Considerazioni sul Dopo-virus

di Giancarlo Tomasin

 

In questi giorni di reclusione è opportuno proporci di configurare come sarà la situazione e come
saranno gli sviluppi quando la pandemia sarà cessata.
E’ mia convinzione che non si tratterà di riprendere un cammino temporaneamente interrotto, ma
dovrà essere creato o comunque sarà necessario operare in uno scenario profondamente diverso.
L’unica analogia con l’attuale situazione che riesco a trovare nella mia esperienza è con la Seconda
Guerra Mondiale, tenendo peraltro conto anche delle conseguenze della Grande Crisi del 1939.
E’ quindi opportuno tenere presente quanto è avvenuto, in Italia e non solo, dopo il 1945, ma per
far questo è necessario esaminare la situazione della finanza italiana negli anni ’30
Le conseguenze del Great Crash alla borsa di New York non avevano tardato ad avere effetti
disastrosi anche in Europa ed. in particolare in Italia.
Per fronteggiare in qualche modo le conseguenza della crisi mondiale seguita alla crisi borsistica
del 1929, era stato creato, all’inizio degli anni ’30, oltre all’IMI (sostanzialmente una banca
pubblica per l’erogazione del credito a medio e lungo termine), l’IRI Istituto per la Ricostruzione
Industriale, sotto la presidenza di Alfredo Beneduce. Creato appunto per far fronte ad una
situazione particolare, era stato conservato anche quando gli effetti immediati della crisi erano
cessati, ed ancorchè Mussolini avesse espresso l’intenzione di smantellarlo.
Le varie aziende non perdettero la loro natura privatistica (erano società anonime, ora per azioni)
con la permanenza quindi di capitale privato, sia pure in posizione di minoranza. Lo Stato si
riservava un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale, senza entrare nella gestione diretta, come
sarebbe avvenuto se le aziende fossero state nazionalizzate.
Le stesse grandi banche finirono per essere irizzate.
Alla fine della guerra lo Stato, tramite l’IRI, si trovò allora ad essere socio di maggioranza delle
maggiori imprese italiane, tranne forse solo la FIAT, oggetto peraltro di forti interventi statali per
garantirne la sopravvivenza.
Questa forte presenza dello Stato nell’industria fu, a mio parere, un elemento fondamentale della
ricostruzione in Italia.
Solo cinquant’anni dopo l’IRI venne demolito, sia per recuperare fondi per ridurre l’ingente debito
italiano al fine di poter aderire all’euro (operazione peraltro solo in parte riuscita), sia perchè nel
frattempo, ed anche a seguito del crollo dell’Unione Sovietica e dell’entrata nella scena mondiale
della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti, si era formato il dogma dell’assoluta
preminenza dell’economia liberale (privata) su qualsiasi forma di intervento statale nell’economia.
Oggi il sentiment è mutato o sta mutando.
Ma, a parte l’IRI, l’Italia si salvò e realizzò in pochi anni quella che fu definito il miracolo
economico italiano grazie al duro lavori di tutti gli italiani, ma anche grazie all’entrata in scena di
una schiera di politici, anzi di statisti, di alto livello, e basti pensare ai De Gasperi, ai Vanni, agli
Einaudi.
Ma non vanno dimenticate anche altre presenze come quella di Angelo Costa, presidente di
Confindustria, e di Giuseppe Di Vittorio, segretario della CGIL, che realizzarono il Piano del
Lavoro, che garantì la pace sociale per almeno un decennio.
Ritorniamo nell’Italia (e nell’Europa) del Dopo-virus.
Le aziende più grandi e più sane potranno probabilmente sopravvivere con i mezzi propri, ma un
gran numero di aziende dovrà formare oggetto di salvataggi, per non dar luogo ad una marea di
disoccupati, con conseguenza gravi sul piano etico-sociale, ma anche sul piano dell’ordine
pubblico.
Le stesse banche, anche le meglio gestite, avranno bisogno di qualche forma di aiuto per far fronte
alla massa di insolvenze (sofferenze o non performing loans in gergo bancario) che dovranno
iscrivere in bilancio. E’ quindi da ipotizzare una sorte di Nuova IRI. Resta da vedere se tale
struttura possa avere base nazionale (italiana per quanto ci riguarda) ovvero europea.

Opportunamente l’entrata in vigore della legge sulle crisi aziendali, prevista per il 15 agosto
prossimo, è stata rinviata di un anno.
Ritorniamo all’ipotizzata Nuova IRI, cercando di fare tesoro dell’IRI originaria.
L’IRI ebbe un ruolo determinante per l’industria e la finanza italiane sia negli anni ’30 che nel
Dopoguerra. Fu allora guidata da personaggi di alto spessore, manageriale, ma anche morale.
Disgraziatamente ad un certo punto suscitò gli appetiti dei partiti politici, che, con la creazione del
Ministero delle Partecipazioni Statale, ne cambiarono completamente la natura.
Sia per la scarsa qualità dei nuovi dirigenti, sia per un malinteso obiettivo di consenso politico, ma
anche di strumenti di corruzione, le società della galassia IRI causarono enormi perdite che
dovettero essere coperte con fondi statali e questo fu causa non ultima dell’elefantiaco debito
pubblico di cui l’Italia è ancor oggi gravata. Bisognerà prestare la massima attenzione affinché
questo non si ripeta.
Sarà utile, in proposito, rileggere gli scritti di Bruno Visentini, che fu per lungo tempo vicepresidente
dell’IRI e manager di alcune delle controllate.
Diverso è il caso delle PMI, che costituiscono una quota importante ed imprescindibile
dell’economia italiana.
Per questi sarà giocoforza dar corso ad operazioni di helicopter money, come quelle attualmente
allo studio del Governo, ancorchè mascherate da mutui con dubbie restituzioni in trenta o
cinquanta anni.
Sarà peraltro necessario evitare che vengano mantenute in vita imprese che già erano o sarebbero
entrate in crisi anche senza la pandemia Covid-19. Queste continuerebbero a produrre perdite ed
erodere così l’economia nazionale
Ancora più importante sarà vigilare affinché in questa mastodontica operazione finanziaria non
s’infili la malavita organizzata. Il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri ed il procuratore
generale antimafia Federico Cafiero de Raho hanno già lanciato l’allarme.
Un’ultima osservazione: interlocutore delle PMI saranno le banche, che dovranno essere messe al
riparo dalle insolvenze (NPL o UTP) e quindi essere garantite almeno per l’80 % dei crediti
erogati.
In tutti questi processi il ruolo del commercialista sarà non solo utile, ma determinante.
Un’ultima considerazione: ritengo gli strumenti finanziari che verranno attivati daranno
necessariamente luogo ad una svalutazione dell’euro, soprattutto se la crisi sanitaria si estenderà
anche ai paesi del Nord Europa.
Se anche le altre monete (dollaro, sterlina, yuan) reagiranno in modo analogo e per evitare una
guerra valutaria con effetti disastrosi sarà giocoforza ritornare ad un sistema globale basato
sull’oro (gold standard) Ma questo è un altro discorso (ci manca non nuovo John Maynard
Keynes!).
Suffucit diei malitia sua, come dice il Vangelo (Mt 6,34)