Considerazioni sul procedimento di Conciliazione

di Giancarlo Tomasin*

Notiamo che è passato in larga misura inosservato, da parte dell’opinione pubblica, un provvedimento destinato ad avere conseguenze assai incisive sulla vita civile del nostro paese.
Ci riferiamo al d.lgs 4 marzo 2010 n. 28 (di attuazione dell’art 60 della legge 69/2009) in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali, che rappresentano oltre il 90 % delle liti sottoposte alla magistratura civile.
La norma interessa le controversie in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari.
In concreto, ed a partire dal 20 marzo 2011, prima di dar corso ad un’azione in una delle materia sopra indicate bisognerà attivare un tentativo di conciliazione attraverso uno degli organismi di mediazione (gestiti dalle Camere di Commercio, ma anche da altri strutture). Nulla vieta che tale procedura sia però tentata, a cura di una delle parti, sin d’ora.
Trattasi di una procedura assai snella, veloce (è prevista la definizione entro quattro mesi) e poco costosa, dal momento che non è prevista l’assistenza legale obbligatoria, anche se l’interessato può farsi assistere da un avvocato o da altro professionista.
Si potrà osservare che la nuova disciplina non preclude l’azione dinnanzi al giudice se la conciliazione non avrà effetto. E’ vero, ma l’esperienza maturata in altri paesi dove l’istituto della conciliazione obbligatoria è praticato, dimostra che – soprattutto che la conciliazione è attuata da persone qualificate – va a buon fine in oltre l’80 / 85 % dei casi.
Qualcuno potrà obiettare che, in fondo, la conciliazione (quanto meno nelle materie succitate) non è mai stata preclusa. E’ vero, ma essa è stata attivata in rari casi, a meno che una clausola esplicita non fosse stata inserita sino dall’origine nei contratti (il che avveniva in casi assai limitati).
Non va poi sottovalutata l’aspetto sia pur blandamente coercitivo della norma. Prevede in fatti l’art 8 c. 5 del decreto che “dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio”. Inoltre l’art 13 del decreto penalizza la parte “litigiosa”, nel senso che, quand’anche risultasse vincitrice non potrà ripetere le spese di soccombenza, se essa avrà rifiutato la conciliazione su proposta sostanzialmente conforme alla sentenza.
Restano, a mio avviso, da chiarire, o meglio disciplinare, casi particolari, come le controversie con Enti pubblici, che sono di solito non disponibili a forme conciliative per timore di incorrere in responsabilità di danno erariale. Sono certo che l’esperienza indicherà forme per superare anche questi ostacoli.

* Dottore Commercialista in Venezia – giancarlo@tomasin@studiotomasin.it