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14
Lug 10

Modello 770/2010: si avvicina il termine di presentazione

Il 2 agosto 2010 scade il termine per la presentazione, in via telematica, del modello 770/2010 Semplificato e del 770/2010 Ordinario (il 31 luglio, giorno di scadenza ordinaria, cade di sabato).

Come noto il modello 770 semplificato deve essere utilizzato dai sostituti di imposta per comunicare:
– i dati dei redditi di lavoro dipendente, equiparati e assimilati certificati con modello CUD, le indennità di fine rapporto, le risultanze delle operazioni relative all’assistenza fiscale prestata per l’anno 2009,
– i dati relativi a redditi di lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi.

Anche quest’anno l’Agenzia delle Entrate ha introdotto alcune novità nella compilazione dei quadri necessarie a seguito delle modifiche normative e per l’acquisizione di ulteriori informazioni.


2
Lug 10

Per gli Intra vale il momento del pagamento

dr Massimo Marchiori*

L’Agenzia delle Entrate con la circolare 36/E del 21 giugno scorso ha chiarito che le prestazioni di servizi ultimati e fatturati da un prestatore comunitario nel 2009 ma autofatturati dal committente nazionale nel 2010, vanno incluse negli elenchi Intrastat solo se le prestazioni siano state autofatturate e pagate nel 2010.
Il momento di effettuazione del servizio, spiega l’amministrazione finanziaria, va individuato facendo riferimento all’art. 6 del DPR 633/72 secondo cui esso coincide con il momento del pagamento ovvero con l’emissione dell’autofattura se antecedente al pagamento. Pertanto le prestazioni autofatturate nel 2009 ma pagate nel 2010 non vanno incluse negli elenchi Intrastat.

* Dottore Commercialista in Venezia


1
Lug 10

Bonus detrazioni 36% e 55%: scatta la ritenuta del 10%.

L’Agenzia delle Entrate ha, in extremis, approvato dato attuazione all’art. 25 del DL 78/2010, il quale prevede che le banche e le Poste Italiane SPA operino una ritenuta del 10 per cento a titolo di acconto dell’imposta sul reddito dovuta dai beneficiari, con obbligo di rivalsa, all’atto dell’accredito dei pagamenti relativi ai bonifici disposti dai contribuenti per beneficiare della detrazione fiscale del 3% o del 55%.

Il provvedento, che entra in vigore il 1° luglio 2010, è stato approvato il 30 giugno 2010

Lo ha stabilito l’Agenzia delle Entrate, con il provvedimento del direttore del 30 giugno 2010.

In sintesi Banche e Poste Italiane devono operare la ritenuta del 10%, a titolo di acconto dell’imposta sui redditi dovuta dai beneficiari dei pagamenti

Il provvedimento ha quindi specificato gli altri adempimenti, successivi e collegati, cui sono tenuti gli operatori finanziari:

– versare la ritenuta con F24, utilizzando il codice tributo 1039 (istituito con la risoluzione n. 65/E);
– certificare la stessa al beneficiario del bonifico entro il 28 febbraio dell’anno successivo
– riportare la stessa nella dichiarazione dei sostituti d’imposta (modello 770).


1
Lug 10

Spese alberghiere e di ristorazione: deducibilità dell’IVA non detratta per mancata richiesta della fattura

dott.ssa Lisa Volpe*

Il Legislatore, con la Legge 133/2008 , ha eliminato la previsione normativa di indetraibilità oggettiva dell’Iva relativa all’acquisto di prestazioni alberghiere e alla somministrazione di alimenti e bevande così come descritta, ante modifica, all’art. 19bis1, co.1, lett. e) del D.P.R. 633/1972.
A seguito di questa modifica normativa, in vigore dal 1° settembre 2008, si applicano le disposizioni generali contenute all’art. 19 del D.P.R. 633/1972; ne consegue che il soggetto passivo ha la possibilità di detrarre l’imposta pagata per rivalsa sugli acquisti di prestazioni alberghiere o sulla somministrazione di alimenti e bevande, sempre che si tratti di costi inerenti all’esercizio di impresa.

L’Agenzia delle Entrate, in un primo momento, aveva stabilito l’indeducibilità dell’Iva non detratta per mancata richiesta della fattura (C.M. 6/E del 03/03/2009, quesito numero 1).
Tale interpretazione era stata da più parti criticata dato che spesso i costi amministrativi connessi alla registrazione di una fattura di importo modesto superavano il vantaggio derivante dalla detrazione dell’Iva.

L’Agenzia delle Entrate ha superato questa interpretazione con la C.M. 25/E del 19/05/2010.
Tale circolare evidenzia in primo luogo che la detrazione dell’Iva relativa alle predette prestazioni spetta a condizione che l’operazione sia inerente all’esercizio d’impresa e solo se l’acquisto è documentato da fattura. La fattura, infatti, diversamente dallo scontrino o dalla ricevuta fiscale, è il documento che, legittimamente, evidenzia separatamente l’IVA dalla sua base imponibile .
Per ottenere la detrazione è necessario che il cliente richieda al fornitore, non oltre il momento di effettuazione dell’operazione, l’emissione della fattura; infatti, ex art. 22 del D.P.R. 633/1972, gli esercenti prestazioni alberghiere e i somministratori di alimenti e bevande non hanno l’obbligo di emettere questo documento, se non espressamente richiesto dal cliente .
Nel diverso caso in cui l’imprenditore o il professionista non abbia richiesto la fattura ma sia in possesso di scontrino parlante o di ricevuta fiscale la Circolare 25/E conferma la possibilità di dedurre dal reddito d’impresa l’imposta pagata – ma non detratta – e compresa nel totale corrisposto al fornitore.
La deduzione dell’imposta, che assurge a costo d’impresa, è condizionata ad una valutazione del soggetto passivo che, in conformità al principio di inerenza, non ritiene economicamente conveniente richiedere e registrare la fattura essendo i costi amministrativi dell’operazione maggiori del vantaggio fiscale che potrebbe derivare della detrazione d’imposta.

A completamento di quanto finora riportato si ricorda che – in base all’art. 109, comma 6, ultimo periodo del Tuir – è ammessa la deduzione del costo di spese relative a prestazioni alberghiere e a somministrazione di servizi solo nella misura del 75%, salvo che si tratti sostenute per trasferte effettuate fuori dal territorio comunale di lavoratori dipendenti (art. 95, comma 3, del Tuir).

* Praticante dottore Commercialista in Venezia presso Studio Tomasin Commercialisti.


14
Giu 10

Ricordo di Enrico Gustarelli

dr Giancarlo Tomasin*

Un anno fa Enrico Gustarelli ci ha lasciati.
La professione ha perso un grande collega e maestro.
Era nato nel 1916; si era leureato alla Bocconi nel 1940 ed aveva sostenuto gli esami di Stato per la professione alla Ca’ Foscari nel 1946 (il ritardo fu dovuto alla guerra) con il prof Giordano dell’Amore.
Nel suo studio ed alla sua attenzione sono passate molte delle grandi operazioni finanziarie del Paese. Allora i “professionisti di affari” (anche se, forse, la locuzione non era stata ancora coniata) erano i commercialisti della preparazione e dello spessore di Enrico Gustarelli.
Gli avvocati venivano consultati per gli aspetti giuridici dell’operazione e per risolvere (o evitare) le controversie.
Infatti, così come l’impresa è un istituto economico, l’operazione (il business) è un momento economico, anche se vanno esaminati ed affrontati gli aspetti tecnici e giuridici.
Enrico ebbe anche incarichi istituzionali nella professione e fu protagonista di tanti nostri Congressi Nazionali.
Nelle sue numerose pubblicazione traspare il suo amore per la professione, il suo ideale di un’economia liberale di forte contenuto etico.
Giunto all’autunno della sua stagione professionale volle compendiare la sua lunga e fruttuosa esperienza in un “Decalogo della mia professione” che aveva fatto incidere su tavolette d’argento che aveva poi regalato agli amici.
Lo riproduco di seguito, affinchè le dieci considerazioni o massime che lo compongono costituiscano un ricordo per coloro che lo hanno conosciuto, stimato ed amato ed ammaestramento per quelli che non hanno avuto questo privilegio.

1. La professione è vocazione: segnata nel nostro D.N.A.

2. La professione è scienza: elaborata senza requie dalla nostra mente.

3. La professione è tecnica: aggiornata continuamente dal nostro studio.

4. La Professione è arte: stimolata e vivificata dalla nostra intuizione.

5. La professione è etica, comandata dalla nostra coscienza.

6. Il cliente è uomo: da conoscere ed apprezzare nella sua ineludibile singolarità.

7. Il cliente è amico, da accettare coi suoi dubbi e colle sue indecisioni.

8. Il cliente è partner, da coinvolgere nella esperienza e nella dialettica.

9. L’impresa è struttura: da comprendere nella sua essenza.

10. L’impresa è movimento: da vivere insieme da suo interno.

Mi auguro che il decalogo della “sua” professione diventi il decalogo della “nostra” professione.

* Dottore Commercialista in Venezia
giancarlo.tomasin@studiotomasin.it


12
Giu 10

Proproga pagamento Imposte per i contribuenti soggetti agli studi di settore

Dopo attese ed indiscrizioni apparse nella stampa specializzata il Governo ha confermato la proroga dei termini per i versamenti delle imposte (Ires, Irap, Irpef) dei contribuenti soggetti agli studi di settore.

La  proroga è speculare rispetto a quella prevista lo scorso anno: i contribuenti soggetti agli studi di settore avranno venti giorni in più per il pagamento delle imposte.

Il pagamento delle imposte senza maggiorazione slitta quindi al 6 luglio, ovvero al 6 agosto con maggiorazione dello 0,40%.

La proroga coinviolge anche i soggetti che partecipano – ai sensi degli artt. 5, 115 e 116 del Tuir) a società, associazioni ed imprese assoggettati agli studi di settore.


29
Mag 10

Unico 2010: si avvicina il termine di pagamento delle imposte!

È ormai imminente l’appuntamento con il pagamento delle imposte risultanti dalle dichiarazioni dei redditi (Unico 2010, Irap 2010).

Si forniscono, di seguito, alcune utili informazioni circa:

A. SCADENZE DEI PAGAMENTI

B. CODICI TRIBUTO

C. COMPENSAZIONI

A. SCADENZE DEI PAGAMENTI

1. SCADENZA ORDINARIA

1.i – Società di capitali

Le società di capitali devono eseguire il versamento delle imposte entro il giorno 16 del sesto mese successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta (16 giugno in genere per le società il cui periodo d’imposta coincide con l’anno solare).

Tale scadenza concerne:
– il saldo relativo al periodo d’imposta cui si riferisce la dichiarazione,
– il primo acconto per il periodo d’imposta successivo a quello cui si riferisce la dichiarazione.
Il secondo acconto dovrà, invece, essere versato entro l’ultimo giorno dell’undicesimo mese successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta cui si riferisce la dichiarazione.
Per i soggetti che approvano il bilancio oltre i 4 mesi dalla chiusura dell’esercizio il versamento deve essere eseguito entro il 16 del mese successivo all’approvazione del bilancio; se il bilancio non è approvato entro il sesto mese dalla chiusura dell’esercizio il versamento deve comunque essere effettuato entro il 16 luglio.

1.ii – Società di persone
Le società di persone devono eseguire il versamento delle imposte entro il 16 giugno 2010.

Tale scadenza riguarda:
– il saldo relativo al periodo d’imposta 2009,
– il primo acconto per il periodo d’imposta 2010.

Il secondo acconto sarà invece versato entro il 30 novembre 2010.

1.iii – Persone fisiche

Anche le persone fisiche devono eseguire il versamento delle imposte entro il 16 giugno 2010.
Si ricorda che anche il saldo dell’IVA, per i soggetti tenuti a presentare la dichiarazione IVA all’interno della dichiarazione unificata, può essere pagato entro il 16 giugno; tuttavia, poiché il termine per il versamento dell’IVA scade il 16 marzo, i contribuenti che si avvalgono della possibilità di effettuare il versamento dell’IVA nel periodo dal 16 marzo al 16 giugno, devono maggiorare tale importo dello 0,40 per cento per mese o frazione di mese.

2. SCADENZA CON MAGGIORAZIONE
Per tutte le tipologie di contribuente il versamento delle imposte, ordinariamente in scadenza il 16 giugno, può essere effettuato anche entro il 16 luglio 2010 con versamento di una maggiorazione pari allo 0,4%.

3. RATEIZZAZIONE
Il saldo ed il primo acconto calcolati in Unico 2010 possono essere rateizzati.

Il numero massimo di rate e la loro scadenza variano a seconda che :

– il contribuente sia titolare o meno di partita Iva;

– della data del primo versamento effettuato.

La rateazione comporta l’applicazione dell’interesse in misura pari allo 0,33% mensile forfetario.
Si ricorda che gli interessi da rateizzazione non vanno cumulati all’imposta, ma vanno versati con un codice tributo diverso.

Soggetti titolari di Partita Iva

Rata Versamento senza maggiorazione
Interessi % Versamento con maggiorazione (+0,40%) Interessi %
16 giugno 16 luglio
16 luglio 0,33 16 agosto 0,33
16 agosto 0,66 16 settembre 0,66
16 settembre 0,99 18 ottobre 0,99
18 ottobre 1,32 16 novembre 1,32
16 novembre 1,65

Soggetti non titolari di Partita Iva

Rata

Versamento senza maggiorazione

Interessi %

Versamento con maggiorazione (+0,40%)

Interessi %

16 giugno 16 luglio
30 giugno 0,16 2 agosto 0,16
2 agosto 0,49 31 agosto 0,49
31 agosto 0,82 30 settembre 0,82
30 settembre 1,15 2 novembre 1,15
2 novembre 1,48 30 novembre 1,48
30 novembre 1,81

Anche il saldo Iva può essere rateizzato, con le medesime scadenze già indicate relativamente al saldo e primo acconto delle altre imposte liquidate in Unico 2010.

B. PRINCIPALI CODICI TRIBUTO

Si riportano, di seguito, i principali codici tributo da utilizzare per il pagamento delle imposte risultanti dal modello Unico 2010.

Imposta Codice Tributo
IRPEF – SALDO

4001

IRPEF – ACCONTO prima rata

4033

IRPEF – ACCONTO seconda rata

4034

IRES – SALDO

2003

IRES – ACCONTO prima rata

2001

IRES – ACCONTO seconda rata

2002

IRAP – SALDO

3800

IRAP – ACCONTO prima rata

3812

IRAP – ACCONTO seconda rata

3813

IVA annuale – SALDO

6099

Interessi pagamento rateizzato – Sez. Erario

1668

Addizionale Regionale

3801

Addizionale Comunale

3844

Addizionale Comunale acconto

3843

C. COMPENSAZIONI

I crediti derivanti dal Modello Unico 2010 possono essere utilizzati in compensazione già dal giorno successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta per il quale la dichiarazione viene redatta.
Si ricorda che:
– l’importo massimo dei crediti compensabili ammonta ad euro 516.456,90;
– il modello F24 va presentato anche se a zero per effetto di compensazione;
– per la compensazione dei crediti Iva sussistono importanti limitazioni.


17
Mag 10

L’indipendenza dei sindaci e revisori e gli oneri per le imprese (dr Giancarlo Tomasin*)

Costituisce principio generale, accolto a livello internazionale, che il revisore, comunque denominato (e quindi anche il sindaco di società, secondo l’antica formula italiana) deve essere e apparire indipendente.
In questo senso si esprimono le norme del codice civile, sia quelle che fanno riferimento al collegio sindacale come organo della società (art 2399 cc), sia quelle che si riferiscono al controllo contabile e cioè al revisore (o ai revisori) (art 2409-quinquies).
E’ quindi prevista l’incompatibilità a svolgere questa funzione per i parenti ed affini degli amministratori, e coloro che sono dipendenti dalla società o di altra società del gruppo o con “altri rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano l’indipendenza”.
A questo punto sorge il problema, d’altronde anticipato dall’art 2399, 1° c. lett c), che assimila il rapporto continuativo di consulenza con il rapporto di lavoro dipendente (prestazione d’opera retribuita), della corretta interpretazione.
Si è posto in particolare il problema se, nell’ambito di uno studio associato (che rappresenta nel nostro paese la forma più avanzata di organizzazione dell’attività professionale, alla quale la prassi italiana, caratterizzata dall’atavico individualismo è pervenuta, non senza difficoltà negli ultimi decenni), il fatto che uno dei partecipanti all’associazione operi come consulente sia compatibile con l’incarico di sindaco o revisore della stessa società cliente, svolto da altri partner.
Al problema sembra ora dare risposta il decreto legislativo 39/2010.
Stabilisce infatti l’art 10, comma 2 che “il revisore legale e la società di revisione legale non effettuano la revisione legale dei conti di una società qualora tra tale società e il revisore legale o la società di revisione legale o la rete sussistano relazioni finanziarie, di affari, di lavoro o di altro genere, dirette o indirette, comprese quelle derivanti dalla prestazione di servizi diversi dalla revisione contabile, dalle quali un terzo informato, obiettivo e ragionevole trarrebbe la conclusione che l’indipendenza del revisore legale o della società di revisione legale risulta compromessa”.
A sua volta l’art 1, comma 1 lett l) dello stesso decreto legislativo prevede che per “rete” si intenda “la struttura alla quale appartengono un revisore legale o una società di revisione legale, che è finalizzata alla cooperazione e che persegua chiaramente la condivisione degli utili o dei costi e fa capo a una proprietà, un controllo o una direzione comuni e condivide prassi e procedure comuni di controllo della qualità, la stessa strategia aziendale, uno stesso nome o una parte rilevante delle risorse professionali”.
Parrebbe quindi che non solo l’attività di sindaco o revisore non può essere svolta da professionista che fa parte delle stessa associazione professionale nella quale altro professionista fa la consulenza (di qualsiasi tipo) ma nemmeno un professionista di altra associazione professionale se le due associazioni professionali fanno parte della stessa “rete”, così come abbiamo visto definita (per la verità la struttura di rete non è molto diffusa nel sistema professionale italiano).
Dal momento che le nuove disposizioni ci sono pervenute dall’Unione Europea conviene andare a vedere cosa dice in proposito questa struttura e specificatamente la Raccomandazione della Commissione del 16 maggio 2002 che così si esprime “un revisore legale, una società di revisione o una rete possono essere visti come finanziariamente dipendenti da un singolo cliente o un gruppo di clienti quando il totale dei corrispettivi, per servizi di revisione e non, che ricevono o prevedono di ricevere da quel cliente o gruppo di clienti oltrepassa una soglia critica dei loro ricavi totali”.
Il principio di revisione n. 100 conferma tale criterio. Infatti “la prestazione di incarichi di revisione o servizi diversi dalla revisione da parte di un revisore o di un soggetto appartenente alla sua rete ad un soggetto sottoposto a revisione o ad una delle sue consociate non deve assumere un’importanza tale da instaurare una dipendenza finanziaria, effettiva o apparente, nei confronti del soggetto sottoposto a revisione o delle sue consociate”.
Ed ancora “un revisore o la sua rete possono essere considerati finanziariamente dipendenti da un soggetto sottoposto a revisione o ad una delle sue consociate quando il totale dei corrispettivi per la revisione e per servizi diversi dalla revisione che ricevono, o si attendono di ricevere, da parte di tale soggetto sottoposto a revisione e dalle sue consociate rappresentano una percentuale molto elevata dei ricavi totali del revisore e della rete di ogni esercizio per un periodo di cinque esercizi”.
A questo punto vale la pena di prendere il discorso più a monte.
L’indipendenza del revisore (comunque denominato) è un punto assai importante per la garanzia della qualità del lavoro svolto e per dare alla comunità finanziaria garanzie sull’attendibilità della rendicontazione (reporting).
Quando l’IFAC (International Federation of Accountants) nel 1977 pose mano alla creazione degli ISA (International Standards of Auditing) si pose, ovviamente, il problema dell’indipendenza e delle garanzie in proposito da richiedere al revisore.
Venne escluso che il fatto che il revisore (auditor) che svolga anche attività di consulenza per lo stesso cliente ne comprometta, o possa apparire come compromettere, l’indipendenza e ciò per una serie di considerazioni:

    • non si vede come ragionevolmente possa essere impedito ad un revisore (come a qualsiasi altro professionista) che si renda conto di una procedura non corretta o inopportuna, di suggerirne una migliore;
    • il timore che chi ha suggerito un comportamento scorretto sia indotto a non evidenziarlo in sede di revisione, si basa su un equivoco. L’abuso di un professionista privo di scrupoli si realizza già nel momento in cui lo suggerisce (un penalista parlerebbe di “concorso” o di “favoreggiamento reale”). Proprio il timore di doverlo evidenziare in fase di revisione potrebbe far desistere i consulenti poco corretti;
    • infine la diversificazione fra chi effettuata la revisione e chi consiglia comporterebbe una duplicazione di spese che, specialmente le imprese di minori dimensioni non sono in grado di sopportare e che comunque configura un onere difficilmente giustificabile;

Elemento in grado di compromettere l’indipendenza o di apparire come compromettenti l’indipendenza (secondo il principio che “la moglie di Cesare con solo deve essere, ma deve anche apparire, onesta”) è invece costituito dal fatto che il compenso ottenuto da un singolo cliente rappresenti una percentuale rilevate dei compensi del revisori.
In questa caso infatti il timore di perdere un cliente “importante” (per tale intendendosi quello la cui perdita può compromettere seriamente il reddito del professionista) può configurare una forma di “dipendenza psicologica” in grado di compromettere il libero giudizio.
Si può discutere sul livello di “soglia critica”. Questa è stata individuata, in una presa di posizione del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti, nel 15 per cento del totale dei corrispettivi percepiti dal professionista, e questa soglia può essere considerata soddisfacente, anche se prudenziale.
In conclusione per dare ragionevolezza all’intera struttura logica e per evitare che la normativa italiana, in un eccesso di formalismo, risulti in contrasto con gli orientamenti europei ed internazionali, oltre che penalizzante per le imprese (specialmente per le PMI che – specialmente in questo grave momento – si vogliono aiutare e comunque non appesantire di ulteriori oneri e gravami), bisogna far leva sulla locuzione “dalle quali un terzo informato, obiettivo e ragionevole trarrebbe la conclusione che l’indipendenza del revisore legale o della società di revisione legale risulta compromessa”, e cioè che il divieto a svolgere, anche mediante l’associazione professionale ovvero alla stessa “rete” di appartenenza altre attività è limitato ai casi in cui il complesso dei compensi percepiti da un cliente rappresenti una quota significativa dei compensi globali del revisore, dell’associazione professionale o della rete alla quale lo stesso appartiene.

* Dottore Commercialista in Venezia


1
Mag 10

Considerazioni sul procedimento di Conciliazione

di Giancarlo Tomasin*

Notiamo che è passato in larga misura inosservato, da parte dell’opinione pubblica, un provvedimento destinato ad avere conseguenze assai incisive sulla vita civile del nostro paese.
Ci riferiamo al d.lgs 4 marzo 2010 n. 28 (di attuazione dell’art 60 della legge 69/2009) in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali, che rappresentano oltre il 90 % delle liti sottoposte alla magistratura civile.
La norma interessa le controversie in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari.
In concreto, ed a partire dal 20 marzo 2011, prima di dar corso ad un’azione in una delle materia sopra indicate bisognerà attivare un tentativo di conciliazione attraverso uno degli organismi di mediazione (gestiti dalle Camere di Commercio, ma anche da altri strutture). Nulla vieta che tale procedura sia però tentata, a cura di una delle parti, sin d’ora.
Trattasi di una procedura assai snella, veloce (è prevista la definizione entro quattro mesi) e poco costosa, dal momento che non è prevista l’assistenza legale obbligatoria, anche se l’interessato può farsi assistere da un avvocato o da altro professionista.
Si potrà osservare che la nuova disciplina non preclude l’azione dinnanzi al giudice se la conciliazione non avrà effetto. E’ vero, ma l’esperienza maturata in altri paesi dove l’istituto della conciliazione obbligatoria è praticato, dimostra che – soprattutto che la conciliazione è attuata da persone qualificate – va a buon fine in oltre l’80 / 85 % dei casi.
Qualcuno potrà obiettare che, in fondo, la conciliazione (quanto meno nelle materie succitate) non è mai stata preclusa. E’ vero, ma essa è stata attivata in rari casi, a meno che una clausola esplicita non fosse stata inserita sino dall’origine nei contratti (il che avveniva in casi assai limitati).
Non va poi sottovalutata l’aspetto sia pur blandamente coercitivo della norma. Prevede in fatti l’art 8 c. 5 del decreto che “dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio”. Inoltre l’art 13 del decreto penalizza la parte “litigiosa”, nel senso che, quand’anche risultasse vincitrice non potrà ripetere le spese di soccombenza, se essa avrà rifiutato la conciliazione su proposta sostanzialmente conforme alla sentenza.
Restano, a mio avviso, da chiarire, o meglio disciplinare, casi particolari, come le controversie con Enti pubblici, che sono di solito non disponibili a forme conciliative per timore di incorrere in responsabilità di danno erariale. Sono certo che l’esperienza indicherà forme per superare anche questi ostacoli.

* Dottore Commercialista in Venezia – giancarlo@tomasin@studiotomasin.it


17
Mar 10

Nuovi Limiti per il bilancio abbreviato ed il bilancio consolidato

Nuovi limiti per il bilancio abbreviato ed il bilancio consolidato

Le società che non hanno emesso titoli negoziati in mercati regolamentati possono redigere in bilancio in forma abbreviata quando, nel primo esercizio o, successivamente, per due esercizi consecutivi, non superano due dei tre limiti stabiliti dalla norma.

Tali limiti sono stati innalzati dall’art. 1, comma 4, del DLgs 173/2008 con riferimento ai bilanci relativi agli esercizi aventi inizio data successiva a quella del 21 novembre 2008 (bilanci d’esercizio 2009 per i soggetti con bilancio coincidente con l’anno solare).

I limiti per il bilancio abbreviato sono i seguenti:

Voce LIMITE VECCHIO LIMITE NUOVO
Attivo dello stato patrimoniale Euro 3.650.000 Euro 4.400.000
Ricavi delle vendite e delle prestazioni Euro 7.300.000 Euro 8.800.000
Dipendenti occupati in media nell’anno 50 unità 50 unità

Il DLgs 173/2008 ha innalzato anche i limiti per la redazione del bilancio consolidato.

In particolare i limiti dai quali scatta l’obbligo di redigere il bilancio consolidato sono i seguenti:

Voce LIMITE VECCHIO LIMITE NUOVO
Totale attivi degli stati patrimoniali Euro 14.600.000 Euro 17.500.000
Ricavi delle vendite e delle prestazioni Euro 29.200.000 Euro 35.000.000
Dipendenti occupati in media nell’anno 250 unità 250 unità

Si ritiene che i nuovi parametri debbano essere applicati retroattivamente.

Di conseguenza per i soggetti con bilancio coincidente con l’anno solare gli anni 2008 e 2009 costituiscono i due esercizi rilevanti ai fini della verifica dei nuovi limiti.