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24
Apr 20

Sul Piano Marshall (un’analisi geo-politica)

di Giancarlo Tomasin

Si fa oggi un gran parlare sul Piano Marshall del 1947, invocandone una riedizione per far fronte
alla crisi innescata dalla pandemia del Covid-19.
Penso sia opportuno analizzare quello che fu dunque il Piano Marshall, inquadrandolo nella
situazione geo-politica dell’epoca per confrontala all’attuale.
Mi sia consentito fare un passo indietro.
La storia dell’umanità è, a ben vedere, una storia degli imperi, a prescindere dalla forma di governo
(monarchico o repubblicano, autoritario o democratico). Oggi, anziché di imperi, si parla di
superpotenze, ma il concetto non cambia
Viene in mente l’impero di Alessandro il Grande, effimero come durata, ma con enormi ricadute in
termini di civiltà. Ma prima di questo vi erano stati l’impero assiro, l’impero ittita ed altri.
Ne sono seguiti l’impero romano, l’impero romano d’oriente (bizantino), l’impero di Carlo Magno,
l’impero islamico dei califfi, ed in seguito l’impero ottomano, l’impero di Genghis Khan ed altri
ancora.
Piccoli stati hanno potuto crearsi, e prosperare in interstizi della storia, spesso con risultati
sorprendenti sul piano culturale (penso alle polis greche ed alle città italiane del tardo medioevo e
del Rinascimento) ma ebbero una durata assai limitata.
Fra i secoli XVIII e XIX si ebbe un numero pletorico di imperi: il Sacro Romano Impero (poi
retrocesso ad Impero Austro-ungarico), l’impero zarista, l’impero ottomano, l’impero britannico,
a cui si aggiunse in seguito l’impero tedesco.
Napoleone cercò di sistemare la situazione, puntando ad un impero europeo (o eurasiatico) da
contrapporre all’impero marittimo dell’Inghilterra, ma si scontrò (avendone la peggio) con l’impero
zarista.
Con la Prima Guerra Mondiale crollarono ben quattro imperi: l’impero tedesco, l’impero austroungarico,
l’impero zarista e l’impero ottomano. Si salvò solo l’impero britannico.
La situazione durò solo due decenni.
Fu la volta della Germania di Hitler, che sognò un impero europeo (o eurasiatico). Il vero scontro
della Seconda Guerra Mondiale fu con l’Unione Sovietica di Stalin. L’occupazione della Francia fu
una rivalsa dalla sconfitta del 1918 e il forsennato attacco aereo di Londra e di altre città aveva lo
scopo di pervenire ad una pace vittoriosa con l’Inghilterra.
Le sorti della guerra si risolsero quando, nel febbraio 1943, il gen von Paulus, creato da Hitler
feldmaresciallo il giorno precedente, si arrese all’Armata Rossa e cinque mesi dopo la battaglia fra
carri amati di Kursk confermò la disfatta tedesca.
Il resto della guerra fu una lenta agonia della Germania, con la progressiva avanzata dell’Unione
Sovietica e lo sbarco degli Alleati dapprima in Sicilia e poi in Normandia.
Alla fine della guerra, nel 1945, l’Europa era ridotta allo stremo, compreso la vincitrice Gran
Bretagna, che avrebbe trasformato il suo impero in un fatiscente Commomwealth, ed in una
situazione analoga si trovata l’Unione Sovietica. Non è facile immaginare l’evolversi della
situazione senza quell’European Recovery Program (ERP), che non a torto venne poi comunemente
denominato Piano Marshall, dal nome del Segretario di Stato americano che lo espose per la prima
volta all’Università di Harvard il 5 giugno 1947.
Si trattò di una gigantesca (per l’epoca) elargizione agli stati europei, in parte sotto forma di prestito
(il 13 %), ma per la maggior parte (l’87 %) a fondo perduto, di fondi da utilizzare per l’acquisto di
derrate e di prodotti statunitensi.
Fu un’intelligente operazione di generosità interessata, nel senso che venne così creato uno sbocco
all’economia americana, uscita finalmente dalla grande crisi del 1929.
Un’Europa risanata sarebbe poi stata un ottimo cliente dell’industria americana sia nell’immediato
che in una prospettiva temporale e – sul piano politico – si sarebbero così sottratti all’influenza
sovietica i paesi dell’Europa Occidentale.
Ma, in un’analisi storica, fu questo il suggello di un nascente impero americano, tant’è vero che al
Piano Marshall fecero seguito, due anni dopo, il Patto Atlantico e la NATO, e cioè lo strumento
militare di questo impero.
In forma speculare venne costituito il Patto di Varsavia (1949) che diede vita all’impero sovietico.
La Guerra Fredda non fu altro che la coesistenza di queste due superpotenze che garantì un lungo
periodo di pace mondiale.
Al crollo dell’Unione Sovietica (1989) fecero seguito gli eccidi dell’ex Jugoslavia, La carenza di un
impero nel Sud-Est asiatico rese possibili i massacri delle guerre del Vietnam e della Cambogia
(Khmer Rouges).
Quanto al Piano Marshall: erano allora consci i reggitori d’oltre oceano? Forse no, dal momento che
il sentimento generale degli americani è sempre stato, in maggioranza, isolazionista (e Donald
Trump ne è, sia pure in forma confusa e non di rado contraddittoria, l’esasperata conclusione) ma
non di rado svolte storiche si sono verificate senza l’immediata consapevolezza da parte degli attori.
Ma ritorniamo al momento attuale, dal quale ho preso le mosse.
Anche a seguito della crisi causata dalla pandemia Covid-19, l’Europa ha assoluto ed urgente
bisogno di un aiuto. Senza quest’aiuto i singoli stati, soprattutto quelli dell’area mediterranea,
sarebbero condotti ad un sostanziale default finanziario, con gravi conseguenze per l’intera
situazione geo-politica del pianeta.
Per questo si invoca un nuovo Piano Marshall. Ma quale paese potrebbe oggi assumere il ruolo do
erogatore? Non certo gli Stati Uniti a guida Trump.
La risposta non può che essere la Germania, la quale si trova oggi di fronte ad un dilemma,
determinante per l’Europa e quindi per la Germania stessa.
La Germania potrebbe – non senza ragione – rifiutarsi, anche per punire quelli che una facile
volgata indica come i paesi cicala.
In questo caso l’Europa, o meglio le istituzioni europee sinora con difficoltà costruite (e non
completate) di disintegrerebbe ed i singoli stati che la compongono diventerebbero prima o poi
preda di altri imperi, quali la Russia di Putin, ma anche della Cina di Xi Jinping.
Notiamo infatti che sempre più apertamente sia la Cina che la Russia, ma anche gli USA, secondo
la strategia imperialistica del divide et impera: corteggiano i singoli stati europei, ma cercano di
demolire l’Unione Europea.
La Germania si troverebbe quindi in un futuro non troppo lontano circondata, geograficamente, ma
anche economicamente, da una potenza ostile.
In alternativa la Germania potrebbe (o dovrebbe, secondo alcuni) consentire l’assunzione da parte
della Banca Europea della garanzia di un gigantesco programma di finanziamento ai paesi europei
che ne avranno bisogno.
Tutto questo ponendo come condizione la realizzazione di quell’entità statale (o sovrastatale)
europea che è la grande incompiuta dell’attuale periodo storico, e che non potrà che essere a guida
tedesca.
Si tratterebbe, a ben vedere, di una replica, sia pure a dimensioni moltiplicate, di quanto fatto per
conseguire l’unificazione con gli “Ossi”, i cittadini della Germania Orientale, l’ex DDR.
In sostanza le prossime settimane saranno cruciali, in quanto in esse si determineranno le condizioni
affinché, in un futuro non lontano, quella potenza eurasiatica preconizzata da George Orwell in
“1984” sia a guida tedesca ovvero a guida russa (o cinese?).
Si tratta quindi di stabilire se gli interventi richiesti dai paesi dell’Europa mediterranea debbano
essere considerati atti di generosità, sia pure nella forma di salvataggi (bail-out) volti ad evitare
default che avrebbero effetti devastanti per l’intero sistema finanziario europeo e mondiale, ovvero
un’occasione per un riordino geo-politico dell’Europa.
Nella Storia i vuoti vengono sempre riempiti.
Ovviamente dovrà essere posta in essere una rigida Costituzione europea, per evitare il ripetersi di
funeste svolte autoritaria, ma i recenti fatti ungheresi dimostrano che il ventre che ha generato
Hitler e che è ancora fertile (Bertold Brecht) può trovarsi anche fuori dalla Germania
Non possiamo poi dimenticare che l’euro è attualmente una moneta dimezzata (ovvero una moneta
semi-virtuale), dal momento che elemento importante di una moneta è l’essere garantita da uno
stato sovrano, ancorché tramite una banca centrale; l’euro per converso non è oggi garantita da uno
stato, ma soltanto da una banca centrale gestita da una molteplicità di stati, sovente litigiosi.
In concreto vedrei con favore un salvataggio dei paesi finanziariamente più deboli (perché di questo
si tratta) condizionata peraltro a concreti passi verso un vero Stato federale europeo. Tenuto conto
che i tempi stringono vedrei con favore una politica dei piccoli passi, partendo dall’eliminazione di
criticità che hanno sinora impedito il pieno sviluppo dell’Italia, e non solo. Mi riferisco innanzitutto
all’evasione fiscale, alla corruzione ed alla criminalità organizzata (mafie).
Penso sia opportuno soffermarci su quest’ultimo punto: non vi è dubbio che le mafie rappresentino
un serio pericolo per lo Stati, anche, ma non solo, sotto l’aspetto finanziario.
Sarebbe contrario a verità ed ingeneroso ignorare gli sforzi della magistratura e della polizia per
sconfiggere il fenomeno ed il sacrificio di martiri della Stato quali Falcone, Borsellino, il gen Della
Chiesa e tanti tanti altri.
Ma il motivo della mancata eradicazione del fenomeno, ed al contrario il suo progressivo
rafforzamento è senza dubbio dovuto al fatto che non sempre allo sforzo di singoli civil servants ha
fatto riscontro il pieno ed incondizionato supporto da parte della autorità politiche.
L’argomento è stato evidenziato anche di recente da Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro
e Federico Cafiero de Raho, procuratore generale antimafia, i quali ci ricordano che le mafie votano
e fanno votare e si stanno organizzando per appropriarsi dei fondi che saranno messi a disposizione
di imprese e privati per superare la crisi causata dal virus.
E’ da chiedersi se è disposto a dare un pieno appoggio a questa lotta un politico che sa che la sua
elezione è stata determinata dai pacchi di voti delle mafie e lo sarà anche la sua riconferma. Tutto
questo, si badi bene, anche nel caso che tali voti non siano stati richiesti o concordati.
Va poi aggiunto che la moglie di Cesare non solo deve essere onesta, ma deve anche apparire
onesta.
Per questo ritengo che un serio successo sarà possibile solo quando i politici ai quali comunque gli
operatori della giustizia faranno riferimento siano di elezione sovranazionale, in sostanza europea.
Ma analoghe considerazioni possono essere fatte anche per quanto riguarda l’evasione fiscale e la
corruzione.
Deferire tale battaglia a strutture europee potrebbe essere un serio e prezioso vantaggio per il nostro
Paese ed un passo avanti verso la creazione degli Stati Uniti Europei.
Per questo vedrei come primi importanti passi verso un nuovo stato federale europeo la creazione di
strutture europee analoghe all’Internal Revenue Service IRS e al Federal Bureau of Investigation
per realizzare una seria lotta ai virus dell’Italia, e cioè l’evasione fiscale, la corruzione e la
criminalità organizzata (mafie).
Per questo sarebbe utile che gli aiuti che verranno dati ai singoli stati dall’Unione Europei sotto
qualsiasi forma venissero condizioni all’impegno di procedere verso la completa unione, dando sin
d’ora corso alle iniziative sopra indicate, alle quali aggiungerei una struttura sanitaria uniforme per
rispondere con maggiore efficacia alla prossima epidemia che – ci dicono gli scienziati – non
sappiamo quando, ma certamente ci sarà


24
Apr 20

Considerazioni sul Dopo-virus

di Giancarlo Tomasin

 

In questi giorni di reclusione è opportuno proporci di configurare come sarà la situazione e come
saranno gli sviluppi quando la pandemia sarà cessata.
E’ mia convinzione che non si tratterà di riprendere un cammino temporaneamente interrotto, ma
dovrà essere creato o comunque sarà necessario operare in uno scenario profondamente diverso.
L’unica analogia con l’attuale situazione che riesco a trovare nella mia esperienza è con la Seconda
Guerra Mondiale, tenendo peraltro conto anche delle conseguenze della Grande Crisi del 1939.
E’ quindi opportuno tenere presente quanto è avvenuto, in Italia e non solo, dopo il 1945, ma per
far questo è necessario esaminare la situazione della finanza italiana negli anni ’30
Le conseguenze del Great Crash alla borsa di New York non avevano tardato ad avere effetti
disastrosi anche in Europa ed. in particolare in Italia.
Per fronteggiare in qualche modo le conseguenza della crisi mondiale seguita alla crisi borsistica
del 1929, era stato creato, all’inizio degli anni ’30, oltre all’IMI (sostanzialmente una banca
pubblica per l’erogazione del credito a medio e lungo termine), l’IRI Istituto per la Ricostruzione
Industriale, sotto la presidenza di Alfredo Beneduce. Creato appunto per far fronte ad una
situazione particolare, era stato conservato anche quando gli effetti immediati della crisi erano
cessati, ed ancorchè Mussolini avesse espresso l’intenzione di smantellarlo.
Le varie aziende non perdettero la loro natura privatistica (erano società anonime, ora per azioni)
con la permanenza quindi di capitale privato, sia pure in posizione di minoranza. Lo Stato si
riservava un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale, senza entrare nella gestione diretta, come
sarebbe avvenuto se le aziende fossero state nazionalizzate.
Le stesse grandi banche finirono per essere irizzate.
Alla fine della guerra lo Stato, tramite l’IRI, si trovò allora ad essere socio di maggioranza delle
maggiori imprese italiane, tranne forse solo la FIAT, oggetto peraltro di forti interventi statali per
garantirne la sopravvivenza.
Questa forte presenza dello Stato nell’industria fu, a mio parere, un elemento fondamentale della
ricostruzione in Italia.
Solo cinquant’anni dopo l’IRI venne demolito, sia per recuperare fondi per ridurre l’ingente debito
italiano al fine di poter aderire all’euro (operazione peraltro solo in parte riuscita), sia perchè nel
frattempo, ed anche a seguito del crollo dell’Unione Sovietica e dell’entrata nella scena mondiale
della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti, si era formato il dogma dell’assoluta
preminenza dell’economia liberale (privata) su qualsiasi forma di intervento statale nell’economia.
Oggi il sentiment è mutato o sta mutando.
Ma, a parte l’IRI, l’Italia si salvò e realizzò in pochi anni quella che fu definito il miracolo
economico italiano grazie al duro lavori di tutti gli italiani, ma anche grazie all’entrata in scena di
una schiera di politici, anzi di statisti, di alto livello, e basti pensare ai De Gasperi, ai Vanni, agli
Einaudi.
Ma non vanno dimenticate anche altre presenze come quella di Angelo Costa, presidente di
Confindustria, e di Giuseppe Di Vittorio, segretario della CGIL, che realizzarono il Piano del
Lavoro, che garantì la pace sociale per almeno un decennio.
Ritorniamo nell’Italia (e nell’Europa) del Dopo-virus.
Le aziende più grandi e più sane potranno probabilmente sopravvivere con i mezzi propri, ma un
gran numero di aziende dovrà formare oggetto di salvataggi, per non dar luogo ad una marea di
disoccupati, con conseguenza gravi sul piano etico-sociale, ma anche sul piano dell’ordine
pubblico.
Le stesse banche, anche le meglio gestite, avranno bisogno di qualche forma di aiuto per far fronte
alla massa di insolvenze (sofferenze o non performing loans in gergo bancario) che dovranno
iscrivere in bilancio. E’ quindi da ipotizzare una sorte di Nuova IRI. Resta da vedere se tale
struttura possa avere base nazionale (italiana per quanto ci riguarda) ovvero europea.

Opportunamente l’entrata in vigore della legge sulle crisi aziendali, prevista per il 15 agosto
prossimo, è stata rinviata di un anno.
Ritorniamo all’ipotizzata Nuova IRI, cercando di fare tesoro dell’IRI originaria.
L’IRI ebbe un ruolo determinante per l’industria e la finanza italiane sia negli anni ’30 che nel
Dopoguerra. Fu allora guidata da personaggi di alto spessore, manageriale, ma anche morale.
Disgraziatamente ad un certo punto suscitò gli appetiti dei partiti politici, che, con la creazione del
Ministero delle Partecipazioni Statale, ne cambiarono completamente la natura.
Sia per la scarsa qualità dei nuovi dirigenti, sia per un malinteso obiettivo di consenso politico, ma
anche di strumenti di corruzione, le società della galassia IRI causarono enormi perdite che
dovettero essere coperte con fondi statali e questo fu causa non ultima dell’elefantiaco debito
pubblico di cui l’Italia è ancor oggi gravata. Bisognerà prestare la massima attenzione affinché
questo non si ripeta.
Sarà utile, in proposito, rileggere gli scritti di Bruno Visentini, che fu per lungo tempo vicepresidente
dell’IRI e manager di alcune delle controllate.
Diverso è il caso delle PMI, che costituiscono una quota importante ed imprescindibile
dell’economia italiana.
Per questi sarà giocoforza dar corso ad operazioni di helicopter money, come quelle attualmente
allo studio del Governo, ancorchè mascherate da mutui con dubbie restituzioni in trenta o
cinquanta anni.
Sarà peraltro necessario evitare che vengano mantenute in vita imprese che già erano o sarebbero
entrate in crisi anche senza la pandemia Covid-19. Queste continuerebbero a produrre perdite ed
erodere così l’economia nazionale
Ancora più importante sarà vigilare affinché in questa mastodontica operazione finanziaria non
s’infili la malavita organizzata. Il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri ed il procuratore
generale antimafia Federico Cafiero de Raho hanno già lanciato l’allarme.
Un’ultima osservazione: interlocutore delle PMI saranno le banche, che dovranno essere messe al
riparo dalle insolvenze (NPL o UTP) e quindi essere garantite almeno per l’80 % dei crediti
erogati.
In tutti questi processi il ruolo del commercialista sarà non solo utile, ma determinante.
Un’ultima considerazione: ritengo gli strumenti finanziari che verranno attivati daranno
necessariamente luogo ad una svalutazione dell’euro, soprattutto se la crisi sanitaria si estenderà
anche ai paesi del Nord Europa.
Se anche le altre monete (dollaro, sterlina, yuan) reagiranno in modo analogo e per evitare una
guerra valutaria con effetti disastrosi sarà giocoforza ritornare ad un sistema globale basato
sull’oro (gold standard) Ma questo è un altro discorso (ci manca non nuovo John Maynard
Keynes!).
Suffucit diei malitia sua, come dice il Vangelo (Mt 6,34)


30
Set 14

PAGAMENTO MODELLI F24: MODIFICHE DAL 1° OTTOBRE 2014

Andrea D’Este*

Le modalità di versamento delle imposte/contributi con il modello F24 subiranno rilevanti modifiche dal prossimo 1° ottobre (art. 11 DL 66/2014).
Con il modello F24 è possibile versare la maggioranza delle imposte e dei contributi, quali imposte sui reddit, Irap, imposte sostitutive, addizionali, Imu – Tasi – Tari, contributi Inps – Inail – Enpals – Inpgi, sanzioni e interessi.
Le modifiche riguarderanno soprattutto le modalità di pagamento da parte delle persone fisiche non titolari di partita Iva.
Vediamo con ordine.

SOGGETTI TITOLARI DI PARTITA IVA
L’articolo 37, comma 49, del DL 223/06 (decreto Bersani) ha imposto a tali soggetti – dal 1° ottobre 2006 – il pagamento telematico dei modelli F24.
L’Agenzia delle Entrate con la Circolare 30/2006 ha elencato i canali utilizzabili per il pagamento. In particolare il pagamento deve avvenire, alternativamente
– mediante il servizio Entratel o Fisconline
– mediante il servizio di home banking/remote banking messo a disposizione dalle banche o Poste Italiane
– mediante gli intermediari abilitati a Entratel.

L’obbligo di versamento telematico riguarda, per questi soggetti, tutti i pagamenti con modello F24, senza rilevanza alcuna della somma versata.
E’ inoltre necessario tener conto delle particolarità legate alla compensazione orizzontale (tra imposte diverse) dei crediti Iva per i quali esiste una limitata e condizionata compensabilità. I crediti Iva possono essere:
– compensati liberamente fino ad euro 5.000;
– compensati dal giorno 16 del mese successivo alla presentazione della dichiarazione Iva, per importi superiori ad euro 5.000 fino ad euro 15.000;
– compensati senza limiti dal giorno 16 del mese successivo alla presentazione della dichiarazione Iva, con l’apposizione del visto di conformità da parte di un professionista oppure con la sottoscrizione della dichiarazione da parte del soggetto incaricato della revisione legale dei conti.

Nell’ultima fattispecie, gli F24 portanti la compensazione del credito Iva per importi superiori ad euro 15.000, dovranno essere pagati esclusivamente mediante i canali telematici dell’Agenzia delle Entrate (Entratel/Fisconline oppure con l’ausilio di un intermediario abilitato).
In sintesi le modalità di pagamento per i soggetti titolari di P. Iva:

Soggetti titolari di P. Iva

F24 cartaceo

F24 mediante Home Banking/Remote Banking

F24 mediante i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate

Versamenti di qualunque importo anche con compensazioni (escluse le compensazioni di crediti Iva superiori ad euro 5.000) Non ammesso Ammesso Ammesso
Versamenti mediante compensazione di crediti Iva superiori ad euro 5.000 Non ammesso Non ammesso Obbligatorio
F24 a saldo “zero” per effetto di compensazioni Non ammesso Non ammesso Obbligatorio

 

Le modifiche normative impatteranno esclusivamente sul pagamento dei modelli F24 “a zero”: dal 1° ottobre prossimo potranno essere pagati solo attraverso i canali telematici dell’Agenzia delle Entrate.

SOGGETTI NON TITOLARI DI PARTITA IVA
Questi soggetti fino al prossimo 30 settembre possono procedere al pagamento in forma cartacea, direttamente presso le banche e gli uffici postali.
Dopo tale data, l’F24 cartaceo sarà possibile solo per gli F24 con saldo pari o inferiore a 1.000 euro, senza alcuna compensazione. Infatti, in presenza di un saldo superiore a 1.000 euro e/o in presenza di una compensazione parziale, sarà necessario utilizzare il servizio di Home Banking/Remore Banking oppure i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima modalità diventa obbligatoria in presenza di F24 a saldo “zero” per compensazione integrale degli importi da versare.

Soggetti non titolari di P.Iva

F24 cartaceo

F24 mediante Home Banking/Remote Banking

F24 mediante i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate

F24 con saldo pari o inferiore ad euro 1.000 senza compensazioni Ammesso Ammesso Ammesso
F24 con saldo superiore ad euro 1.000 e/o in presenza di compensazioni parziali Non ammesso Ammesso Ammesso
F24 a saldo “zero” per effetto di compensazioni Non ammesso Non ammesso Obbligatorio

 

SERVIZI TELEMATICI DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE
I servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate possono essere usufruiti direttamente dal contribuente, mediante registrazione sul portale dell’Agenzia delle Entrate con relativa assegnazione del codice PIN. Dopo la regisatrazione è possibile usufruire dei servizi F24 online o F24 web, attraverso i quali è possibile addebitare in un proprio conto corrente (il codice fiscale del contribuente deve coincidere con quello dell’intestatario e co-intestatario del conto corrente) i modelli F24; la versione WEB non prevede alcun software.
In alternativa, i contribuenti possono affidare ad un intermediario abilitato il versamento dei modelli F24. Gli intermediari attraverso il software F24 cumulativo sono in gradi di addebitare i modelli direttamente nei c/c dei contribuenti.

 

* Dottore Commercialista in Venezia


16
Lug 14

Nuovi limiti alle compensazioni dei crediti fiscali

dr Andrea D’Este*

 

La legge di stabilità per il 2014 (art. 1, comma 574) introduce una nuova “stretta” sulle compensazioni dei crediti fiscali.

In particolare, dopo i limiti alla compensazione dei crediti Iva, il legislatore riversa nel comparto delle imposte dirette le misure ivi adottate.

Ciò si è reso necessario, secondo quanto riportato nella relazione illustrativa del disegno di legge di Stabilità, in quanto l’analisi dei comportamenti tenuti dai contribuenti ha permesso di evidenziare considerevoli violazioni, spesso riconducibili ai fenomeni dell’abuso e della frode.

La novella normativa dispone che “a decorrere dal periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2013, i contribuenti che, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, utilizzano in compensazione i crediti relativi alle imposte sui redditi e alle relative addizionali, alle ritenute alla fonte di cui all’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, alle imposte sostitutive delle imposte sul reddito e all’imposta regionale sulle attività produttive, per importi superiori a 15.000 euro annui, hanno l’obbligo di richiedere l’apposizione del visto di conformità di cui all’articolo 35, comma 1, lettera a), del citato decreto legislativo n. 241 del 1997, relativamente alle singole dichiarazioni dalle quali emerge il credito”.

I crediti oggetto di compensazioni sono:

– le imposte dirette (Irpef e Ires);

– addizionali alle imposte dirette;

– ritenute alla fonte (in mancanza di indicazioni ministeriali, sono da intendersi quelle della stessa natura delle imposte in oggetto);

– Irap.

 

Le compensazione rilevanti sono quelle c.d. orizzontali, che hanno ad oggetto imposte diverse, e non quelle verticali o interne, che sono relative al medesimo tributo.

L’introduzione del limite di euro 15.000 alla libera compensazione dei crediti fiscali, relativi alle imposte in oggetto, determina la seguente ripartizione:

–          credito fino a 15.000 euro: liberamente compensabili senza l’apposizione del visto di conformità e senza l’invio preventivo della dichiarazione, salvo la presenza di ruoli per imposte erariali di ammontare superiore ad euro 1.500;

–          credito oltre 15.000 euro: la compensazione è permessa solo se nella relativa dichiarazione viene apposto il visto di conformità. La compensazione è ammessa anche precedentemente all’invio della dichiarazione. Ritengo, però, che la compensazione non possa essere antecedente all’inizio del periodo d’imposta successivo a quello a cui il credito si riferisce.

Anche in questa fattispecie, la compensazione non è ammessa in presenza di ruoli per imposte erariali di importo superiore ad euro 1.500.

 

Il visto di conformità non è necessario qualora il credito emergente dalla dichiarazione sia chiesto a rimborso nella medesima dichiarazione.

La norma, a differenza delle compensazioni Iva, non contiene altre limitazioni. Mi riferisco, in particolare:

–      all’obbligo di effettuare i pagamenti dei modelli F24 di compensazione tramite gli intermediari abilitati. Sarà pertanto possibile effettuare le compensazioni mediante la presentazione del modello F24 cartaceo per i contribuenti diversi dai soggetti passivi Iva e i soggetti passivi Iva in alcune situazioni (si pensi alle imprese in fallimento) oppure mediante l’utilizzo del sistema home banking anche qualora il credito complessivamente compensato sia superiore ad euro 15.000;

–      all’obbligo di effettuare la compensazione solamente dal giorno 16 del mese successivo a quello di presentazione della dichiarazione. Il contribuente potrà procedere alla compensazione anche prima della presentazione delle dichiarazione dalla quale emerge il credito (ciò è stato confermato dall’Agenzia delle Entrate durante Telefisco 2014). Infatti, diversamente che per l’Iva, la cui dichiarazione può essere inviata già nel mese di febbraio, per le imposte dirette i modelli ministeriali e relativi software di controllo sono normalmente disponibili solamente dal mese di giugno.

 

Nella nuova normativa, non vi è menzione della fascia mediana del credito (tra euro 5.000 e 15.000) che può essere compensato anche senza l’apposizione del visto di conformità, previo però l’invio del modello dichiarativo.

Ci si è chiesti, fin da subito, se il limite di 15.000 euro fosse da riferire al singolo tributo oppure al  credito complessivo risultante dal modello Unico. In questo modello, infatti, possono risultare crediti di natura diversa (ad esempio Irpef e addizionali). L’Agenzia delle Entrate durante l’appuntamento annuale di Telefisco, ha chiarito che il limite di euro 15.000 deve essere riferito alla singola tipologia di credito emergente dalla dichiarazione.

 

 

 

Le nuove limitazioni alle compensazioni decorrono dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2013, per cui esse trovano applicazione, per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, a partire dalle dichiarazioni dei redditi ed Irap relative all’anno 2013. Per cui dovranno essere considerata le compensazioni operate dal 1° gennaio 2014 per i crediti maturati al 31 dicembre 2013.

Durante Telefisco 2014 è stato anche chiarito che “il credito risultante dalla dichiarazione 2012 (anno 2011) può essere utilizzato in compensazione senza applicazione dei nuovi limiti alla compensazione fino a quando lo stesso non trovi rappresentazione nella dichiarazione annuale 2014 (relativa al 2013), all’interno della quale tale credito viene “rigenerato” sommandosi al credito maturato nel 2013”.

 

Rilascio del visto di conformità

Possono rilasciare il visto di conformità i seguenti soggetti:

–          dottori commercialisti ed esperti contabili;

–          consulenti del lavoro;

–          responsabili dei C.A.F.;

–          iscritti nei ruoli della CCIAA al 30 settembre 1993 con apposita laurea.

 

In alternativa, la Legge di stabilità 2014, limitatamente alle società di capitali e agli enti commerciali e non soggetti all’Ires, prevede che il contribuente possa liberamente effettuare le compensazione di qualsivoglia importo qualora la dichiarazione sia sottoscritta “dai soggetti di cui all’articolo 1, comma 5, del medesimo regolamento (DPR 322/1997, ndr), relativamente ai contribuenti per i quali è esercitato il controllo contabile di cui all’articolo 2409-bis del codice civile, attestante l’esecuzione dei controlli di cui all’articolo 2, comma 2, del regolamento di cui al decreto del Ministro delle finanze 31 maggio 1999, n. 164”.

In altre parole, la sottoscrizione della dichiarazione da cui emerge il credito da parte del o dei soggetti che svolgono la revisione legale, autorizza la compensazione del credito emergente senza limiti di valore, salvo il valore annuo massimo compensabile (euro 700.000 dal 2014).

Sia coloro che rilasciano il visto di conformità sia i revisori legali devono:

–          essere abilitati al rilascio del visto di conformità, previo accreditamento presso l’Agenzia delle Entrate (Direzione regionale competente);

–          aver stipulato una polizza assicurativa a copertura dei rischi dell’attività svolta, con un massimale minimo congruo rispetto al numero dei soggetti per cui si appone il visto e comunque non inferiore ad euro 1.032.913,80 (negli studi associati il massimale è riferito non al singolo professionista abilitato ma allo studio nel suo complesso).

 

In materia di rilascio del visto di conformità Iva, la circolare dell’Agenzia delle Entrate del 23/12/2009 n. 57 ha previsto i controlli minimi che il professionista deve effettuare, distinguendoli sulla base dell’entità del credito compensabile rispetto al volume d’affari.

Per ora nessuna pronuncia di prassi ha approfondito la materia. Il professionista che rilascia il visto di conformità, pur adottando la metodologia a campione, dovrà tarare i controlli in misura proporzionale all’entità del credito e ai fattori di rischio che lo potrebbero caratterizzare (esistenza e reale consistenza). 

 

* Dottore Commercialista in Venezia


16
Lug 14

Bonus mobili e arredamento

dr Andrea D’Este*

 

L’articolo 16 del DL 63/2013 ha riproposto, seppure con modifiche, la possibilità di detrarre fiscalmente le spese per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici finalizzati all’arredo di un immobile oggetto di ristrutturazione. Le spese devono essere sostenute dal 6 giugno 2013 al 31 dicembre 2014 (tale ultimo termine è stato così stabilito dalla legge di stabilità 2014).

 

Lavori di recupero immobiliare necessari

L’agevolazione è funzionalmente collegata alla detrazione prevista per le spese sostenute per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio (art. 16-bis del Tuir).

Infatti condizione indispensabile per poter accedere alla detrazione in esame è aver sostenute spese di recupero dell’immobile i cui mobili o elettrodomestici andranno ad arredare.

Non sono pertanto agevolabile le spese per l’acquisto di arredi da destinare ad immobili di nuova costruzione mentre sono agevolabili gli acquisti di beni destinati all’arredo di un ambiente diverso da quelli oggetto di interventi edilizi (si pensi all’acquisto di un armadio dopo aver ristrutturato la cucina).

La legge agevolativa non specifica nel dettaglio quali interventi edilizi possono essere considerati necessari. La circ. 29/2013 dell’Agenzia delle Entrate ha chiarito che è condizione necessaria alla fruizione del “bonus mobili e arredamento” aver eseguito nell’immobile lavori di:

–          manutenzione ordinaria (lett. a, art. 3 DPR 380/2001), effettuati sulle parti comuni di un edificio residenziale (ad esempio: appartamento del portiere, stenditoi, lavatoi);

–          manutenzione straordinaria (lett. b), art. 3 DPR 380/2001), effettuati su singole unità immobiliari residenziali e sulle parti comuni di un edificio residenziale;

–          restauro e risanamento conservativo (lett. c, art. 3 DPR 380/2001), effettuati su singole unità immobiliari residenziali e sulle parti comuni di un edificio residenziale;

–          ristrutturazione edilizia (lett. d, art. 3 DPR 380/2001), effettuati su singole unità immobiliari residenziali e sulle parti comuni di un edificio residenziale;

–          interventi necessari alla ricostruzione o al ripristino dell’immobile danneggiato a seguito di eventi calamitosi, anche se non rientranti nelle categorie precedenti, sempreché sia stato dichiarato lo stato di emergenza;

–          restauro,  risanamento conservativo e di ristrutturazione edilizia, di cui alle lett. c) e d) dell’art. 3 del DPR 380/2001, se relativi a interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie, che provvedano entro sei mesi dal termine dei lavori alla successiva alienazione o assegnazione dell’immobile.

 

Se i lavori edilizi, ricompresi nell’elenco riportato, riguardano parti comuni di edifici, la detrazione delle spese per l’acquisto dei mobili/elettrodomestici sarà riconosciuta solamente se tali beni saranno destinati a tali parti comuni.

In assenza nella legge di una indicazione circa la data di inizio dei lavori di recupero dell’immobile, la circ. 29/2013 dispone che possono beneficiare del “bonus mobili” coloro che hanno sostenuto (e quindi pagato) spese volte al recupero dell’immobile dal 26 giugno 2012.

Sempre in tale circolare l’Agenzia ha previsto che i lavori di recupero devono essere iniziati anteriormente al sostenimento delle spese per l’acquisto dell’arredo.

Rileva la data di inizio dei lavori e non il primo pagamento degli stessi. Con ciò potrebbe darsi che le spese per l’acquisto dell’arredo siano anticipate rispetto al pagamento di quelle relative al recupero dell’immobile.

La data di inizio dei lavori potrà essere provata con i titoli abilitativi dei lavori o comunicazioni obbligatorie richieste dalle norme urbanistiche. Qualora non siano previste comunicazioni o licenze il contribuente potrà fornire una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà.

I lavori di recupero dell’immobile devono essere ancora in corso al momento di sostenimento della spese per l’acquisto dell’arredo oppure terminati “da un lasso di tempo sufficientemente contenuto, tale da presumere che l’acquisto sia diretto al completamento dell’arredo dell’immobile su cui i lavori sono stati effettuati”.

 

Requisiti soggettivi

Possono accedere all’agevolazione i medesimi soggetti che possono beneficiare della detrazione fiscale per i lavori di recupero del patrimonio edilizio (art. 16-bis Tuir). In particolare:

–          i soggetti IRPEF residenti e non in Italia;

–          i soci di cooperative a proprietà divisa, assegnatari di alloggi, anche se non ancora titolari di mutuo individuale;

–          i soci di cooperative a proprietà indivisa.

 

Requisiti oggettivi

Le spese devono riguardare l’acquisto di:

–          arredamento;

–          grandi elettrodomestici di classe non inferiore alla A+ (A per i forni);

–          apparecchiature per le quali sia prevista l’etichetta energetica.

 

Tutti i beni devono essere di nuova costruzione/fabbricazione.

La circ. 29/2013 ha chiarito inoltre che:

–          rientrano nell’arredamento: letti, armadi, cassettiere, librerie, scrivanie, tavoli, sedie, comodini, divani, poltrone, credenze, nonché i materassi e gli apparecchi di illuminazione che costituiscono un necessario completamento dell’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione;

–          rientrano tra gli elettrodomestici: i grandi elettrodomestici di classe A+ o superiore per i quali è obbligatoria l’etichetta energetica; i forni di classe A o superiore per i quali è obbligatoria l’etichetta energetica; i grandi elettrodomestici sprovvisti di etichetta energetica solo se per la tipologia non è ancora previsto l’obbligo di etichetta energetica. Per “grandi elettrodomestici” si può fare riferimento all’elenco di cui all’allegato 1B del d.lgs 151/2005 (ad esempio, frigoriferi, congelatori, lavatrici, asciugatrici, lavastoviglie, apparecchi di cottura, stufe elettriche, piastre riscaldanti elettriche, forni a microonde, apparecchi elettrici di riscaldamento, radiatori elettrici, ventilatori elettrici, apparecchi per il condizionamento).

 

Non rientrano tra l’arredamento agevolabile le porte, i pavimenti, le tende e i tendaggi.

Nelle spese possono essere incluse quelle relative al trasporto e al montaggio.

 

Limite di detrazione

La spesa massima detraibile è di 10.000 euro. La detrazione – pari al 50% della spesa, viene ripartita in 10 rate annuali, di euro 500.

Essendo una detrazione non è possibile chiederne il rimborso ove non vi sia capienza o sia insufficiente.

Il limite di euro 10.000 è riferito alla singola unità immobiliare, comprensiva delle pertinenze; pertanto il bonus può essere fruito più volte qualora gli arredamenti e/o gli elettrodomestici siano di arredo a immobili diversi, già oggetto di recupero edilizio.

 

Modalità di pagamento

Per poter godere dell’agevolazione il contribuente dovrà conservare la fattura di acquisto, con la descrizione della natura, qualità e quantità dei beni acquistati e la documentazione attestante il pagamento.

Quanto alle forme di pagamento, la norma non prevede le specifiche modalità.

Considerando l’intimo legame con l’agevolazione per le ristrutturazioni edilizie, il pagamento dovrà avvenire con bonifico bancario o postale che riporti:

–          la causale del versamento, con riferimento alla norma (articolo 16-bis DPR 917/1986); 

–          il codice fiscale del soggetto ordinante (beneficiario della detrazione);

–          il codice fiscale o numero di partita Iva del beneficiario del pagamento.

 

La circ. 29/2013, in considerazione delle tipologie di beni acquistati, ha ritenuto di considerare validi anche i pagamenti effettuati mediante:

–          carte di credito;

–          carte di debito (bancomat).

 

In questi casi il contribuente dovrà conservare la ricevuta di avvenuta transazione e l’estratto conto nel quale è riportato l’addebito.

Non è consentito, invece, effettuare il pagamento con assegni bancari o circolari, in  contanti o con altri mezzi di pagamento.

 

* Dottore Commercialista in Venezia


16
Lug 14

Credito d’imposta per l’acquisto di nuovi macchinari

dr Maria Chiara Tiozzo*

 

 Come precedentemente la Legge n. 383, del 18 ottobre 2001 (c.d. Tremonti–Bis) e la Legge n. 102 del 3 agosto 2009 (c.d. Tremonti–Ter), l’art. 18 del Decreto Legge n. 91 del 24 giugno 2014 (c.d. decreto competitività) ha introdotto un’agevolazione per l’acquisto di nuovi macchinari ed impianti.

Il D.L. n. 91/2014 introduce infatti un credito d’imposta pari al 15% delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti in beni strumentali realizzati nei cinque periodi d’imposta precedenti, con facoltà di escludere dal calcolo della media il periodo in cui l’investimento è stato maggiore. Nel nuovo provvedimento vengono quindi utilizzate le modalità di calcolo della Tremonti-Bis, non essendo più previsto che l’agevolazione si applichi sull’intera spesa come accadde precedentemente con la Tremonti-Ter.

Inoltre, a differenza della Legge n. 102/2009, che prevedeva la detrazione dal proprio reddito imponibile (IRES o IRPEF) del 50% degli investimenti in macchinari, con l’art. 18 il beneficio fiscale non concorre alla formazione del reddito né alla base imponibile Irap. Il credito d’imposta, ripartito in tre quote annuali di pari importo, è utilizzabile esclusivamente in compensazione mediante modello F24, e poiché la quota corrispondente ad un terzo del credito d’imposta maturato costituisce il limite massimo di fruibilità del credito, nel caso in cui non sia possibile utilizzare in parte il credito di competenza, l’ammontare eccedente può essere utilizzato nel corso dei periodi d’imposta successivi (Agenzia delle Entrate, circ. n. 51/2011, § 4.2).

Infine, similarmente alla Legge n. 383/2001, è ora previsto che il credito possa essere usato solo a partire dal secondo periodo d’imposta successivo a quello in cui è stato effettuato l’investimento e che lo stesso credito debba essere riportato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di riconoscimento e in quelle relative ai periodi d’imposta di utilizzo successivi.

 

Oggetto dell’agevolazione.

L’art. 18 co. 1 del D.L. n. 91/2014 agevola i beni che hanno i seguenti requisiti:

–          Periodo temporale: gli investimenti devono essere effettuati dal 25.06.2014 (data di entrata in vigore del presente decreto) al 30 giugno 2015, individuandone il momento dell’effettuazione in base a quanto disposto dall’art. 109 del Tuir. Conseguentemente per gli acquisti di beni strumentali si considera la data di consegna e spedizione indicata nel Ddt; per i servizi il costo si considera sostenuto alla data di ultimazione della prestazione; per i beni acquistati attraverso operazioni di leasing è rilevante il momento in cui il bene viene consegnato dal concedente all’utilizzatore e per gli investimenti in appalto si considera il momento dell’ultimazione dell’opera;

–          Classificazione: oggetto dell’agevolazione possono essere esclusivamente gli investimenti in beni compresi nella divisione 28 della tabella ATECO 2007, si tratta quindi di macchinari e apparecchiature che intervengono meccanicamente o termicamente sui materiali o sui processi di lavorazione, e restano però esclusi strumenti computerizzati e veicoli a motore per uso generico (autoveicoli in genere) e gli investimenti in immobili.

–          Strumentalità: i beni oggetto dell’investimento devono essere beni strumentali, a dimostrazione la disposizione dell’art. 18 che stabilisce che l’incentivo fiscale è revocato se l’imprenditore cede a terzi o destina i beni oggetto degli investimenti a finalità estranee all’esercizio d’impresa prima del secondo periodo d’imposta successivo all’acquisto;

–          Novità: gli investimenti effettuati, per dare diritto al credito d’imposta, devono essere investimenti in beni nuovi, non precedentemente utilizzati a nessun titolo (secondo quanto disposto dalla Circ. Agenzia delle Entrate 41/2002 (§ 3) e dalla circ. Agenzia delle Entrate 44/2009 (§ 2.4) sono però agevolabili gli acquisti di macchinari, nuovi di fabbrica, esposti nello show room e utilizzati dal rivenditore ai soli fini dimostrativi e pertanto mai entrati in funzione). Sono quindi agevolabili, in base a quanto chiarito nella circ. Agenzia delle Entrate 27.10.2009 n. 44 in merito alla Tremonti-Ter, gli investimenti effettuati mediante acquisti in proprietà, anche con patto di riservato dominio ex art. 1523 c.c., contratti di leasing finanziario e di lease-back, contratti di appalto, e costruzioni in economia.

–          Territorialità: i beni devono essere destinati a strutture produttive situate in Italia, è infatti prevista la revoca nel caso in cui i beni oggetto d’investimento siano trasferiti in strutture produttive al di fuori del territorio dello stato, anche se appartenenti al soggetto beneficiario dell’agevolazione, entro il quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta in cui è stato effettuato l’investimento;

–          Valore minimo: i beni acquistati devono avere un importo minimo unitario non inferiore a 10.000,00 euro.

Inoltre, nella determinazione del valore dell’investimento si deve tenere consto anche di tutti gli oneri accessori direttamente imputabili all’acquisto del bene (spese di trasporto, istallazione, ecc.), essendo essi  inclusi nel valore degli investimenti ai sensi dell’articolo 110, co. 1, lett b) del Tuir.

 

Soggetti che possono beneficiarne.

I soggetti che possono usufruire dell’agevolazione sono i titolari di reddito d’impresa. Sotto il profilo soggettivo possono quindi avvalersi dell’agevolazione: le imprese individuali; le società di persone; e le società di capitali e enti commerciali. Non potranno pertanto usufruire dell’agevolazione gli esercenti arti e professioni.

 

Decadenza dell’agevolazione.

L’agevolazione decade, come precedentemente indicato, nel caso in cui i beni oggetto d’investimento siano trasferiti in strutture produttive al di fuori del territorio dello stato e nel caso in cui l’imprenditore ceda a terzi o destini i beni oggetto degli investimenti a finalità estranee all’esercizio d’impresa prima del secondo periodo d’imposta successivo all’acquisto.

Pertanto, qualora, a seguito dei controlli, si accerti un utilizzo indebito del credito d’imposta a causa del mancato rispetto delle condizioni prescritte dalla norma o a causa dell’inammissibilità dei costi sulla base dei quali è stato determinato l’importo del credito, l’Agenzia delle Entrate provvederà al recupero del relativo importo, maggiorato di interessi e sanzioni (art. 18 comma 8 del D.L. n. 91/2014).

 

Esempio di calcolo.

Ai fini del calcolo dell’agevolazione occorre, dunque, determinare inizialmente il volume degli investimenti in beni strumentali realizzati nel periodo d’imposta agevolato e la media degli investimenti nei beni strumentali realizzati nei cinque periodi d’imposta precedenti.

Investimento effettuato dal 26.6.2014 al 31.12.2014: 25.000 euro;

Investimenti anni precedenti:

– 2009: 18.000 euro;

– 2010: 12.000 euro;

– 2011: 11.500 euro;             

– 2012: 13.200 euro;

– 2013: 12.700 euro.

Per il calcolo della media degli investimenti è possibile escludere l’anno in cui vi è stato l’investimento più alto, pertanto:

Media degli investimenti: (12.000+11.500+13.200+12.700)/4= 12.350

Credito d’imposta: (25.000-12.350)*15%=1897,50

Il credito d’imposta deve essere poi ripartito in 3 quote annuali e nel caso di investimenti effettuati nel periodo d’imposta 2014 (25.6.2014 – 31.12.2014), la prima quota è utilizzabile dall’1.1.2016 per euro 632,50.

Nel caso invece di investimenti effettuati nel periodo d’imposta 2015 (1.1.2015 – 30.6.2015), la prima quota è utilizzabile dall’1.1.2017 per euro 632,50 e gli anni utilizzabili per il calcolo della media degli investimenti saranno dal 2010 al 2014.

* Praticante dottore commercialista in Venezia


16
Lug 14

La doppia iscrizione all’Inps del socio amministratore di SRL

dr Alessandro Bellotto*

 

La discussa questione sulla doppia contribuzione a cui è tenuto il socio/amministratore di una società a responsabilità limitata che svolge attività commerciale, ha trovato un ulteriore quanto definitivo tassello con la sentenza n. 15/2012 della Corte Costituzionale. Questa ha confermato il dettato dell’art.12, co. 11 del D.L. 78/2010 (c.d. “Manovra correttiva”) affermando la legittimità della norma di interpretazione autentica introdotta nel 2010 che prevede l’obbligo della doppia iscrizione all’Inps del socio amministratore sia alla gestione commercianti che alla gestione separata.

Ricordiamo come sulla questione tesi contrastanti, che hanno originato nel corso degli ultimi anni un consistente contenzioso, traendo origine dalla duplice normativa di riferimento cui, in teoria, il socio amministratore di dette società può essere interessato sotto il profilo contributivo.

Esaminiamo di seguito, la normativa, gli orientamenti e le tesi che hanno generato la controversia.

 

Secondo l’orientamento dell’I.N.P.S.:

  • L’obbligo di iscrizione alla gestione commercianti ex art.1 comma 203 legge n. 662/1996 sussiste allorquando si contribuisca all’attività aziendale con la propria partecipazione abituale e prevalente; in tale ipotesi, l’obbligo contributivo grava direttamente sul socio che calcola i contributi sulla base del reddito di impresa dichiarato dalla società, anche se non distribuito e attribuito, ai soli fini previdenziali, pro quota allo stesso;
  • L’obbligo di iscrizione alla gestione separata ex art. 2 comma 26 della legge n. 335/1995, a carico di soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo e percepiscono redditi derivanti o dall’esercizio di arti e professioni (professionisti sprovvisti di cassa) o derivanti dagli uffici di amministratore e sindaco di società o di altri rapporti di collaborazione coordinata e continuativa. In tale ipotesi, obbligato al versamento della contribuzione è il soggetto erogatore dei compensi.

Invero, l’art. 1 comma 208 della citata legge n. 662/1996 recita:

Qualora i soggetti di cui ai precedenti commi esercitino contemporaneamente, anche in un’unica impresa, varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, sono iscritti nell’assicurazione prevista per l’attività alla quale gli stessi dedicano personalmente la loro opera professionale in misura prevalente. Spetta all’Istituto nazionale della previdenza sociale decidere sull’iscrizione nell’assicurazione corrispondente all’attività prevalente”.

Questo il punto nodale che ha dato origine, negli ultimi anni, a un crescente contenzioso, soprattutto in quanto l’ente previdenziale, attore solerte nella disputa, non ha tardato a divulgare il proprio indirizzo già nel messaggio n. 14905 del 14 gennaio 1999, nel quale esprimeva la sua non condivisione in merito alla tesi di illegittimità della doppia iscrizione.

Successivamente con la circolare n. 75 del 2007 l’Istituto di Via Ciro il Grande estendeva esplicitamente, l’obbligo assicurativo ai soci delle società’ a responsabilità limitata, che in precedenza erano esclusi in ragione della limitazione della loro responsabilità’ nella conduzione dell’impresa. La circolare faceva presente inoltre che i compensi eventualmente ricevuti dai medesimi soci in qualità di amministratori sono soggetti – come redditi di lavoro autonomo di cui all’articolo 49, comma 2, lett. a) del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. n. 917 del 22 dicembre 1986 – al contributo di cui all’art. 2, commi 26 e ss, della Legge n. 335 del 8 agosto 1995.

La tesi caldeggiata dall’I.N.P.S. consiste, dunque, nella limitazione dell’applicabilità del citato comma 208 dell’art.1, Legge 662/96 (criterio della prevalenza) che si riferisce esclusivamente alle attività miste, per le quali è previsto un criterio di semplificazione (l’esempio classico è quello dell’artigiano che commercializza i propri prodotti); restano esclusi coloro che sono iscritti alla gestione separata e perciò, nel caso di contestuale esercizio di un’attività di impresa e di lavoro autonomo, non opera il criterio dell’attività prevalente e quindi ogni attività segue il suo regime previdenziale.

 

L’orientamento della Corte di Cassazione:

La Suprema Corte, già con la sentenza n. 20886 del 5 ottobre 2007, affermava che, in applicazione dell’art.1, comma 203 della Legge n. 662/1996, colui che nell’ambito di una società a responsabilità limitata svolga attività di socio amministratore e di socio lavoratore ha l’obbligo di chiedere l’iscrizione esclusivamente nella gestione in cui svolge l’attività con carattere di abitualità e prevalenza; è onere dell’I.N.P.S. individuare l’iscrizione all’assicurazione corrispondente all’attività prevalente.

La tesi dell’ente previdenziale non ha ricevuto il sostegno di alcuna sentenza della giurisprudenza di legittimità. Tuttavia, con l’ordinanza n. 6327/2009 la Cassazione ha ritenuto opportuno investire della questione le Sezioni Unite, ritenendo che comunque non ci fosse uniformità interpretativa tra le soluzioni, sia pure unitarie quanto all’esito, fornite dalla Cassazione.

Con la sentenza n. 3240 del 12 febbraio 2010 la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, si è perciò espressa sulla questione affermando che “la regola dettata dall’art. 1, comma 208, della Legge n. 662 del 1996, secondo la quale i soggetti che esercitano contemporaneamente, in una o più imprese commerciali, varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, sono iscritti nell’assicurazione prevista per l’attività alla quale gli stessi dedicano personalmente la loro opera professionale in misura prevalente, si applica anche al socio di società a responsabilità limitata che eserciti attività commerciale nell’ambito della medesima e, contemporaneamente, svolga attività di amministratore, anche unico”.

Secondo la Cassazione, è necessario individuare l’attività nella quale il soggetto presta prevalentemente la propria attività e, relativamente a quest’ultima, procedere all’iscrizione alla relativa gestione previdenziale, che sarà l’unica cui il soggetto sarà tenuto.

Le sezioni unite della Corte di Cassazione, con la citata sentenza del 12 febbraio 2010, n. 3240, hanno perciò aderito alla tesi dell’unicità dell’iscrizione, alla stregua di una esegesi letterale della norma.

 

L’intervento del Legislatore (art.12, comma 11 D.L. n. 78 del 31 maggio 2010):

Con la norma di interpretazione autentica contenuta nel D.L. 78/2010 il legislatore spiega come “il comma 208, art. 1 della citata legge n. 662/96 si interpreta nel senso che le attività autonome per le quali opera il principio della selezione dell’assicurazione obbligatoria secondo il criterio della prevalenza, sono quelle esercitate in forma d’impresa dai commercianti, artigiani e coltivatori diretti, restando esclusi coloro che sono iscritti alla gestione separata ex art.2, comma 26 legge n. 335/1995”.

Il legislatore, pertanto avrebbe scelto una delle prospettate opzioni interpretative che risulta compatibile con l’assetto sistematico e logico dell’ordinamento previdenziale. Da qui la piena compatibilità delle iscrizioni alla gestione commercianti e alla gestione separata del socio lavoratore di una società a responsabilità limitata che svolga anche l’attività di amministratore della società stessa.

 

Gli orientamenti giurisprudenziali in seguito all’intervento del legislatore: il nuovo intervento delle Sezioni Unite

Il D.L. n. 78 del 31 maggio 2010, art.12 comma 11, intervenuto pochi mesi dopo la pronuncia delle Sezioni Unite, sentenza 12 febbraio 2010 n. 3240 non poteva che riaccendere la questione.

È quindi apparso opportuno un nuovo intervento delle Sezioni Unite, chiesto con ordinanza n. 22557 del 13 ottobre 2010 dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione.

Con sentenza n. 17076 del 8 agosto 2011, i Giudici della Suprema Corte, Sezioni Unite, hanno confermato che: “la regola espressa dalla norma risultante dalla disposizione interpretata (Legge 23 dicembre 1996 n. 662, art. 1, comma 208), e dalla disposizione di interpretazione autentica (Decreto Legge 31 maggio 2010, n. 78, articolo 12, comma 11) e’ molto chiara: l’esercizio di attività di lavoro autonomo, soggetto a contribuzione nella gestione separata, che si accompagni all’esercizio di un’attività di impresa commerciale, artigiana o agricola, la quale di per sé comporti l’obbligo dell’iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’INPS, non fa scattare il criterio della “attività prevalente”; rimangono attività distinte e (sotto questo profilo) autonome sicché parimenti distinto ed autonomo resta l’obbligo assicurativo nella rispettiva gestione assicurativa”.

Il legislatore avrebbe cioè chiarito ed individuato in modo esaustivo l’area di applicazione del criterio dell’attività prevalente.

 

La questione di legittimata costituzionale:

La Corte d’appello di Genova, in funzione del giudice del lavoro, con l’Ordinanza del 22 novembre 2010, dubitando della legittimità costituzionale del D.L. 78/2010 – art.12 comma 11 – in riferimento agli articoli 3, 24 primo comma, 102, 111 e 117, primo comma della Costituzione, ha sollevato la questione di legittimità rinviando il caso alla Corte Costituzionale.

Il citato art. 12, comma 11, si porrebbe in contrasto:

a) con l’art. 3 Cost., sotto il profilo del principio generale di ragionevolezza delle norme;

b) con l’art. 24, primo comma, Cost., sotto il profilo della effettività del diritto dei cittadini di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi;

c) con l’art. 102 Cost. sotto il profilo della integrità delle attribuzioni costituzionali dell’autorità giudiziaria;

In particolare, ad avviso della Corte di appello, la norma si porrebbe in contrasto con l’art.117, primo comma Cost., per violazione dell’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) in quanto il legislatore nazionale in mancanza di “superiori motivi di interesse generale” bensì al fine di aumentare il gettito contributivo dell’I.N.P.S., ed in mancanza dell’esigenza di chiarire un’oggettiva ambiguità del testo normativo, avrebbe emanato una norma dichiaratamente interpretativa in presenza di un notevole contenzioso e dell’intervento risolutivo delle sezioni unite della Corte di cassazione (con la sentenza n. 3240 del 2010) sfavorevole all’ente previdenziale, in tal modo violando il principio di «parità delle armi» tra le parti processuali.

Il giudice delle leggi con recente sentenza n.15 del 26 gennaio 2012, si è pronunciato a favore della piena legittimità costituzionale della disposizione contenuta nel D.L. n.78/2010.

Inoltre, in relazione al divieto di retroattività della legge previsto dall’art.25 della Costituzione, la Corte Costituzionale ha affermato che:

  1. Il legislatore, nel rispetto di tale previsione, può emanare disposizioni retroattive, anche di interpretazione autentica, purché tale retroattività trovi adeguata giustificazione nell’esigenza di tutelare principi, diritti e beni di rilievo costituzionale, che costituiscono altrettanti «motivi imperativi di interesse generale» ai sensi della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), motivi sussistenti anche nel caso di specie.
  2. La norma che deriva dalla legge di interpretazione autentica, pertanto, non può dirsi costituzionalmente illegittima qualora si limiti ad assegnare alla disposizione interpretata un significato già in essa contenuto, riconoscibile come una delle possibili letture del testo originario. In tal caso, infatti, la legge interpretativa ha lo scopo di chiarire «situazioni di oggettiva incertezza del dato normativo», in ragione di «un dibattito giurisprudenziale irrisolto» o di «ristabilire un’interpretazione più aderente alla originaria volontà del legislatore» a tutela della certezza del diritto e dell’eguaglianza dei cittadini, cioè di principi di preminente interesse costituzionale. Essa pertanto, non è lesiva del principio del giusto processo di cui all’art. 6 CEDU, trattandosi di legittimo esercizio della funzione legislativa garantita dall’art. 70 Costituzione.

 

* Consulente del lavoro in Venezia


26
Mar 14

Fattura elettronica

dr Andrea D’Este*

 

La fattura in forma elettronica è stata per la prima volta prevista dalla legislazione comunitaria nella Direttiva 2001/115/CE del 20 dicembre 2001, confluita successivamente nella Direttiva 2006/112/CE.

Con tale prima norma la Commissione Europea desiderava semplificare le regole di emissione e di conservazione delle fatture, nonché fornire un elenco armonizzato di indicazioni obbligatorie (e quindi minime) che ogni fattura deve riportare.

Nella Direttiva ampio spazio viene dedicato alla fattura elettronica. In particolare per quanto riguarda la trasmissione e l’archiviazione delle stesse.

La trasmissione delle fatture elettroniche deve garantire due condizioni essenziali:

– l’autenticità dell’origine: certezza per il destinatario circa il soggetto che l’ha emessa;

– l’integrità del contenuto: nulla nel documento deve potersi modificare (assenza di “macroistruzioni” o “codici eseguibili”).

Per garantire queste due condizioni è previsto che le fatture elettroniche siano garantite:

– da una firma elettronica avanzata (o qualificata)

– oppure da sistemi di trasmissione EDI.   

La trasmissione delle fatture in formato elettronico è subordinata all’accordo tra i soggetti coinvolti.

Ai fini di una maggiore semplificazione, anche garantendo parità di trattamento tra fatture cartacee ed elettroniche, la Commissione ha successivamente emanato la Direttiva 2010/45/UE.

La vera novità introdotta è la riformulazione della nozione di fattura elettronica che ora si intende “una fattura contenente le informazioni richieste dalla presente direttiva emessa e ricevuta in formato elettronico”.

La nozione utilizzata in precedenza era incentrata sulla “trasmissione o messa a disposizione per via elettronica” dei dati oggetto di fatturazione; la nuova definizione di fattura elettronica è invece imperniata sul riferimento all’emissione o alla ricezione in formato elettronico della fattura.

Stante l’attuale definizione di fattura elettronica, anche le fatture emesse in formato cartaceo, poi scanerizzate, firmate con firma elettronica avanzata e spedite a mezzo posta elettronica, possono essere considerate fatture elettroniche.

D’ora in poi, quindi, per distinguere le fatture elettroniche da quelle cartacee non è più rilevante il tipo di formato originario, elettronico o cartaceo, della fattura ma è necessario verificare che il formato sia elettronico al momento della messa a disposizione del cessionario/committente.

La stessa Direttiva precisa che la fattura, sia cartacea che elettronica, si considera emessa all’atto della sua consegna, spedizione, trasmissione o messa a disposizione del cessionario o committente.

La normativa italiana ha recepito le novità apportate dalla Direttiva 2010/45/UE con la Legge 24 dicembre 20012 n. 228, che ha modificato l’art. 21 e 39 del DPR 633/1972.

Nello specifico la normativa nazionale ha ripreso fedelmente la definizione di fattura elettronica contenuta nella Direttiva, prevedendo al secondo periodo del primo comma dell’art. 21 DPR 633/1972 che “per fattura elettronica si intende la fattura che è stata emessa e ricevuta in un qualunque formato elettronico”. Inoltre, sempre seguendo lo schema normativo della Direttiva “il ricorso alla fattura elettronica è subordinato all’accettazione da parte del destinatario”.

Su tale punto l’Agenzia delle Entrate con la circolare 45/E/2005 ritiene che l’accordo tra le parti, circa l’emissione e il ricevimento di fatture in formato elettronico, possa essere sia a tempo determinato sia a tempo indeterminato, salvo revoca.

Il terzo comma del citato art. 21 prevede poi che il soggetto che emette la fattura in formato elettronico debba assicurare:

–          l’autenticità dell’origine

–          l’integrità del contenuto

–          la leggibilità del contenuto dal momento della sua emissione fino al termine del periodo di conservazione obbligatorio.

La norma prosegue attribuendo alla firma elettronica qualificata o digitale dell’emittente oppure ai sistemi EDI per la trasmissione dei dati, le caratteristiche richieste per garantire l’autenticità dell’originale e l’integrità del contenuto.

Il codice dell’amministrazione digitale (D.Lgs 82/2005) definisce firma digitale qualificata “un particolare tipo di firma elettronica avanzata che sia basata su un certificato qualificato e realizzata mediante un dispositivo sicuro per la creazione della firma”. In altre parole è la firma ottenuta attraverso una procedura informatica che garantisce la connessione univoca al firmatario e la sua univoca autenticazione informatica. Si basa su un certificato qualificato che consente di verificare l’identità del titolare.

Altra possibilità che viene riconosciuta per garantire l’autenticità dei dati e l’integrità del contenuto è l’adozione di un sistema EDI (Electronic Data Interchange). In estrema sintesi con tali sistemi è possibile scambiare in modo diretto messaggi commerciali tra sistemi informatici attraverso reti di telecomunicazioni nazionali o internazionali.

Circa la possibilità di delegare direttamente il cliente oppure un terzo ad emettere la fattura, il primo comma dell’art. 21 DPR 633/1972 contiene precise condizioni qualora questi (il cliente o il terzo) sia residente in un Paese “con il quale non esiste alcuno strumento giuridico che disciplini la reciproca assistenza” (in materia di Iva).

In questa ipotesi, la delega all’emissione delle fatture da parte del cliente o del terzo è consentita:

–          previa comunicazione all’Agenzia delle Entrate;

–          se il soggetto passivo delegante ha iniziato l’attività da almeno 5 anni;

–          qualora non siano stati notificati al soggetto passivo delegante nei 5 anni che precedono, atti impositivi o di contestazione di violazioni sostanziali in materia di Iva.

In relazione alle operazioni eseguite con le Amministrazioni Pubbliche, l’art. 1, co. 209 della Legge Finanziaria per il 2008 (L. 24 dicembre 2007, n. 244) a previsto che “al fine di semplificare il procedimento di fatturazione e registrazione delle operazioni imponibili … l’emissione, la trasmissione, la conservazione e l’archiviazione delle fatture emesse nei rapporti con le amministrazioni pubbliche … deve essere effettuata esclusivamente in forma elettronica”. Inoltre “le amministrazioni e gli enti … non possono accettare le fatture emesse o trasmesse in forma cartacea né possono procedere ad alcun pagamento, nemmeno parziale, sino all’invio in forma elettronica”.

Il DM 7 marzo 2008 ha affidato all’Agenzia delle Entrate il ruolo di gestore del Sistema di Interscambio (SdI) ed a SOGEI il ruolo di implementazione del sistema. Le modalità di funzionamento dello SdI sono disponibili per la consultazione sul sito www.fatturapa.gov.it.

La relazione illustrativa al DM dispone un approccio di tipo incrementale al nuovo obbligo, prevedendo l’adozione del sistema dapprima dalle grandi imprese e poi a scendere fino ai piccoli imprenditori. Si legge nella relazione al DM che “questo garantirebbe non solo di consentire un adeguamento tecnologico progressivo agli operatori economici ma anche, e soprattutto, l’adeguamento da parte degli intermediari e delle stesse amministrazioni che sono ad oggi assolutamente impreparate anche solo alla gestione della conservazione sostitutiva”.

Il 6 giugno 2013 è entrato in vigore il DM 03 aprile 2013, n. 55 che ha dato attuazione all’art. 1, co. 209 della L. 244/2007. Sono previsti due termini per l’entrata in vigore delle nuove prescrizioni:

–          dal 6 giugno 2014 la fattura elettronica diventa obbligatoria nei confronti dei Ministeri, delle Agenzie fiscali e degli Enti nazionali di previdenza e assistenza sociale (cioè entro 12 mesi dall’entrata in vigore del DM in commento);

–          dal 6 giugno 2015 nei confronti di tutte le altre amministrazioni pubbliche.

 Nei confronti delle altre Amministrazioni Pubbliche la fattura elettronica diverrà obbligatoria trascorsi due anni dalla data di entrata in vigore del citato DM.

 

* Dottore Commercialista e Revisione Contabile in Venezia


26
Mar 14

Finanziamenti alle piccole-medie imprese (Sabatini-bis)

dr Carlo Farinati*

 

Il Governo, attraverso il D.L. 21 giugno 2013, n. 69 convertito, con modifiche, dall’art. 1, L. 09 agosto 2013 n. 98 (Decreto del fare) ha adottato misure per il rilancio dell’economia del Paese ed accrescere la competitività  delle imprese: in particolare, sono state introdotte disposizioni anti-crisi a favore delle piccole e medie imprese in forma di finanziamento per l’acquisto di beni strumentali all’attività dell’impresa. Si tratta di una riedizione della cosiddetta Legge Sabatini, che ha costituito uno dei fattori chiave per lo sviluppo dell’industria manifatturiera italiana a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Il settore delle macchine utensili è particolarmente interessato all’argomento.

 Oggetto dell’agevolazione

I provvedimenti in parola prevedono un sistema di incentivazione agli investimenti per l’acquisto o tramite leasing finanziario, di macchinari, impianti, beni strumentali di impresa e di attrezzature nuove di fabbrica ad uso produttivo, nonché per gli investimenti in hardware, in software e in tecnologie digitali[1], classificabili nell’attivo patrimoniale alle voci B.II.2, B.II.3, B.II.4 dell’art. 2424 del codice civile. Sono quindi escluse le spese relative a terreni e fabbricati e a immobilizzazioni in corso e acconti[2].

Tali beni devono essere destinati alla creazione, all’implementazione o alla diversificazione di strutture produttive ovunque situate nel territorio nazionale. Rientrano nell’agevolazione anche il cambiamento fondamentale del processo di produzione di una unità produttiva esistente nonché l’acquisizione degli attivi direttamente connessi ad un’unità produttiva chiusa o che sarebbe stata chiusa, qualora essa venga acquisita da un investitore indipendente[3].

Quindi gli investimenti devono essere ad uso produttivo, correlati all’attività svolta dell’impresa e ubicati nei locali ove è svolta l’attività. Inoltre il bene, sempre che non sia acquisito tramite locazione finanziaria, deve essere capitalizzato e iscritto nell’attivo patrimoniale dell’impresa per almeno tre anni. Nelle operazioni di leasing il locatario ha l’obbligo di esercitare l’opzione di acquisto al momento della stipula del contratto.

 Soggetti destinatari dell’agevolazione

Beneficiarie di questi interventi, come accennato, sono le piccole e le medie imprese come definite dalla Raccomandazione 2003/361/CE ovvero le imprese che:

– occupano meno di 250 persone: per occupazione si intende un legame con l’azienda attraverso un contratto che prevede un vincolo di subordinazione. Pertanto, ai fini del conteggio, rientrano anche i dipendenti a tempo determinato;

– hanno un fatturato annuo inferiore a 50 milioni di euro oppure con un totale di bilancio annuo che non supera i 43 milioni di euro. Si precisa che il dato relativo al fatturato corrisponde al volume d’affari ovvero la voce A1 del conto economico civilistico[4].

 

Il decreto del Ministro dello sviluppo economico, ha specificato quali sono i settori produttivi e quali requisiti sono necessari per poter beneficiare del contributo.

Infatti solo le piccole e medie imprese con sede operativa in Italia iscritte al Registro delle imprese o nel Registro delle imprese di pesca possono accedere al finanziamento.

Tali imprese non devono trovarsi in stato di liquidazione volontaria o sottoposte a procedure concorsuali. Devono pertanto trovarsi nel pieno e libero esercizio dei propri diritti. Inoltre non devono essere in condizioni tali da essere considerate “imprese in difficoltà” così come definito dal regolamento GBER[5].

I presenti finanziamenti non sono destinati ai soggetti che svolgono attività nel settore dell’industria carboniera, delle attività finanziarie e assicurative e, infine, della fabbricazione di prodotti di imitazione o di sostituzione dei prodotti latterio-caseari[6].

 Il finanziamento

L’incentivo introdotto dal “Decreto del fare” dà alle imprese la possibilità di accedere a forme di finanziamento a tasso agevolato[7].  

In sostanza, come avvenne con la Legge Sabatini, alle imprese viene erogato da parte dello Stato un contributo in conto interessi a parziale copertura degli interessi passivi relativi al mutuo acceso per l’acquisto dei beni di cui all’art. 2, co.1 del “Decreto del fare” necessari per lo svolgimento dell’attività dell’impresa.

I finanziamenti potranno essere concessi entro il 31 dicembre 2016 dalle banche aderenti alla convenzione di cui al co. 7 del Dl 69/2013 a valere sul plafond costituito presso la Cassa depositi e prestiti.

Le somme finanziabili sono comprese tra 20.000 e 2.000.000 di euro per una durata massima di cinque anni.

I finanziamenti possono coprire fino al 100% dei costi ammissibili i quali saranno individuati dal successivo decreto attuativo di cui al co. 7[8] citato e saranno erogati entro trenta giorni dalla stipula del contratto di finanziamento[9].

L’ammontare dei finanziamenti agevolabili potrà ammontare, su base nazionale, fino a 2,5 miliardi di euro, incrementabili fino ad un massimo di 5 miliardi di euro sulla base delle risorse disponibili con i successivi interventi legislativi.

Le risorse messe a disposizione per far fronte agli oneri derivanti dalla concessione di contributi in conto interessi, ammontano a 7,5 milioni di euro per l’anno 2014, 21 milioni di euro per l’anno 2015, 35 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2016 al 2019, 17 milioni di euro per l’anno 2020 e 6 milioni di euro per l’anno 2021.

Il contributo che viene concesso alle imprese è pari all’ammontare complessivo degli interessi calcolati al tasso del 2,75% su un piano convenzionale di ammortamento, con rate semestrali e della durata di cinque anni[10].

Inoltre, come si vedrà nel paragrafo successivo, la concessione del finanziamento può essere assistita da garanzia del Fondo di Garanzia nella misura massima dell’80% dell’ammontare del finanziamento[11].

Le imprese diverse da quelle agricole e quelle operanti nel settore della pesca, possono cumulare anche altre agevolazione concesse dall’apparato pubblico[12], incluse quelle concesse a titolo de minimis, a condizione che il cumulo non comporti il superamento delle soglie previste dall’articolo 15 del regolamento CE 800/2008 ovvero:

– il 20 % dei costi ammissibili nel caso delle piccole imprese;

– il 10 % dei costi ammissibili nel caso delle medie imprese.

Qualora l’agevolazione comporti il superamento di queste soglie, il Ministero provvederà a ricalcolare il contributo nei limiti delle medesime.

 Ruolo del Fondo di Garanzia per le piccole-medie imprese

L’intervento del Legislatore coinvolge anche il Fondo di Garanzia per le piccole-medie imprese il quale, con l’articolo 1 del Dl 69/2013, ha subito un notevole rafforzamento del suo ruolo di garante nelle operazioni di finanziamento alle imprese al fine di assicurare un più ampio accesso al credito alle medesime. Tale scopo viene raggiunto attraverso:

–         l’aggiornamento, in funzione del ciclo economico e dell’andamento del mercato finanziario e creditizio, dei criteri di valutazione delle imprese ai fini dell’accesso alla garanzia del Fondo e della misura dell’accantonamento a titolo di coefficiente di rischio;

–         l’incremento, sull’intero territorio nazionale, della misura massima della garanzia diretta concessa dal Fondo fino all’80 per cento dell’ammontare dell’operazione finanziaria, con riferimento alle «operazioni di anticipazione di credito, senza cessione dello stesso, verso imprese che vantano crediti nei confronti di pubbliche amministrazioni» e alle «operazioni finanziarie di durata non inferiore a 36 mesi»[13];

–         la semplificazione delle procedure e delle modalità di presentazione delle richieste attraverso un maggior ricorso a modalità telematiche di ammissione alla garanzia e di gestione delle relative pratiche;

–         misure volte a garantire l’effettivo trasferimento dei vantaggi della garanzia pubblica alle piccole e medie imprese beneficiarie dell’intervento.

Grazie all’aggiornamento dei criteri di valutazione del coefficiente di rischio delle imprese in funzione del periodo economico che il Paese sta vivendo, molte di queste avranno la possibilità di accedere al credito che prima era loro precluso.

Come detto il Fondo di Garanzia assumerà un ruolo di primo piano, consentendo alle imprese di accedere al credito: infatti esso svolgerà una funzione di garante sui finanziamenti che in futuro verranno erogati dalle banche aderenti alla convenzione. Pertanto, gli enti creditizi sosterranno un rischio di gran lunga inferiore dato che il Fondo fornirà una garanzia fino all’80 per cento dell’ammontare finanziato per cui in caso di insolvenza dell’impresa le banche potranno ottenere larga parte del capitale erogato. Verrà così evitato il “credit crunch” che tanto danneggia le imprese italiane.

 Controlli e ispezioni

In ogni fase del procedimento il Ministero può effettuare o disporre controlli, sia documentali che tramite ispezioni, con lo scopo di verificare la corretta fruizione delle agevolazioni e che siano stati rispettati vincoli e le modalità previsti dalla normativa.

Infatti, all’articolo 13 del decreto attuativo sono previsti i casi di revoca del finanziamento, e cioè:

a) venga accertato che il soggetto beneficiario in qualunque fase del procedimento abbia reso dichiarazioni mendaci o esibito atti falsi o contenenti dati non rispondenti a verità;

b) venga accertata l’assenza, all’atto di presentazione della domanda di cui all’art. 8, comma 1, dei requisiti di ammissibilità previsti all’art. 3, comma 1;

c) i beni oggetto del finanziamento o del contratto di leasing siano alienati, ceduti o distratti dall’uso produttivo previsto nei tre anni successivi alla data di completamento dell’investimento;

d) venga accertata la non conformità degli investimenti realizzati a quanto previsto all’art. 5 (ad esempio non rientrano nelle voci B.II.2, B.II.3, B.II.4);

e) il soggetto beneficiario sia stato oggetto di dichiarazione di fallimento prima che siano trascorsi tre anni dalla data di completamento dell’investimento;

f) il soggetto beneficiario non consenta lo svolgimento dei controlli sopra citati;

g) emerga che il soggetto beneficiario abbia fruito di agevolazioni pubbliche concesse per i medesimi beni e per le medesime spese oltre i limiti delle intensità massime previste nei regolamenti comunitari applicabili;

h) intervenga la risoluzione o decadenza del contratto di finanziamento, tranne nel caso di rimborso anticipato o, nel caso di leasing, di riscatto anticipato;

i) sussistano le ulteriori condizioni di revoca previste dal provvedimento di concessione delle agevolazioni.

 Aspetti operativi

L’ottenimento del contributo è subordinato alla presentazione della domanda di agevolazione e dei relativi allegati[14], i quali devono essere sottoscritti dal legale rappresentate dell’impresa o da un suo procuratore. Nel caso sia un procuratore a sottoscrivere la richiesta, sarà necessario allegare anche copia dell’atto di procura.

La modulistica per l’accesso al contributo deve essere presentata a partire dalle ore 9.00 del 31 marzo 2014, esclusivamente a mezzo posta elettronica certificata, agli intermediari finanziari aderenti alla convenzione[15] presso i quali si intende chiedere l’erogazione del contributo.

Nel caso in cui la domanda di contributo superi i 150.000 euro è necessario allegare la documentazione anti-mafia ai sensi del decreto legislativo n. 159/2011.

Le richieste dovranno essere compilate utilizzando esclusivamente i moduli messi a disposizione dal Ministero e presentate dopo il termine di apertura pena l’inammissibilità della domanda.

Gli intermediari finanziari, esaminate le richieste e riscontrata la presenza di tutti i requisiti soggettivi e la regolarità formale, trasmetteranno su base mensile alla Cassa depositi e prestiti le domande che hanno superato la fase istruttoria al fine di verificare la disponibilità della provvista sul plafond costituito presso la Cassa depositi e prestiti. Nel caso in cui le somme non siano sufficienti a coprire in toto il finanziamento, la prenotazione avviene in misura parziale.

Una volta esaurite le risorse il Ministero comunicherà  mediante avviso la chiusura dello sportello per la presentazione delle richieste di contributo[16].

Il contributo è erogato dal Ministero entro 30 giorni dalla ricezione della domanda di erogazione, completa di tutta la documentazione: esse sono presentate esclusivamente in formato digitale utilizzando la procedura informatica disponibile sul sito del Ministero dello sviluppo economico entro il 30 giugno 2014.

Quindi l’erogazione del contributo è subordinata alla presentazione della seguente documentazione:

–          richiesta di erogazione della prima quota del contributo (allegato 3) che deve essere sottoscritta dal legale rappresentate e dal presidente del collegio sindacale o in mancanza di questo da un revisore legale (in sede di prima richiesta);

–          richieste di erogazione delle quote di contributo successive alla prima (allegato 5) sottoscritte dal legale rappresentante;

–          richiesta relativa all’ultima quota di contributo che deve essere corredata da un’attestazione dell’intermediario finanziario con cui è stato stipulato il contratto; in sede ultima richiesta verrà certificato il rimborso del finanziamento;

–          ad ogni richiesta di erogazione lo schema di dichiarazione liberatoria del fornitore (allegato 4) o in caso di locazione finanziaria dichiarazione sostitutiva della società di leasing nel quale il fornitore dovrà dichiarare che i beni sono sati regolarmente pagati e che sono nuovi di fabbrica;

–          dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà per ciascuna richiesta di erogazione che confermi le informazioni rese in sede di presentazione della domanda di contributo nel caso in cui l’importo del medesimo superi i 150.000 euro.

 

* Praticante Dottore Commercialista in Venezia



[1] Articolo 2, co. 1 del Decreto legge 21 giugno 2013, n. 69.

[2] Articolo 6, co. 1 della Circolare del Mise n. 4567 del 10 febbraio 2014.

[3] Articolo 5, co. 1 del Decreto attuativo 27 novembre 2013.

[4] Articolo 2, co. 1 del Dl 69/2013.

[5] Per impresa in difficoltà il regolamento CE 800/2008 intende una PMI che soddisfa le seguenti condizioni:

a) la società a responsabilità illimitata che ha perduto più della metà del capitale sottoscritto e la perdita di più di un quarto di detto capitale sia intervenuta nel corso degli ultimi dodici mesi;

b) se si tratta di società in cui alcuni soci hanno responsabilità illimitata, è considerata in difficoltà se ha perduto più della metà del capitale, come indicato nei conti della società, e la perdita di più di un quarto di detto capitale è intervenuta nel corso degli ultimi dodici mesi;

c) indipendentemente dal tipo di società, qualora ricorrano le condizioni previste dal diritto nazionale per l’apertura nei loro confronti di una procedura concorsuale per insolvenza.

[6] Articolo 3, co. 1 e 2 del Decreto ministeriale 13 novembre 2013.

[7] Articolo 2, co. 1 del Dl 69/2013.

[8] Il Ministero dello sviluppo economico, sentito il Ministero dell’economia e delle finanze, l’Associazione bancaria italiana e la Cassa depositi e prestiti S.p.A. stipuleranno una o più convenzioni al fine di definire:

–         le condizioni e i criteri di attribuzione alle banche e agli intermediari del plafond anche mediante meccanismi premiali che favoriscono il più efficace utilizzo delle risorse;

–         i contratti tipo di finanziamento;

–         le attività di controllo, monitoraggio e rendicontazione che devono essere svolte dalle banche in modo da assicurare la massima trasparenza.

[9] Articolo 4, co. 1 e 2 del Decreto ministeriale 13 novembre 2013.

[10] L’appendice alla circolare n. 4567 del Mise afferma che “ai fini del calcolo del contributo, sulla base della procedura prevista nel decreto interministeriale 27 novembre 2013:

– quale data di avvio dell’investimento si considera il novantesimo giorno successivo alla data della delibera di finanziamento;

– quale durata teorica del preammortamento/prelocazione si considera quella indicata nella domanda da parte della PMI (0, 6, 12 mesi);

– quale data di ultimazione dell’investimento si considera la data di avvio dell’investimento aumentata della durata del preammortamento/prelocazione indicata dall’impresa nella domanda;

– la ripartizione dell’investimento per anno è effettuata utilizzando il seguente algoritmo previsionale lineare:

ripartizione i° anno investimenti = (Mi / durata_preammortamento) x importo investimento

dove “Mi” è il numero di mesi del preammortamento/prelocazione che cadono nell’anno i-esimo, calcolati a partire dalla data avvio investimento.

 Il contributo concedibile è pari all’ammontare complessivo degli interessi calcolati al tasso del 2,75 per cento su un piano convenzionale di ammortamento, con rate semestrali costanti e della durata di cinque anni, di importo corrispondente al finanziamento. Il totale del contributo così calcolato viene ripartito in 10 quote semestrali di valore costante.

Ai fini del calcolo previsionale dell’equivalente sovvenzione lordo, si procede all’attualizzazione dell’investimento e del contributo erogato, sulla base di un calcolo convenzionale che prevede:

– la ripartizione dell’investimento per anno secondo la formula sopra indicata;

– l’erogazione del contributo con la prima quota semestrale resa disponibile nell’anno di ultimazione dell’investimento, secondo la definizione sopra indicata. Successivamente si considerano due semestralità per anno in unica soluzione fino a concorrenza del contributo spettante”.

[11] Articolo 6, del Decreto ministeriale 13 novembre 2013.

[12] Articolo 6, del Decreto ministeriale 13 novembre 2013.

[13] Il decreto attuativo stabilirà le priorità di accesso e le modalità di concessione della garanzia del Fondo su tali prestiti.

[15] L’elenco delle banche e degli intermediari finanziari aderenti alla convenzione è disponibile nei siti internet del Ministero dello Sviluppo Economico http://www.mise.gov.it e della Cassa depositi e prestiti www.cassaddpp.it

[16] Le richieste di disponibilità pervenute su base mensile alla Cassa depositi e prestiti successivamente alla chiusura dello sportello acquisiscono priorità di prenotazione in caso in cui si rendano disponibili nuove risorse.


26
Mar 14

Imposta Unica Comunale, Tari e Tasi

dr Lisa Volpe*

L’ Imposta Unica Comunale, c.d. Iuc, -introdotta dalla recente Legge di Stabilità 2014- in sé considerata non esprime una tassa ed è da considerarsi unica solo apparentemente. Infatti il prelievo fiscale viene realizzato dalle sue componenti che, da un punto di vista patrimoniale, viene imposto con applicazione dell’Imu sugli immobili non esenti mentre, per quanto riguarda la partecipazione ai costi dei servizi comunali erogati, istituisce due nuovi  tributi, la Tari e la Tasi. Identificata quindi la triade in cui si articola la  Iuc, i suoi due diversi presupposti impositivi sono definiti normativamente, per l’Imu, nel possesso di immobili e collegato alla loro natura e valore, mentre per Tari e Tasi, nella erogazione e fruizione di servizi comunali[1].

1. Ambito di applicazione della Tari e della Tasi
La Tari è stata introdotta per contribuire al costo del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani, oltreché quello per l’igiene urbana, la Tasi invece per compartecipare al costo dei servizi indivisibili erogati dagli enti locali (manutenzione delle strade, verde pubblico, illuminazione e tutti quei servizi che non sono a domanda individuale). Per ogni anno solare sia la Tari che la Tasi integrano un’obbligazione tributaria autonoma che, in quanto tale, grava solidalmente su tutti coloro che posseggono o detengono gli immobili oggetto del prelievo fiscale. Premesso che per ambo le discipline fiscali la soggettività passiva grava sul possesso o la detenzione, il Legislatore al comma 681 della L. 147/2013 precisa per la Tasi che se l’unità immobiliare è occupata da un soggetto diverso dal titolare del diritto reale sull’unità immobiliare, quest’ultimo e l’occupante sono titolari di un’autonoma obbligazione tributaria (a carico dell’occupante tra il 10% e il 30%, e per il residuo grava sul titolare del diritto reale dell’immobile). Non disponendo analogicamente per la Tari il tributo in questione grava solo sugli utilizzatori per ragionamento deduttivo.

Chiunque – indipendentemente dal titolo posseduto e dalla destinazione d’uso dell’immobile – è soggetto ai prelievi fiscali appena menzionati se possiede, ovvero detiene (per detenzioni temporanee di almeno 6 mesi nel corso dell’anno solare[2]):

–          locali o aree scoperte suscettibili di produrre rifiuti urbani ai fini Tari (basta quindi la mera idoneità del bene a produrre rifiuti indipendentemente dalla loro effettiva produzione) ;

–          fabbricati[3] (abitazione principale inclusa), aree scoperte nonché aree edificabili per quanto riguarda la Tasi.

Per il possesso o la detenzione temporanea di locali o aree scoperte, purché non superiori a 6 mesi, i tributi sono dovuti dal titolare del diritto di proprietà, superficie, uso, abitazione e usufrutto, e quindi non dal detentore/utilizzatore.

I locali o le aree che sono accessori  o pertinenziali ad immobili già tassati, ovvero le aree non operative, e che quindi non sono utilizzate nell’ambito di attività economiche e produttive, sono esclusi ex lege dai tributi Tari e Tasi (giardini condominiali, cortili…). L’esclusione opera anche per le aree comuni condominiali che non sono occupate in via esclusiva (tetti, lastrici solari, scale, aree destinate a parcheggio) [4].

In caso di  multiproprietà o di centri commerciali integrati i soggetti che gestiscono i servizi comuni sono responsabili per il versamento della Tari e della Tasi, ferme restando le obbligazioni tributarie autonome che comunque continuano a gravare sui singoli soggetti che hanno il possesso o la detenzione esclusiva di locali o aree scoperte.

2. Tari

 Fermo restando il rispetto del principio comunitario “chi inquina paga[5]” e l’entità delle superfici calpestabili già dichiarate o accertate per l’applicazione dei precedenti prelievi sui rifiuti (Tarsu, Tia e Tares), anche la Tari è commisurata alle tariffe comunali. La Tariffa (composta da una quota fissa ed una variabile), ai sensi della Legge di Stabilità 2014, può essere più flessibilmente e alternativamente calcolata, rispetto ai precedenti tributi, in base al:

  • metodo “normalizzato”, indicato nel D.Lgs. 158/1999, a seconda l’utenza sia domestica o non domestica[6]e alla zona territoriale di riferimento;
  • alle quantità e qualità medie ordinarie dei rifiuti prodotti per unità di superficie, in relazione agli usi e alla tipologia delle attività svolte nonché al costo del servizio sui rifiuti.
  • ai coefficienti di produttività secondo cui le tariffe per ogni categoria o sottocategoria omogenea sono determinate dal Comune moltiplicando il costo del servizio per unità di superficie imponibile accertata, previsto per l’anno successivo, per uno o più coefficienti di produttività quantitativa e qualitativa di rifiuti[7].

Nella determinazione della tariffa il Comune, al fine di raggiungere il break-even point, deve considerare i costi di investimento e di esercizio relativi al servizio erogato, compresi quelli per lo smaltimento dei rifiuti nelle discariche ed esclusi quelli per erogare il servizio alle istituzioni scolastiche oltreché quelli che sono già a carico dei produttori di rifiuti speciali perché autonomamente provvedono a recuperarli. Nei confronti di questi ultimi la Legge di Stabilità 2014 introduce, sul fronte delle agevolazioni fiscali relative alla componente variabile della tariffa, sia la più contenuta misura della riduzione fiscale che, in sua contrapposizione, la più generalizzata esenzione dal pagamento. Nel sollecitare un’interpretazione legislativa a definizione della predetta querelle interpretativa, il Ministero dell’Ambiente manifesta l’apprezzamento per la riduzione fiscale, proporzionale ai rifiuti recuperati, essendo un intervento legislativo modificativo e legislativo successivo rispetto al testo legislativo originario che, invece, disponeva per l’esenzione[8]. Le superfici dei locali che producono in modo continuativo e prevalente rifiuti speciali sono escluse dalla Tari ma per l’obiettiva difficoltà di delimitare le superfici ove tali rifiuti si formano il Comune, in virtù della propria autonomia regolamentare, deve individuare le categorie di attività produttive di rifiuti speciali alle quali applicare percentuali di riduzione rispetto all’intera superficie su cui l’attività viene svolta. Imponibili ai fini Tari sono invece quelle superfici in cui vengono prodotti rifiuti assimilati (bar, mense, spacci..). Nella misura del 40% la Tari è invece dovuta per i rifiuti speciali prodotti da magazzini di materie prime e prodotti finiti[9].

La Tari è dovuta nella misura del:

–          20% della tariffa se non viene svolto il servizio di gestione di rifiuti o’ è svolto irregolarmente, ovvero se il servizio è svolto irregolarmente;

–          40% se non è effettuato il servizio di raccolta.

La Tari non è comunque dovuta per i terreni agricoli.

3. Tasi

La Tasi sostituisce la maggiorazione della Tares; l’aliquota base fissata dalla Legge di Stabilità è l’1per mille. Nell’ambito della propria potestà regolamentare ciascun Comune può diminuire l’aliquota -fino ad azzerarla- ovvero  aumentarla -non eccedendo però, per ciascuna tipologia di immobile, il tetto massimo del 10,6per mille ovvero le minori aliquote stabilite dal Legislatore ai fini Imu a seconda del tipo di immobile. L’aliquota Imu compartecipa con quella Tasi alla verifica del raggiungimento dell’aliquota massima ammessa. Le aliquote devono essere fissate una volta che il comune ha identificato la natura e i costi dei servizi indivisibili da sottoporre a prelievo, a loro volta differenziandole in base all’attività nonché alla tipologia e alla destinazione degli immobili. In sede di prima applicazione l’aumento Tari, per il 2014, non può superare il 2,5 per mille. Invece in ogni caso per i fabbricati rurali strumentali non può eccedere l’aliquota base.

Diversamente dalla maggiorazione Tares, calcolata in base alla superficie degli immobili, la base imponibile del nuovo tributo locale, per rinvio della Legge di Stabilità 2014 al D.L. n. 201/2011-convertito dalla L. N. 214/2011- è quella l’Imu. (rendita catastale moltiplicata per appositi coefficienti). Per effetto di questa novità la Tasi è più da considerarsi come un’addizionale dell’Imu che, a differenza di quest’ultima, colpisce anche le abitazioni principali, ormai pressoché esenti dall’Imposta Municipale Propria[10]. Premesso che le esenzioni concorrono a delimitare l’ambito di applicazione di un tributo, e vanno quindi interpretate in senso restrittivo, non è possibile estendere per ragionamento analogico deduttivo alla Tasi le esenzioni che il Legislatore riconosce ai fini Imu. Quindi immobili esentati dall’imposta patrimoniale sono invece assoggettate ai tributi locali per i servizi comunali fruiti. Sono invece esclusi dalla Tasi quegli immobili classificati nella categoria catastale E (immobili a destinazione speciale come i cimiteri), non essendo definita neppure ai fini Imu per questa categoria[11].

Per gli immobili appartenenti alla categoria D, non iscritti in catasto, ai fini Tasi l’imprenditore deve considerare il valore dei suddetti immobili come risultante dall’ammontare risultante dalle scritture contabili, al lordo delle quote di ammortamento, moltiplicato per i coefficienti stabiliti per ciascun anno di formazione[12].

4. Riduzioni ed agevolazioni per Tari e Tasi

Il Comune, ferma restando le agevolazioni da riconoscersi in base alla specifica capacità contributiva dei nuclei familiari come risultanti dal modello Isee, ai fini Tari e Tasi può deliberare ulteriori agevolazioni -fino al totale esonero- per :

–          la raccolta differenziata c/o le utenze domestiche (solo ai fini Tari);

–          le abitazioni con un unico occupante (Tari+Tasi);

–          le abitazioni tenute a disposizione per uso stagionale o altro uso limitato e discontinuo (Tari+Tasi);

–           i locali, diverse dalle abitazioni, ed aree scoperte adibiti ad uso stagionale o ad uso non continuativo, ma ricorrente (Tari+Tasi);

–          le abitazioni occupate da soggetti che risiedano, o abbiano dimora, per più di sei mesi all’estero (Tari+Tasi);

–           i fabbricati rurali ad uso abitativo (Tari+Tasi);

–          le superfici eccedenti il normale rapporto tra produzione di rifiuti e superficie stessa (solo ai fini Tasi); la dottrina si interroga però sul significato normativo di includere tra i casi fiscalmente agevolabili quest’ultimo.

Ai fini Tari il legislatore riconosce alla potestà comunale di riconoscere sconti  aggiuntivi sulla tariffa che però non possono complessivamente superare il 7% degli introiti[13].

5. Dichiarazione IUC

La Dichiarazione IUC deve essere presentata entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui inizia il possesso o la detenzione dell’immobile, ovvero si integra una modifica degli elementi oggettivi/soggettivi utili al fine del calcolo dei tributi locali. Se non si dovesse ricadere in una di queste situazioni allora le informazioni utili per il calcolo della Tari sono quelle già acquisite ai fini della Tarsu, Tia. Ai fini Tasi invece quelle relative alla dichiarazione Imu.

6. Versamento Tari e Tasi

Tari e Tasi devono essere versate con bollettini precompilati dall’amministrazione locale ovvero mediante modello F24, in un’unica soluzione, ed entro il 16 giugno di ciascun anno, ovvero in due o’ più rate con cadenza almeno semestrale e con scadenze diverse per quanto riguarda Tari e Tasi.

La Iuc è applicata e riscossa dal Comune, salva la possibilità di affidarne – per la Tari- riscossione ed accertamento al gestore del servizio smaltimento rifiuti mentre -pr la Tasi- a chi è incaricato a riscuotere ed accertare l’Imu.

7. Imu

7.1 Esenzione

La Legge di Stabilità riconosce a titolo definitivo l’esenzione Imu nei seguenti casi:

  1. abitazione principale ( eccetto quelle classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9) e relative pertinenze ( una pertinenza per ogni categoria catastale classificata in categoria C/2, C/6, C/7);
  2. abitazione assimilata a quella principale se a seguito di separazione il coniuge è assegnatario della casa coniugale[14];
  3. unità immobiliari delle cooperative edilizie a proprietà indivisa destinati ad abitazione principale dei soci assegnatari;
  4. fabbricati destinati ad alloggi sociali;
  5. abitazioni principali del personale del comparto sicurezza (Forze armate, Polizia, Vigili del fuoco, funzionari della Prefettura) per cui non sono più contestualmente richiesti residenza e dimora abituale;
  6. fabbricati rurali strumentali

Nell’ambito della propria potestà il Comune può assimilare all’abitazione principale, esentandole cos’ da Imu:

  1. le abitazioni possedute a titolo di proprietà/usufrutto (sempre che non locate) di anziani o’ disabili che sono residenti presso case di cura o istituti di ricovero;
  2. posseduta a titolo di proprietà / usufrutto da cittadini italiani non residenti in Italia (iscritti AIRE) purché non locata;
  3. le unità concesse in comodato gratuito a parenti in linea retta entro il primo grado, ascendenti (genitori) o discendenti (figli); l’esenzione è concessa fino ad una rendita catastale non eccedente il tetto massino di euro 500,00 ovvero, indipendentemente da questa, in ogni caso se il nucleo familiare presenta un Isee non superiore ad euro 15.000 annui[15]. In caso di più immobili l’agevolazione si applica ad un solo immobile.

7.2 Detrazioni

Per quanto riguarda le detrazioni sulla prima casa, laddove questa sia classificata in una delle categorie A/1, A/8, A/9, la detrazione di euro 200,00 permane; invce non è più riconosciuta quella di euro 50,00 spettante per ciascun figlio che abbia un età inferiore a 26 anni residente e dimorante nell’abitazione principale.

7.3 Deducibilità

La Legge di Stabilità – ferma restando per gli immobili strumentali (per destinazione e per natura) la deducibilità Imu dal reddito di impresa e dall’esercizio di arti e professioni nella misura del 30% per il 2013 – riduce dal 2014 tale beneficio fiscale al 20%. Ai fini Irap invece non è ammessa alcuna deduzione[16].

7.4 Partecipazione al reddito delle persone fisiche

Dal 2014 le abitazioni non locate che si trovano nello stesso Comune dell’abitazione principale partecipano al reddito delle persone fisiche, ai fini irpef e delle relative addizionali, nella misura del 50%. L’Imu quindi in questi casi non assorbe più l’intera tassazione ai fini Irpef e delle relative addizionali[17].

7.5 Enti non commerciali

Gli enti non commerciali devono versare l’Imu in 3 rate, di cui due alle ordinarie scadenze (giugno/dicembre) corrispondendo in ciascuna data il 50% dell’Imu pagata l’anno precedente, e il residuo, a titolo di conguaglio, è dovuto entro il 16 giugno dell’anno successivo[18].

7.6. Terreni agricoli di coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionale

I terreni agricoli, anche non coltivati, posseduti da coltivatori diretti[19] e imprenditori agricoli professionali iscritti alla previdenza agricola[20] tornano ad essere imponibili dal 2014. Il coefficiente moltiplicativo, prima corrispondente a 110, è pari a 75[21].

7.7 Immobili della categoria D non iscritti in catasto

Per gli immobili appartenenti alla categoria D, non iscritti in catasto, ai fini IMU l’imprenditore deve considerare il valore dei suddetti immobili come risultante dall’ammontare risultante dalle scritture contabili, al lordo delle quote di ammortamento, moltiplicato per i coefficienti stabiliti per ciascun anno di formazione[22].


* Dottore Commercialista in Venezia


[1] Legge di Stabilità 2014, Articolo 1/222, co. 639;  De Benedetto G., Sulla casa stangata in quattro mosse, Il sole24Ore, 21/12/2013; Carbone C., Commento – Possibili Correzioni in corsa sull’Imposta Unica Comunale,Guida Normativa.
[2] Nel caso in cui la detenzione abbia carattere temporaneo, intendendosi per tale una durata non superiore a sei mesi nel corso dello stesso anno solare, la Tari è dovuta soltanto dal possessore dei locali e delle aree a titolo di proprietà, usufrutto, uso, abitazione o superficie.
[3] “per fabbricato si intende l’unità immobiliare iscritta o che deve essere iscritta nel Catasto edilizio urbano, considerandosi parte integrante del fabbricato l’area occupata dalla costruzione e quella che ne costituisce pertinenza”; art. 2 D.Lgs. 504/1992,
[4] Legge di Stabilità 2014 – 13. IUC, Ifocus fiscali ; Mazzola L., L’approfondimento della settimana, in Guida Normativa n. 17 del 28/01/2014
[5] Art. 14, Direttiva 2008/98/Ce
[6] “Il comune articola la tariffa in base alla tipologia di attività economica (negozi in genere, botteghe artigiane, supermercati”: De Benedetto G.,, Sulla casa stangata in quattro mosse, il Sole 24Ore del 24/12/2013
[7] Legge di Stabilità 2014, Articolo 1/222, co. 652; “Si tratta degli stessi criteri previsti dall’art. 5, D.L. 102/2013, solo che in questo caso il Legislatore ha opportunamente chiarito che sono “alternativi” al D.P.R. 158/1999”: De Benedetto G., IUC – Nuova Imposta Unica Comunale – componenti Imu, Tari e Tasi – novità della L. 147/2013;
[8] Circolare del Ministero dell’Ambiente n. 1/2014; G. Trovati, Tari flessibile per le imprese, in Il Sole 24Ore 15/02/2014; Cerato, S., Bana M , Legge di Stabilità 2014 – 13. IUC, I focus fiscali
[9] Cerato, S., Bana M., Legge di Stabilità 2014 – 13. IUC, I focus fiscali
[10] De Benedetto G., IUC – Nuova Imposta Unica Comunale – componenti Imu, Tari e Tasi – novità della L. 147/2013;
[11] Imu-IUC, Fabbricati iscritti in catasto-Sistema Frizzera
[12] D.M.   del 19/02/2014 pubblicato nella G.U. n. 45 del 24/02/2014
[13] G. Trovati, Tari flessibile per le imprese, in Il Sole 24Ore 15/02/2014 
[14] “Si decade dall’agevolazione “prima casa” se l’abitazione acquistata con il beneficio fiscale venga trasferita, prima del decorso di un quinquennio dall’acquisto, in dipendenza di un procedimento di separazione coniugale, senza acquistarne un’latra entro l’anno successivo” Cass. 2263 del 3/02/2014; Busani A., La separazione taglia il bonus prima casa, Il Sole24Ore, 24/02/2014
[15] Art. 13 del D.L. 201/2011, Legge di Stabilità 2014, Articolo 1/222, co. 707; Imu-IUC, Fabbricati iscritti in catasto-Sistema Frizzera
[16] Legge di Stabilità 2014, Articolo 1/222, co. 715 e 716;
[17] Legge di Stabilità 2014, Articolo 1/222, co. 717;
[18] Legge di Stabilità 2014, Articolo 1/222, co. 721
[19] il coltivatore diretto, ai sensi dell’art. 2083, c.c, è un “piccolo imprenditore” e viene individuato, in base all’art. 1647, c.c., come il soggetto che coltiva il fondo “col lavoro prevalentemente proprio o di persone della sua famiglia”.
[20] l’imprenditore agricolo professionale iscritto nella previdenza agricola è colui che direttamente o come socio svolge le attività agricole ex art. 2135, C.c. dedicando a tale attività almeno il 50% del proprio tempo di lavoro complessivo e ottenendo da tale attività ricavi per almeno il 50% del reddito globale da lavoro (art. 1, D.Lgs. n. 99/2004).
[21] Immobili, le novità per il 2014, in Guide pratiche del 14/01/2014
[22] D.M.   del 19/02/2014 pubblicato nella G.U. n. 45 del 24/02/2014