Nasce il Centro Studi Triveneto sulla Conciliazione

di Rossella QUARANTA (fonte Eutekne)

L’associazione mira a sensibilizzare professionisti e consumatori sulla mediazione finalizzata alla conciliazione, obbligatoria dal prossimo marzo.

Tempi dilatati e costi eccessivi. È ormai assodato che la giustizia italiana proceda a rilento e che a pagarne il conto sia, in buona sostanza, l’intero sistema economico. Al punto che l’ultimo rapporto Doing Business – realizzato dalla Banca Mondiale – colloca il nostro Paese, quanto ad efficienza del sistema giudiziario, al 156esimo posto su 183 economie.
E se ciò non giova all’appeal imprenditoriale dell’Italia, l’impatto dei disservizi sui comuni cittadini è altrettanto gravoso: in ambito civile, le cause giacenti si calcolano ormai nell’ordine dei milioni.

Un passo fondamentale verso lo smaltimento di questa quantità colossale di contese si deve al DLgs. 28/2010 (in attuazione della L. 69/2009), che ha previsto la conciliazione obbligatoria. A meno di colpi di scena, dal prossimo marzo 2011 le controversie più frequenti (diritti di proprietà, successioni ereditarie, locazioni, risarcimento danni per incidenti stradali, condominio, ecc.) dovranno essere sottoposte a un preliminare procedimento di conciliazione, interessando – secondo le stime del Ministero della Giustizia – circa 600mila cause.

Dopo una lunga gestazione, il progetto di riforma punta ora a imporre un cambio di mentalità rispetto alle procedure alternative al processo. Anche perché tali strumenti (in gergo internazionale ADR, alternative dispute resolutions), molto diffusi all’estero, in Italia non hanno ancora trovato terreno fertile. Fino ad oggi, almeno.
Lo sa bene Giancarlo Tomasin, commercialista di Venezia nonché fondatore e presidente del Centro Studi Triveneto sulla Conciliazione, costituito con atto notarile lo scorso 16 settembre a Venezia. “La conciliazione da noi è meno diffusa rispetto ad altri Paesi – spiega – per colpa di un deficit culturale, non legislativo. Il Legislatore, anzi, è andato in questa direzione sin dagli anni ’90. Eppure, stando a quanto risulta da numerosi sondaggi, gli operatori economici e i cittadini sono ancora poco a conoscenza di questa tipologia di procedure”.

Resiste infatti, secondo Tomasin, la radicata convinzione che si tratti di una giustizia “di serie B” rispetto alla giustizia “autentica”, che produce sentenze nelle aule di tribunale certificando, così, la ragione dell’uno contro il torto dell’altro. Un pregiudizio davvero difficile da estirpare: “Molti pensano che la giustizia togata arricchisca il vincitore del contenzioso. Non è così: la giustizia togata non produce ricchezza, bensì distrugge tempo e denaro”.
Al contrario, aggiunge Tomasin, “la conciliazione ha costi contenuti, perché non necessita del patrocinio legale, ed è sollecita: di norma il procedimento si conclude nell’arco di due o tre sedute, ossia in un mese e mezzo o due. Per legge, comunque, mai oltre 120 giorni dalla sua instaurazione”. E anche qualora ci si avvalga di un professionista (avvocato, commercialista, ingegnere o notaio, a seconda della materia in discussione), i tempi sono talmente ridotti da non comportare spese eccessive a carico del cittadino.

C’è poi un terzo vantaggio, ossia il fatto che le procedure alternative non rovinano le relazioni con la controparte: “Quasi sempre le cause giudiziarie – sottolinea Tomasin – compromettono la qualità dei rapporti fra persone che, in un modo o nell’altro, devono continuare a convivere. Si pensi al caso delle liti di condominio. Con la conciliazione questo non succede, perché il suo scopo non è decidere chi ha ragione e chi no, ma trovare una soluzione condivisa e gradita a tutte le parti in causa”.

Occorre dunque educare il pubblico e, in attesa del DM sulla formazione dei mediatori, preparare al meglio i professionisti per questo non facile ruolo: il buon esito della conciliazione stessa deriva, in massima parte, dalle capacità del conciliatore, che dev’essere in grado di individuare gli interessi in gioco e trovare il miglior compromesso, attraverso una gestione oculata della c.d. “proposta” che le parti dovranno accettare o rifiutare. Da ciò, la previsione di un compenso commisurato al merito, “in misura maggiore per il caso in cui sia stata raggiunta la conciliazione” (art. 60 L. 69/2009).

La nascita del Centro Studi Triveneto sulla Conciliazione si inserisce così in un quadro davvero vasto e ricco di opportunità. “Per aderirvi – spiega Tomasin – non occorre essere già conciliatori. Ci rivolgiamo non soltanto ai professionisti, chiamati a cimentarsi nell’attività di mediation advocacy, ma anche ai consumatori, in cui riconosciamo i veri destinatari delle procedure”. Il tutto collaborando con gli altri organismi che si occupano di mediazione: “La nostra iniziativa non si sovrappone affatto né alle attività delle Camere arbitrali né a quelle degli Ordini locali dei Dottori commercialisti, con cui siamo in stretto contatto”. Vicepresidente dell’associazione è, peraltro, l’avvocato Patrizia Chiampan, che presiede la Camera Arbitrale di Venezia.

Insomma, se tutto andrà come previsto dal prossimo marzo potrà aprirsi una nuova stagione, quella della “giustizia partecipata”. E sarà un passo decisivo verso un sistema più rapido, conveniente e, in una parola sola, equo.

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