche di questi ultimi.

Il processo inizia con la memorizzazione dei dati, su supporti ottici o magneto-ottici, utilizzando non solo la tecnologia laser ma anche altre, purché idonea a garantire l’integrità del documento. Con la memorizzazione avviene la trasposizione del documento digitale sul supporto di conservazione.
Per la memorizzazione dei documenti analogici (documenti che utilizzano una grandezza fisica che assume valori continui, come le tracce su carta, le immagini su film, le magnetizzazioni su nastro – tipicamente i documenti scritti, dattiloscritti e fotocopiati), l’articolo 4 DM 23 gennaio 2004 prescrive l’acquisizione della relativa immagine purché vengano garantite le caratteristiche dei documenti digitali (la leggibilità nel tempo, venga assicurato l’ordine cronologico e non vi sia soluzione di continuità per ciascun periodo d’imposta, sia garantita l’attestazione della data, dell’autenticità e dall’integrità, con l’apposizione del riferimento temporale e delle sottoscrizione elettronica). La risoluzione 15 giugno 2009, n. 158/E permette che l’immagine per tali documenti sia rappresentata dallo spool di stampa.
La seconda fase del processo è rappresentata dalla archiviazione elettronica. Per tale fase, essendo solo eventuale e non obbligatoria, non sono previste particolari modalità operative. L’adempimento viene lasciato all’iniziativa del soggetto interessato, il quale potrà utilizzare per l’acquisizione del documento un qualsiasi tipo di supporto di memorizzazione.
Per finire, con la conservazione i documenti informatici vengono memorizzati su supporti idonei e viene poi apposta la firma digitale e il riferimento temporale (attraverso la marca temporale) sull’insieme di documenti destinati alla conservazione. Il procedimento di conservazione sostitutiva deve avvenire secondo le modalità stabilite dal comma 1), lettera d) e secondo il procedimento indicato dall’articolo 3 della delibera dell’AIPA (Autorità per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione) n. 42 del 2001 come sostituita dalla deliberazione 19 febbraio 2004, n. 22 dal CNIPA (Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione).
Anche il processo di conservazione digitale dei documenti analogici si conclude con l’apposizione della firma digitale e del riferimento temporale sull’insieme di documenti destinati alla conservazione.
Il processo di conservazione è effettuato con cadenza:
– quindicinale per le fatture;
– annuale per i restanti documenti.

Ciò significa, prendendo ad esempio il libro giornale, che questo deve memorizzato e conservato su supporto idoneo almeno una volta all’anno, con l’apposizione della marca temporale e della firma elettronica.
Il comma 3 dell’articolo 2215-bis Codice Civile prevede che “gli obblighi di numerazione progressiva e di vidimazione previsti dalle disposizioni di legge o di regolamento per la tenuta dei libri, repertori e scritture sono assolti, in caso di tenuta con strumenti informatici, mediante apposizione, almeno una volta all’anno, della marcatura temporale e della firma digitale dell’imprenditore o di altro soggetto dal medesimo delegato”. Ciò significa che per i libri e registri soggetti alla numerazione progressiva e alla vidimazione, deve essere annualmente apposta la marcatura temporale e la firma elettronica, in coerenza con la cadenza annuale della conservazione digitale degli stessi.
L’ulteriore obbligo da osservare è la comunicazione all’Agenzia delle Entrate dell’impronta relativa all’archivio dei documenti informatici. L’obbligo è contenuto nell’articolo 5 DM 23 gennaio 2004, come attuato dal Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 25 ottobre 2010.
L’invio dell’impronta permette di estendere la validità dei documenti digitali fino a che permane, ai fini fiscali, l’obbligo di conservazione dei documenti stessi.
L’invio dell’impronta dell’archivio, sul quale è stata apposta la marca temporale e la firma digitale, deve essere effettuato entro quattro mesi dalla scadenza della presentazione delle dichiarazioni delle imposte sui redditi e di quella sul valore aggiunto (attualmente il 30 settembre).
La comunicazione dell’impronta viene effettuata utilizzando uno specifico software (attualmente non è messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate) e contiene, tra l’altro:
– i dati del soggetto interessato, del responsabile della conservazione o del soggetto eventualmente delegato;
– l’elenco dei documenti cui l’impronta si riferisce;
– l’indicazione del luogo in cui è conservata l’evidenza informatica (cioè i documenti informatici) da cui è stata generata l’impronta dell’archivio;
– la marca temporale apposta all’archivio.

Il documento così formato (digitale oppure l’immagine di quello analogico) ha valenza probativa – ex articoli 2709 e 2710 Codice Civile – analoga a quello cartaceo, e stante il dettato dell’articolo 6 DM 23 gennaio 2004 “è reso leggibile e, a richiesta, disponibile su supporto cartaceo e informatico presso il luogo di conservazione delle scritture, in caso di verifiche, controlli o ispezioni”.
Relativamente al versamento dell’imposta di bollo sui documenti informatizzati, l’articolo 7 DM 23 gennaio 2004 disciplina le modalità di versamento dell’imposta di bollo sui documenti informatizzati. Questo perché tutti i registri per i quali, se tenuti su supporto cartaceo, è previsto il pagamento dell’imposta di bollo devono assolvere tale imposta anche qualora siano tenuti con modalità diverse. In particolare è previsto che l’interessato presenti “all’Ufficio delle entrate competente una comunicazione contenente l’indicazione del numero presuntivo degli atti, dei documenti e dei registri che potranno essere emessi o utilizzati durante l’anno, nonché l’importo e gli estremi dell’avvenuto pagamento dell’imposta. Entro il mese di gennaio dell’anno successivo è presentata dall’interessato all’Ufficio delle entrate competente una comunicazione contenente l’indicazione del numero dei documenti informatici, distinti per tipologia, formati nell’anno precedente e gli estremi del versamento dell’eventuale differenza dell’imposta … ovvero la richiesta di rimborso o di compensazione”.
La comunicazione potrà essere effettuata anche a mezzo raccomandata a/r; il pagamento dell’imposta di bollo dovrà avvenire con il modello F23 – codice tributo 458T (Imposta di bollo su libri e registri: all. A, parte I, Art. 16. DPR 642/1972).
Quest’ultimo articolo prevede, infatti, l’applicazione dell’imposta di bollo di euro 14,62 ogni 100 pagine o frazione di 100 pagine da applicare nei libri e registri prescritti dall’articolo 2214 Codice Civile e per ogni altro registro, se bollato e vidimato nei modi di cui agli articoli 2215 e 2216 del Codice Civile.
Tuttavia, in deroga alla disciplina appena descritta, il comma 3 dell’articolo 7 DM 23 gennaio 2004 prevede l’applicazione dell’imposta di bollo in misura di euro 14,62 non ogni 100 pagine ma ogni 2500 registrazioni o frazioni di esse.

 

* Dottore Commercialista in Venezia


7
Set 12

Nuovo regime Iva per cassa

dr Andrea D’Este*

La legge di conversione del decreto “crescita” – n. 83 del 22 giugno 2012 – ha introdotto nel testo del decreto l’articolo 32-bis rubricato “liquidazione dell’Iva secondo la contabilità di cassa”. Non si tratta di una procedura inedita in quanto il decreto “anticrisi” del 2008 – n. 185 del 29 novembre 2008 – aveva già introdotto tale regime.
La ratio di tale interventi è aiutare le imprese sotto l’aspetto finanziario che è certamente uno dei più grandi problemi che attanagliano le imprese in questa fase di congiuntura economica sfavorevole. L’esborso dell’imposta anticipato rispetto all’incasso del corrispettivo, talvolta anche molto differito, sbilancia l’equilibrio finanziario, esponendo spesso l’impresa a tensioni di liquidità.
La norma contenuta del DL “crescita” recepisce nell’ordinamento interno quanto contenuto nella direttiva UE 2010/45, il cui recepimento dovrà avvenire entro il prossimo 31 dicembre 2012. In questo modo, essendo l’iniziativa di stampo europeo, il nostro Paese non dovrà chiedere alcuna autorizzazione alla commissione Ue o al Comitato Iva.
Nel sistema ordinario Iva, l’imposta diviene esigibile al momento dell’effettuazione dell’operazione ai sensi dell’articolo 6 DPR 26 ottobre 1972, n. 633, ed in particolare:
– consegna o spedizione, per le cessioni di beni;
– pagamento del corrispettivo, per le prestazioni di servizi.

L’esigibilità viene anticipata qualora, prima dell’effettuazione dell’operazione, venga emessa la fattura. In questo modo:
– il cedente/prestatore deve versare l’imposta anche se non ha incassato il corrispettivo;
– il cessionario/committente può detrarre l’imposta anche se non ha pagato il corrispettivo.

Vi è, quindi, uno squilibrio tra le posizioni dei soggetti economici che premia chi, con la sua forza contrattuale, riesce ad imporre tempi di pagamento eccessivamente dilazionati.
Il regime Iva per cassa supera proprio tale assimetria e permette al cedente/prestatore di versare l’imposta solamente dopo l’incasso del corrispettivo, evitando, così, l’esposizione finanziaria nei confronti dell’Erario.
Lo stesso soggetto potrà detrarre l’imposta solamente dopo aver pagato il corrispettivo ai propri fornitori. La riscossione e il pagamento dei corrispettivi diventano, quindi, i momenti determinanti per l’esigibilità e la detraibilità dell’imposta.

Regime Iva

Esigibilità dell’Iva

Detraibilità dell’Iva

Ordinario

Momento di effettuazione dell’operazione: consegna o spedizione della merce, per le cessioni di beni; incasso del corrispettivo, per le prestazioni di servizi; se precedente, momento di emissione della fattura

Momento di effettuazione dell’operazione: ricevimento della merce, per le cessioni di beni; pagamento del corrispettivo, per le prestazioni di servizi; se precedente, momento di emissione della fattura

Per “cassa”

Momento di incasso del corrispettivo

Momento di pagamento del corrispettivo

L’articolo 32-bis DL 83/2012 elimina, inoltre, l’enorme distorsione prevista del precedente articolo 7 DL 185/2008. Quest’ultimo disponeva che la detraibilità dell’imposta da parte del cessionario/committente di un soggetto aderente al regime dell’Iva per cassa era subordinata al pagamento del corrispettivo. Ora invece tali soggetti possono detrarre l’Iva fin dal momento dell’effettuazione dell’operazione, o se antecedente dall’emissione della fattura. Sul punto l’articolo 32-bis citato prevede che “in ogni caso, il diritto alla detrazione dell’imposta in capo al cessionario o al committente sorge al momento di effettuazione dell’operazione, ancorché il corrispettivo non sia stato ancora pagato”.
Si tratta di un disallineamento tra il momento di esigibilità (da parte del cedente/prestatore) e quello di detrazione (da parte del cessionario/committente). Questo è stato possibile grazie una dichiarazione resa a verbale ed allegata al testo della direttiva UE 2010/45.
Questo permette di evitare che i soggetti contrattualmente più forti ricattino quelli più deboli affinché non aderiscano a tale regime – per non perdere la detrazione dell’imposta al momento di effettuazione dell’operazione – pena la cessazione dei rapporti commerciali.
Riassumendo, il nuovo regime Iva per cassa ha il duplice pregio di:
– stabilire l’esborso dell’imposta in un momento successivo a quello dell’incasso del corrispettivo;
– evitare i ricatti dei soggetti economici con maggiore forza contrattuale nei confronti degli altri soggetti affinché questi ultimi continuino ad adottare il sistema Iva ordinario.

Nel precedente regime potevano accedervi i soggetti passivi con volume d’affari non superiore ad euro 200.000. L’articolo 32-bis DL 83/2012 eleva tale limite ad euro 2.000.000, permettendo a moltissime imprese di aderirvi. Si tratta, a mio parere, di uno dei maggiori sostegni alle imprese in questo periodo di difficoltà e diventerà il regime Iva adottato da moltissime imprese. Si pensi che i soggetti passivi con volume d’affari inferire a 2.000.000 di euro rappresentano circa il 95% delle partite Iva italiane.
Non possono accedervi i soggetti che si avvalgono di regimi speciali di applicazione dell’imposta quali, ad esempio, i commercianti di tabacchi, sali e fiammiferi, gli operatori del settore editoriale e di telefonia, i produttori agricoli che si avvalgono delle disposizione di cui all’articolo 34 DPR 633/1972, coloro che svolgono attività di agriturismo e di agenzia viaggi, i rivenditori di beni usati, d’arte e di antiquariato.
Per questi soggetti l’imposta viene determinata e diventa esigibile con modalità diverse da quelle ordinarie e pertanto il regime per cassa risulta inapplicabile.
La norma fiscale limita la sospensione dell’esigibilità dell’imposta per un anno dall’effettuazione dell’operazione, similmente a quanto previsto per i contratti estimatori (lettera d, comma 2, articolo 6 DPR 633/1972). Decorso tale termine l’imposta diventa esigibile e deve essere versata all’Erario.
L’unico caso in cui l’imposta non diventa esigibile decorso un anno dal momento di effettuazione dell’operazione è qualora il cessionario/committente sia assoggettato a procedura concorsuale. In tal modo il legislatore ha voluto evitare che il cedente/prestatore fosse obbligato a versare l’imposta comunque trascorso un anno dall’effettuazione dell’operazione con scarse probabilità di incassare il corrispettivo dopo l’apertura della procedura.
L’adesione al regime dovrà avvenire con opzione da parte del contribuente da comunicare secondo modalità che saranno individuate con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Sarà questo provvedimento a stabilire l’entrata in vigore del nuovo regime.
L’adesione al nuovo regime riguarderà la totalità delle operazioni attive e passive del soggetto passivo. Per cui chi aderisce al regime Iva per cassa verserà l’Iva di tutte le operazioni attive solo dopo l’incasso e detrarrà l’Iva di tutte quelle passive solo dopo il pagamento. Il previgente regime, introdotto dall’articolo 7 DL 185/2008, prevedeva, invece, la possibilità di adottare il regime Iva per cassa anche per sole singole operazioni, dovendo gestire contemporaneamente due tipologie di regimi Iva.

 

* Dottore Commercialista in Venezia


12
Lug 12

Il nuovo regime Iva delle cessioni e delle locazioni dei fabbricati

dr Andrea D’Este*

 

L’ennesimo “decreto sviluppo” (DL 83/2012) ha riscritto interamente il regime Iva delle cessioni di beni immobili. In particolare l’articolo 9 del DL ha sostituito integralmente i numero 8-bis e 8-ter dell’articolo 10 DPR 633/1972, i quali contengono la disciplina Iva, rispettivamente delle locazione di beni immobili (abitativi e strumentali), le cessioni di immobili abitativi e le cessioni di immobili strumentali.

Per determinare se un immobile ha destinazione abitativa o meno è necessario fare riferimento esclusivamente alla categoria catastale di appartenenza. Sono considerasti immobili abitativi quelli appartenenti alla categoria catastale A, escluso A10. Gli immobili rientranti nelle altre categoria catastali, inclusa A10, sono considerati strumentali. Sul punto l’Agenzia delle Entrate, con la circolare 27/E del 2006 prevede espressamente che “la distinzione tra immobili abitativi e immobili strumentali deve essere operata con riferimento alla classificazione catastale dei fabbricati, a prescindere da loro effettivo utilizzo”.

Anteriormente alla modifica legislativa, le cessioni di fabbricati abitativi era, come regola generale, esente Iva a meno che il cedente non fosse stato l’impresa costruttrice o l’impresa che abbia eseguito sullo stesso opere di ripristino (restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica) da meno di 5 anni dalla costruzione dell’immobile o dal termine dei lavori di ripristino.

Dopo la novella legislativa continua ad applicarsi tale regola con l’introduzione della possibilità, solamente per i soggetti costruttori o quelli che abbiano eseguito i predetti lavori si ripristino, di esercitare l’opzione per l’imponibilità Iva trascorsi  5 anni dalla costruzione. L’opzione per l’imponibilità Iva deve essere manifestata nell’atto di vendita.

La norma vuole favorire le imprese di costruzioni in sede di vendita dei beni invenduti, tenuto conto che sempre più spesso i beni vengono venduto dal costruttore oltre cinque anni dopo la costruzione. Per queste imprese, il vecchio regime prevedeva l’esenzione Iva con ricadute negative in termini di detrazione dell’Iva; la vendita in regime di esenzione determinava l’applicazione del pro-rata di detraibilità ai sensi dell’articolo 19, comma 5, DPR 633/1972.

D’ora in poi tali soggetti potranno applicare alla cessioni l’Iva, indipendentemente dal momento in cui cedono i beni costruiti o ripristinati, potendo così detrarre l’Iva versata durante la costruzione del bene.

Nella tabella che segue viene riassunto il regime fiscale delle cessioni di beni immobili con destinazione abitativa:


Operazione

Cedente

Cessionario

Iva

Registro

Ipotecarie e catastali

Regime

Detrazione per il cedente

Cessione di fabbricati abitativi

1) Imprese costruttrici o che vi abbiano eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica da meno di 5 anni

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Imponibile 4% (prima casa) 10% aliquota ordinaria

Ammessa

 Fissa 168 €

Fissa 168 € + 168 €

   

2) Imprese costruttrici o che vi abbiano eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica che hanno esercitato l’opzione per l’imponibilità Iva trascorsi cinque anni dal termine dei lavori

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Imponibile 4% (prima casa) 10% aliquota ordinaria

Ammessa

 Fissa 168 €

Fissa 168 € + 168 €

 

3) Imprese diverse dalle precedenti

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Esente

Non ammessa o ammessa con il pro-rata

3% (prima casa) 7% aliquota ordinaria

Fissa 168 € + 168 € (prima casa) 2%+1% aliquote ordinarie

 

La modifica più rilevante riguarda le cessioni di fabbricati strumentali; per questi viene stabilita una regola di imponibilità per opzione senza vincolarla alla tipologia del soggetto che la esercita, come accade invece per le cessioni di fabbricati abitativi.

Prima della novella legislativa, le cessioni di immobili strumentali avvenivano in esenzione Iva a meno che il cedente non fosse l’impresa di costruzione o di ripristino entro i 4 anni successivi oppure per i cedenti diversi da questi quando il cessionario:

–          aveva una percentuale di detrazione Iva inferiore o uguale al 25%;

–          non era un soggetto passivo Iva.

 

L’opzione per l’imponibilità Iva era ammessa per i cedenti diversi dalle imprese di costruzione o di ripristino entro 4 anni dal termine della costruzione o dei lavori se il cessionario era diverso da quelli testè descritti.

Con l’entrata in vigore del DL 83/2011 lo scorso 26 giugno, le regole per l’imponibilità Iva sono state semplificate. Le cessioni di immobili strumentali sono soggetti ad Iva in due sole ipotesi;

–          qualora il cessionario sia l’impresa costruttrice del bene o via abbia eseguito i lavori di ripristino entro 5 anni dal termine della costruzione o dei lavori;

–          qualora il cedente abbia manifestato l’opzione per l’imponibilità.

 

Anche nel caso degli immobili strumentali, l’opzione deve essere manifestata nell’atto di vendita.

 

Cessione di fabbricati strumentali

1) Imprese costruttrici o che vi abbiano eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica da meno di 5 anni

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

21% aliquota ordinaria

Ammessa

 Fissa 168 €

Fissa 168 € + 168 €

 

2) Qualunque impresa che ha esercitato l’opzione per l’imponibilità Iva

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

21% aliquota ordinaria

Ammessa

 Fissa 168 €

3% + 1%

 

3) Imprese diverse dalle precedenti

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Esente

Non ammessa o ammessa con il pro-rata

7% aliquota ordinaria

3% + 1%

 

Lo stesso DL 83/2012 ha apportato modifiche anche all’articolo 17, comma 6, lettera a-bis) del DPR 633/1972. In tale norma era precedentemente contenuto l’obbligo del reverse charge per i cessionari di immobili strumentali, qualora il cedente avesse esercitato l’opzione per l’imponibilità oppure qualora il cessionario era un soggetto passivo con un pro-rata di detraibilità uguale o inferiore al 25%.

Con la modifica apportata, il reverse charge è ora obbligatorio, tanto per le cessioni di immobili abitativi quanto per quelli strumentali, qualora il cedente eserciti, nei limiti previsti, l’opzione per l’imponibilità Iva.

Il recente DL 83/2012 modifica strutturalmente anche la disciplina delle locazione di immobili. Infatti l’articolo 9 del DL riscrive interamente il n. 8), comma 1, dell’articolo 10 del DPR 633/1972.

Anteriormente alla modifica, il regime Iva ordinario delle locazioni di immobili era l’esenzione ad eccezione di alcune tipologie di locazione. In particolare erano soggette all’Iva (10%) le locazioni di immobili abitativi da parte delle imprese costruttrici o di ripristino (cioè quelle che hanno eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica) in attuazione di piani di edilizia convenzionata entro quattro dalla ultimazione della costruzione o dei lavori a patto che il contratto di locazione non abbia una durata inferiore a quattro anni.

Erano inoltre soggetti ad Iva (21%) le locazioni di fabbricati strumentali da chiunque concesse quando il locatario aveva una percentuale di detrazione Iva inferiore o uguale al 25% oppure non era un soggetto passivo Iva oppure il locatore aveva manifestato l’opzione per l’imponibilità.

Con l’entrata in vigore del DL 83/2012 la disciplina viene semplificata. Rimane infatti, come regola generale, l’esenzione Iva per le locazione di immobili, sia abitativi sia strumentali, affiancata da tre eccezioni. L’imponibilità Iva della locazione è riservata, previa esplicita opzione del locatore nel contratto di locazione, per i fabbricati:

–          abitativi, effettuate dalle imprese costruttrici o di ripristino (cioè quelle che hanno eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica) senza limite temporale;

–          abitativi, destinati ad alloggi sociali (cd. housing sociale);

–          strumentali.

 

Operazione

Cedente

Cessionario

Iva

Registro

Regime

Detrazione per il cedente

Locazione di fabbricati abitativi

1) Imprese costruttrici o che vi abbiano eseguito interventi di restauro e di risanamento conservativo, interventi di ristrutturazione edilizia e/o interventi di ristrutturazione urbanistica se hanno esercitato l’opzione per l’imponibilità

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Imponibile 10%

Ammessa

 Fissa 168 €

 

2) Qualunque soggetto passivo se l’immobile è destinato ad alloggio sociale

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Imponibile 10%

Ammessa

 Fissa 168 €

 

3) Imprese diverse dalle precedenti

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Esente

Non ammessa o ammessa con il pro-rata

Aliquota 2%

Locazione di fabbricati strumentali

1) Qualunque impresa che ha esercitato l’opzione per l’imponibilità Iva

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Imponibile 21%

Ammessa

 Fissa 168 €

 

2) Imprese diverse dalle precedenti

Chiunque (soggetti passivi Iva e privati)

Esente

Non ammessa o ammessa con il pro-rata

Aliquota 1%

 

L’Agenzia delle Entrate, considerata la recente entrata in vigore del DL 83/2012, non si è ancora pronunciata sulle modalità di esercita l’opzione per i contratti in corso alla data di entrata in vigore del DL (26 giugno 2012).

Alcuna dottrina ritiene applicabile quanto riportato nella Risoluzione 4 gennaio 2008, n. 2/E. In particolare, secondo l’Agenzia delle Entrate il soggetto subentrante in un contratto di locazione che non ha potuto esercitare l’opzione per l’imponibilità all’Iva in sede di registrazione del contratto, può esercitarla all’atto del sub-ingresso mediante invio di apposita raccomandata a/r al competente Ufficio dell’Agenzia delle Entrate, ove manifesta tale opzione. Si attende sul punto una pronuncia dell’agenzia delle Entrate.

 

* Dottore Commercialista in Venezia


26
Giu 12

Le società immobiliari e la loro discriminazione

di Giancarlo Tomasin*

Le società immobiliare soffrono attualmente di una sorta di ostracismo e sono oggetto di un accanimento tributario.
A parte il ricordo di comportamenti disinvolti, e non di rado fraudolenti, nella stagione dei furbetti di quartierino, da parte di personaggi poi giustamente finiti nelle maglie delle Procure della Repubblica, il loro trattamento sembra frutto di un equivoco, se non forse di fuga mediatica, per distogliere l’opinione pubblica dalla gravità delle situazione e dalla responsabilità di chi questa situazione ha provocato.
La loro cattiva fama ed il loro cattivo trattamento dipendono dal fatto di essere considerate “non operative” in quanto hanno di solito un numero esiguo di dipendenti diretti. In una visione populistica e demagogica questa caratteristica da loro una connotazione negativa. Se peraltro di tenesse conto dell’indotto che esse procurano – proprio per le disponibilità finanziarie –
con attività di costruzione, ristrutturazione e restauro, il risultato sarebbe ben diverso.
La qualifica poi come “di comodo” (coniata dalla pratica, in quanto non vi è traccia di questa dizione nella legislazione) è addirittura disastrosa. Perfino il Papa, in una recente esternazione, da avuto parole di biasimo per le società di comodo, quasi fossero strumenti di evadere le imposte o eludere gli obblighi di solidarietà umana.
L’attribuzione della qualifica “di comodo” alle società immobiliari è poi assolutamente inadatta. La configurazione societaria attribuita a masse di beni di proprietà di una pluralità di persone (fisiche o giuridiche) deve essere considerata non solo pienamente legittima, ma altresì opportuna. L’alternativa infatti sarebbe la costituzione di comunioni immobiliari che l’esperienza ci dimostra essere ingovernabili, fonte di continua controversie, e – non di rado – causa di abbandono e rovina di beni, per l’impossibilità di accordo fra i vari comproprietari.
Istituti alternativi come il trust e le fondazioni di famiglia, oltre ad essere inapplicabili in molti casi, presentano minore trasparenza.
Il trattamento tributario attribuito a queste società “non operative” (che consiste nella presunzione di un reddito, anche quando questo non sussiste o sussiste in misura molto inferiore, per di più tassato con aliquota maggiorata) si pone in palese contrasto con i principi costituzionali (articoli 3 e 53 della Costituzione).
Per giustificare un’imposta che non colpisce redditi, si è configurato il maggior gravame loro imposto come una sorte di tassa di concessione, dimenticando che questo tipo di imposte è ormai concettualmente superato ed è stato espressamente condannato in sede comunitaria.
Bisogna riconoscere che l’amministrazione finanziaria ha fatto un uso assai discreto di questo strumento, consentendo ampie fasce di disapplicazione.
Ciò peraltro non fa venir meno l’irrazionalità e l’illegittimità di questa previsione legislativa.
A tutto questo si è di recente aggiunta (dl 138/2011) una mostruosità e cioè l’equiparazione, nel trattamento tributario, alle società “non operative” delle società “in perdita sistemica”, in concreto società che presentano bilanci in perdita per tre esercizi consecutivi.
Ne consegue che società che, anche a seguito dell’attuale grave crisi economica, sono in perdita e che sono mantenute in vita dall’apporto dei soci verrebbero condannate a sicura morte.
Si dice che il continuare a tener in vita ed operare società costantemente in perdita (in periodo normali) non può non suscitare sospetti di forme di evasione ed elusione, ma non mancano certo gli strumenti per scoprire gli eventuali abusi, senza ricorrere a presunzioni assolutamente irrazionali.
Il discorso vale, ovviamente, per la generalità dei settori di attività, ma acquista un particolare significato per il settore immobiliare.
Sono non poche le società che sono state costituite con importanti progetti di sviluppo edilizio e che ora, saggiamente, sono in stand-by, in attesa che la situazione economica generale si rassereni. La nuova normativa le penalizza gravemente. Che cosa dovrebbero fare? Realizzare i progetti di sviluppo e costruire strutture immobiliari che poi resterebbe invendute (si
veda l’esempio della Spagna) e magare attribuire a queste strutture plusvalori per giustificare i redditi presunti dalla legge, plusvalori lontani dai prezzi che il mercato potrebbe accettare?

 

* Dottore Commercialista in Venezia


21
Giu 12

Enti non commercialit: confronto esenzioni ICI e IMU

dr Andrea D’Este*

Nella vigenza della precedente imposta comunale, l’esenzioni di maggior rilievo per gli enti non commerciali era contenuta alla lettera i) dell’articolo 7 D.Lgs 504/1992. Era previsto che “gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all’ articolo 87, comma 1, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 e successive modificazioni, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’ articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222”.
La norma di favore è stato oggetto di un ampio dibattito e di numerose pronunce della Suprema Corte volte a definirne il perimetro di applicazione. L’esenzione è subordinata al possesso di due requisiti:
SOGGETTIVO
Deve trattarsi di immobili utilizzati da un soggetto non commerciale per tale intendendosi ex articolo 73 Tuir (già art. 87), lettera c) “enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali”.
Il Dipartimento delle Finanze con la circolare 2/DF del 26 gennaio 2009 suddivide così i destinatari dell’agevolazione:

  • gli enti pubblici, vale a dire gli organi e le amministrazioni dello Stato; gli enti territoriali; le aziende sanitarie e gli enti pubblici istituiti esclusivamente per lo svolgimento di attività previdenziali, assistenziali e sanitarie; gli enti pubblici non economici; gli istituti previdenziali e assistenziali; le Università ed enti di ricerca; le aziende pubbliche di servizi alla persona (ex IPAB);
  • gli enti privati, cioè gli enti disciplinati dal codice civile (associazioni, fondazioni e comitati) e gli enti disciplinati da specifiche leggi di settore, come, ad esempio: le organizzazioni di volontariato; le organizzazioni non governative; le associazioni dì promozione sociale; le associazioni sportive dilettantistiche; le fondazioni risultanti dalla trasformazione degli enti autonomi lirici e delle istituzioni concertistiche assimilate; le ex IPAB privatizzate; gli enti che acquisiscono la qualifica fiscale di Onlus; enti ecclesiastici civilmente riconosciuti secondo le previsioni dell’Accordo modificativo del Concordato Lateranense e delle intese tra lo Stato italiano e le altre confessioni religiose.

Rileva non l’attività descritta nello statuto o atto costitutivo ma l’attività effettivamente svolta nell’immobile (Cass. 09.11.2011 n. 23314, Cass. 29.02.2008 n. 5485), di qualsiasi categoria catastale esso sia (Cass. 17.09.2010 n. 1973). Tuttavia, contrariamente al verbo utilizzato dal legislatore facendo riferimento agli immobili “utilizzati”, sia il Ministero delle Finanze sia la Suprema Corte si sono espressi nel senso che l’agevolazione compete solamente all’ente non commerciale che possiede e utilizza l’immobile (risoluzione MEF 2/1242 del 1994 e Cass. 13232 del 2005) e non al mero utilizzatore/detentore.

OGGETTIVO
Le attività esercitate nell’immobile devono avere finalità:

  • assistenziali;
  • previdenziali;
  • sanitarie;
  • didattiche;
  • ricettive;
  • culturali;
  • ricreative;
  • sportive;
  • indicate dall’art. 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222, vale a dire le attività di religione e di culto, che sono “quelle dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi a scopi missionari alla catechesi, all’educazione cristiana”.

La fattispecie di maggior rilievo riguarda gli immobili utilizzati dagli enti per finalità miste, sia istituzionali, rientranti in quelle appena elencate, sia di tipo commerciale.
Per questi immobili l’esenzione ICI non trovava applicazione in quanto immobili non destinati esclusivamente ad una delle attività elencate (conformemente Cass. 05.03.2004 n. 4573; Cass. 08.03.2004 n. 4645; Cass. 13.05.2005 n. 10092; Cass. 26.10.2005 n. 20776; Cass. 15.11.2007 n. 23703; Cass. 18.12.2009 n. 26657).
A seguito dei numerosi contenzioni instauratisi, il legislatore è intervenuto dapprima con l’articolo 6 DL 17 agosto 2005 n. 163 e poi con il comma 2-bis dell’articolo 7 DL 30 settembre 2005 n. 203.
Con il primo intervento, contenuto in un decreto legge mai convertito, era stato previsto che “L’esenzione prevista dall’articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, e successive modificazioni, si intende applicabile anche nei casi di immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura di cui all’articolo 16, primo comma, lettera b), della legge 20 maggio 1985, n. 222, pur svolte in forma commerciale se connesse a finalità di religione o di culto”.
Il riferimento ad attività “connesse a finalità di religione di culto” non aveva certamente fatto chiarezza sulla reale portata della norma..
Per superare tale difficoltà il legislatore con il successivo intervento ha stabilito che “L’esenzione disposta dall’articolo 7 comma 1, lettera i), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera che non abbiano esclusivamente natura commerciale”.
La finalità del legislatore era quella di assicurare l’esenzione a quelle attività previste dall’articolo 7 D.Lgs 504/1992, lettera i), pur svolte secondo la logica commerciale. Infatti secondo Cass. 08.03.2004 n. 4645 lo svolgimento dell’attività di gestione di un’attività ricettiva costituiva esercizio di una attività commerciale perché organizzata secondo lo schema dell’impresa e con l’introito di corrispettivi.
Il rischio che si correva era quello di riconoscere natura commerciale a quelle attività pur rientranti tra quelle elencate dall’articolo 7 D.Lgs 504/1992, lettera i), ma svolte in forma organizzata e con ricavi ed entrate finanziarie.
Dalla lettura di quest’ultima disposizione il perimetro di applicazione dell’esenzione è stato allargato, prevenendo l’esenzione anche per gli immobili con utilizzazione mista, “non esclusivamente commerciale”.
Di diversa opinione è il Dipartimento delle Finanze che con la circolare 2/DF del 26 gennaio 2009 ha previsto che “se non è possibile individuare attività qualificabili come non esclusivamente di natura commerciale, si può sostenere che quest’ultimo inciso debba essere riferito solamente alle specifiche modalità di esercizio delle attività in argomento, che consentano di escludere la commercialità allorquando siano assenti gli elementi tipici dell’economia di mercato (quali il lucro soggettivo e la libera concorrenza), ma siano presenti le finalità di solidarietà sociale sottese alla norma di esenzione. Infatti, la combinazione del requisito soggettivo e di quello oggettivo comporta che le attività svolte negli immobili ai quali deve essere riconosciuta l’esenzione dall’ICI non siano di fatto disponibili sul mercato o che siano svolte per rispondere a bisogni socialmente rilevanti che non sempre sono soddisfatti dalle strutture pubbliche e che sono estranee alla sfera di azione degli operatori privati commerciali. Ciò è particolarmente evidente per le attività svolte in regime concessorio o in convenzionamento e/o accreditamento con l’ente pubblico, in quanto si tratta di attività inserite in maniera completa ed esclusiva nel servizio pubblico gestito direttamente da un’istituzione pubblica. L’esenzione in esame, infatti, trae la sua giustificazione, da un lato nella “meritevolezza” dei soggetti e delle finalità perseguite, e, dall’altro, nella rilevanza sociale delle attività svolte”.
Essendo stata introdotta nel 2005, la modifica legislativa non ha ancora visto nessuna pronuncia di legittimità.
Con l’introduzione dell’IMU, il comma 8, articolo 9, D.Lgs 14 marzo 2011 n. 23 estende alla nuova imposta comunale le esenzioni previste in materia di ICI, contenute nell’articolo 7, lettera i) D. Lgs 504/1992.
Successivamente l’articolo 91-bis del DL 24 gennaio 2012 ha dapprima abrogato il comma 2-bis dell’articolo 7 DL 30 settembre 2005 n. 203 (il secondo degli interventi normativi dell’anno 2005 sopra citati) e poi ha modificato la lettera i) dell’articolo 7 citato disponendo l’esenzione IMU per “gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all’ articolo 87 , comma 1, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 e successive modificazioni, destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’ articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985, n. 222”.
Con l’inserimento di “con modalità non commerciali” il legislatore ha eliminato ogni diversa interpretazione, restringendo l’esenzione ai soli immobili utilizzati esclusivamente per le attività elencate dalla lettera i) dell’articolo 7 D.Lgs 504/1992.
Sempre l’articolo 91-bis citato introduce al secondo e terzo comma una specifica disciplina per gli immobili ad utilizzazione mista. In particolare “Qualora l’unità immobiliare abbia un’utilizzazione mista, l’esenzione di cui al comma 1 si applica solo alla frazione di unità nella quale si svolge l’attività di natura non commerciale, se identificabile attraverso l’individuazione degli immobili o porzioni di immobili adibiti esclusivamente a tale attività. Alla restante parte dell’unità immobiliare, in quanto dotata di autonomia funzionale e reddituale permanente, si applicano le disposizioni dei commi 41, 42 e 44 dell’articolo 2 del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286. Le rendite catastali dichiarate o attribuite in base al periodo precedente producono effetto fiscale a partire dal 1° gennaio 2013. Nel caso in cui non sia possibile procedere ai sensi del precedente comma 2, a partire dal 1° gennaio 2013, l’esenzione si applica in proporzione all’utilizzazione non commerciale dell’immobile quale risulta da apposita dichiarazione. Con successivo decreto del Ministro dell’economia e delle finanze da emanare ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 17 agosto 1988, n. 400, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono stabilite le modalità e le procedure relative alla predetta dichiarazione e gli elementi rilevanti ai fini dell’individuazione del rapporto proporzionale”.
L’analisi della modifica normativa deve essere così suddivisa:

  1. l’unità immobiliare adibita ad attività commerciale è identificabile. In questo caso l’esenzione IMU si applica solamente alla parte dell’immobile utilizzata per l’attività istituzione dell’ente mentre alla parte rimanente, nella quale si svolge l’attività commerciale, deve essere accatastata separatamente in catasto con l’attribuzione di una propria rendita catastale entro 9 mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione (25 marzo 2012); le rendite così attribuite produrranno effetto dal momento della loro attribuzione, anche se provvisoria. Infatti in sede di accatastamento della parte con destinazione commerciale dell’immobile attraverso la procedura DOCFA verrà attribuita una rendita provvisoria che avrà comunque efficacia immediata sia ai fini delle imposte dirette sia ai fini IMU. Nel caso in cui l’ufficio non accetti la rendita proposta dal contribuente e assegni all’immobile una rendita diversa, questa spiegherà effetto retroattivo fin dalla data di presentazione DOCFA (circolare 11/T del 26 ottobre 2005). Pertanto per l’anno 2012 è necessario quanto prima procedere all’accatastamento separato della parte ad uso commerciale, al fine di versare l’IMU pro rata temporis per questa sola parte dell’immobile in luogo dell’intero immobile.
  2.  l’unità immobiliare adibita ad attività commerciale non è identificabile. In tale ipotesi, dal 01 gennaio 2013 l’esenzione IMU si applica in proporzione all’utilizzazione non commerciale dell’immobile quale risulta da una apposita dichiarazione. Entro 60 giorni dalla conversione in legge del DL il MEF deve emanare un decreto per regolamentare tale dichiarazione. Ad oggi ancora non è stato emanato. Per l’anno 2012, pertanto, nessuna esenzione IMU spetta per gli immobili con utilizzazione promiscua in cui non sia identificabile la parte destinata ad attività commerciale. Dal 2013, si potrà ottenere l’esenzione parziale a seguito della presentazione di apposita dichiarazione.

* Dottore Commercialista in Venezia


25
Mag 12

FATTURAZIONE DEI SERVIZI INTRA-COMUNITARI

dr Andrea D’Este*

La legge 217/2011 (Legge Comunitaria 2010) ha modificato strutturalmente la disciplina relativa sia al momento impositivo sia alla modalità di fatturazione delle prestazioni di servizi tra operatori comunitari.
Gli interventi hanno riguardato il contenuto dell’articolo n. 6 (“effettuazione delle operazioni”) e dell’articolo n. 17 (“soggetti passivi”) del DPR 633/1972.
Iniziando dal primo, la Comunitaria 2011 ha aggiunto il comma n. 6 che regolamenta il momento in cui una prestazione di servizi intracomunitari si considera realizzata. La disposizione trova applicazione per le sole prestazione di servizi c.d. generiche di cui all’articolo 7-ter del medesimo DPR e non delle altre prestazioni di cui agli articolo 7-quater e 7-quinquies.
In particolare il nuovo comma n. 6 prevede che “In deroga al terzo e al quarto comma, le prestazioni di servizi di cui all’articolo 7-ter, rese da un soggetto passivo non stabilito nel territorio dello Stato a un soggetto passivo ivi stabilito, e le prestazioni di servizi diverse da quelle di cui agli articoli 7-quater e 7-quinquies, rese da un soggetto passivo stabilito nel territorio dello Stato ad un soggetto passivo che non è ivi stabilito, si considerano effettuate nel momento in cui sono ultimate ovvero, se di carattere periodico o continuativo, alla data di maturazione dei corrispettivi. Se anteriormente al verificarsi degli eventi indicati nel primo periodo è pagato in tutto o in parte il corrispettivo, la prestazione di servizi si intende effettuata, limitatamente all’importo pagato, alla data del pagamento ”.
Il legislatore con questo intervento ha conformato la disciplina nazionale a quella comunitaria. La Direttiva 2006/112/CE, all’articolo 66, par. 1, prevede espressamente che per le prestazioni di servizi nelle quali debitore dell’imposta è il destinatario del servizio, non possano essere derogato il criterio generale che stabilisce il momento di effettuazione della prestazione a quello in cui la stessa è resa. Il legislatore italiano aveva, in precedenza, adottato una disciplina troppo estensiva prevedendo, anche per le prestazioni di servizi nelle quali il debitore dell’imposta è il destinatario della prestazione, come momento rilevante per considerare effettuata l’operazione quello del pagamento.
Sempre il nuovo comma n. 6 dell’articolo 6 DPR 633/1972 prevede che qualora anteriormente alla conclusione del servizio vi sia il pagamento dello stesso (anche parziale) l’operazione si intende effettuata in tale momento. Se il pagamento è parziale l’operazione si intende effettuata solamente per tale importo.

* * *

SERVIZI RESI
La modifica normativa interviene modificando il momento in cui una prestazione di servizi, avente le caratteristiche sopra citate, si intende effettuata.
Anteriormente alla modifica, le prestazioni di servizi rese si intendevano realizzate al momento di incasso del corrispettivo o, se anteriore, la data di emissione della fattura o di incasso. D’ora in poi l’emissione della fattura non sarà più determinante per stabilire se una prestazioni di servizi si intende realizzata dovendosi prendere a riferimento la data di ultimazione del servizio o, se anteriore la data di incasso (se l’incasso è parziale limitatamente a tale importo).
La finalità della modifica è quella di omogeneizzare in ambito europeo il momento in cui una prestazione di servizi si intende realizzata con conseguenti obblighi comunicativo nei modelli Intrastat. Questo in quanto la disciplina precedente prevedeva l’inserimento nei modelli Intrastat delle fatture relative a prestazioni rese nel momento di incasso o se anteriore a quello di emissione della fattura. Frequentemente, quindi, il prestatore italiano inseriva la prestazione nel modello Intrastat di riferimento sulla base dell’emissione della fattura (perché antecedente all’incasso) mentre il committente comunitario nel modello di riferimento in base al pagamento della prestazione.
Ora, avendo la norma reso irrilevante il momento di emissione della fattura entrambe le parti, prestatore italiano e committente comunitario, avranno uno stesso momento in cui l’operazione si intende realizzata e cioè la data di ultimazione del servizio o, se anteriore la data di incasso (se l’incasso è parziale limitatamente a tale importo). In questo modo le comunicazioni delle operazioni nei modelli Intrastat sarà omogenea tra gli operatori economici.

SERVIZI RICEVUTI
Passando all’analisi delle modifiche relative ai servizi ricevuti, l’articolo 17, comma 2 DPR 633/1972 è stato integrato e modificato sotto due aspetti:
– introduzione dell’integrazione obbligatoria in luogo dell’autofatturazione;
– equiparazione delle prestazioni di servizi ricevute con gli acquisti di beni.

Prima della modifica in commento il soggetto passivo residente che riceveva un servizio generico da un operatore comunitario era obbligato ad emettere autofattura per la prestazione ricevuta.
L’Agenzia delle Entrate aveva ammesso, in alternativa, l’integrazione della fattura del fornitore comunitario. Integrazione che si sostanzia nella indicazione sulla fattura ricevuta dell’ammontare dell’Iva e del totale fattura così ottenuto.
Dallo scorso 17 marzo l’autofatturazione dei servizi ricevuti da operatori comunitari non sarà può ammessa; l’unica procedura d’ora in poi ammessa è quella dell’integrazione della fattura del fornitore comunitario.
Il legislatore stabilisce l’equiparazione dei servizi ricevuti agli acquisti di beni mediante rinvio da parte del 2° comma dell’articolo 17 DPR 633/1972 agli articoli 46 e 47 del DL 331/1993. Questi ultimi disciplinano la fatturazione e la registrazione delle operazioni (acquisti e vendite di beni) intracomunitarie. Quanto agli acquisti è previsto che l’operatore italiano proceda alla integrazione della fattura del fornitore comunitario al momento del ricevimento e proceda alla registrazione entro il mese di ricevimento.
Al fine di delimitare temporalmente l’integrazione e la registrazione delle fatture ricevute, l’articolo 47 DL 331/1993, comma 5, fissa nel mese successivo all’effettuazione dell’operazione il termine ultimo per l’integrazione e la registrazione della fattura di acquisto. Qualora entro tale termine non fosse pervenuta la fattura l’operatore residente deve emettere una autofattura entro il mese ancora successivo. E’ questa l’unica fattispecie al ricorrere della quale l’operatore residente deve emettere autofattura per gli acquisti intracomunitari.
Esemplificando, pensiamo alla commessa data d un soggetto stabilito in Germani per la pubblicazione di inserzioni in una rivista di settore. La commessa è stata affidata nel mese di gennaio mentre la pubblicazione è prevista nella rivista del mese di marzo. In questo esempio l’operazione si considera effettuata nel mese di marzo e, quindi, gli obblighi di integrazione e registrazione della fattura del fornitore tedesco devono essere assolti al più tardi entro il mese di aprile. Qualora entro tale termine l’operatore residente non abbia ricevuto la fattura dal fornitore tedesco dovrà entro il mese di maggio emettere una autofattura e procedere alla registrazione della stessa.
Una utile indicazione per determinare la data di ultimazione del servizio ci viene fornita dalla Direttiva comunitaria (2006/112/CE). L’articolo 226 prevede che tra gli elementi obbligatori da indicare nella fattura vi sia anche la data di ultimazione del servizio se diversa dalla data della fattura. Tale previsione non è stata adottata dal legislatore interno ma ben può, comunque, essere applicata dagli operatori.

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Riassumendo:
1) Nel caso di prestatore italiano

TIPOLOGIA DI COMMITTENTE e DI OPERAZIONE DATA DI EFFETTUAZIONE DELL’OPERAZIONE DATA DI REGISTRAZIONE DELL’OPERAZIONE DATA DI COMUNICAZIONE MODELLI INTRASTAT
Stabilito in Italia (qualsiasi prestazione di servizi)  Data di pagamento della prestazione o se precedente, emissione della fattura Entro 15 giorno dall’emissione della fattura Non soggette a comunicazione Intrastat
Stabilito in UE o ExtraUE (prestazione di cui all’art. 7-ter) Data di ultimazione della prestazione o se precedente, data di incasso (se l’incasso è parziale limitatamente all’importo incassato) Entro 15 giorno dall’emissione della fattura Data di ultimazione della prestazione o se precedente, data di incasso (se l’incasso è parziale limitatamente all’importo incassato)
Stabilito in UE o ExtraUE (prestazione di cui all’art. 7-quater e quinquies) Data di pagamento della prestazione o se precedente, emissione della fattura Entro 15 giorno dall’emissione della fattura Non soggette a comunicazione Intrastat

2) Nel caso di committente italiano

TIPOLOGIA DI PRESTATORE DATA DI EFFETTUAZIONE DELL’OPERAZIONE DATA DI REGISTRAZIONE DELL’OPERAZIONE DATA DI COMUNICAZIONE MODELLI INTRASTAT
Stabilito in Italia (qualsiasi prestazione di servizi)  Data di pagamento della prestazione Entro il 31 dicembre del secondo anno solare successivo alla data della fattura Non soggette a comunicazione Intrastat
Stabilito in UE (prestazione di cui all’art. 7-ter) Data di ultimazione della prestazione o, se precedente, data di pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato) Si deve integrare la fattura entro il mese successivo alla data di ultimazione dell’operazione o se anteriore di pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato); in assenza del ricevimento della fattura si deve emettere autofattura entro il secondo mese successivo a quello di ultimazione dell’operazione o di pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato) Data di ultimazione della prestazione o, se precedente, data di pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato)
Stabilito ExtraUE (prestazione di cui all’art. 7-ter) Data di ultimazione della prestazione o, se precedente, data di pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato) Si deve emettere autofattura entro il 31 dicembre del secondo anno solare successivo alla data di ultimazione del servizio o se anteriore del pagamento (se il pagamento è parziale limitatamente all’importo pagato) Non soggette a comunicazione Intrastat
Stabilito UE o ExtraUE (prestazione di cui all’art. 7-quater e quinquies) Data di pagamento della prestazione Si deve emettere autofattura entro il 31 dicembre del secondo anno solare successivo alla data della fattura o del pagamento se anteriore (se il prestatore è comunitario è possibile in luogo dell’emissione dell’autofattura integrare la fatture ricevuta dal prestatore) Non soggette a comunicazione Intrastat

Da ultimo, si precisa che la registrazione tanto della fattura integrata che dell’autofattura deve essere effettuata sia nel registro Iva acquisti sia nel registro Iva vendite e che gli obblighi di comunicazione dell’operazione nei modelli Intrastat decorrono dalla data di registrazione e non da quella in cui l’operazione si intende realizzata (cioè la data di ultimazione del servizio reso o ricevuto).

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Un ulteriore aspetto da tener presente è contenuto nell’ultimo periodo del nuovo comma 6 dell’articolo 6 DPR 633/18972 e riguarda una ampliamento di una regola già prevista anteriormente alla novella apportata dalla Comunitaria 2010 relativa alle prestazioni di servizi effettuate in modo continuativo di tipo generico (Cfr. articolo 7-ter DPR 633/1972).
Per le prestazioni generiche ricevute da un operatore comunitario, prima della modifica de quo, era previsto che dovessero essere fatturate, per il corrispettivo fin tanto maturato, al termine di ciascun anno solare se:
– di carattere continuativo nell’arco di più anni;
– non comportavano pagamenti anche parziali in tale periodo.

Dal 17 marzo scorso, tale disciplina viene allargata anche alle prestazioni rese, aventi le medesime caratteristiche.
Ciò significa che gli operatori nazionali dovranno, al ricorrere delle fattispecie descritte, fatturare le prestazioni rese e autofatturare (l’integrazione non è possibile in quanto il fornitore comunitario emetterà fattura solamente alla conclusione del servizio) quelle ricevute qualora tali prestazioni siano di carattere continuativo a cavallo di almeno due anni solari e non abbiano comportato il versamento di acconti.

 

* Dottore Commercialista in Venezia