Lo sviluppo della conciliazione in Italia

a cura del dr Giancarlo Tomasin

Continuiamo con le nostre brevi note sull’argomento della Conciliazione, destinato ad inserirsi sempre più nella vita economica e sociale del nostro Paese

In materia possiamo essere moderatamente ottimisti.
Gli italiani hanno scoperto, o stanno scoprendo, i vantaggio della Conciliazione, anche se essa non è ancora obbligatoria (lo sarà dal mesi di marzo del prossimo anno) in tante materie che rappresentano oltre l’80 % del contenzioso civile in Italia.
Le varie Camere Arbitrali e di Conciliazione riferiscono di aver registrato un aumento sensibile delle procedure di conciliazione negli ultimi mesi.
Abbiamo detto che la Conciliazione ha come caratteristica di non prevedere il patrocinio legale obbligatorio, che è invece una caratteristica di tutte le procedure giudiziarie. Le parti sono comunque libere di farsi assistere da uno o più professionisti (avvocati, commercialisti, ingegneri o altro a seconda della specificità della materia del contendere).
E’ peraltro comprensibile, e perfettamente legittimo, che una o entrambe le parti si facciano assistere da un avvocato.
Vanno però fatte due precisazioni.
La prima: la conciliazione si svolge fra le parti e non fra i patrocinatori. Sono infatti le parti e solo loro che, con l’ausilio del conciliatore (che il legislatore del decreto 28 chiama – forse per una distratta traduzione dell’inglese – “mediatore”, e ciò può creare confusione con la figura di cui all’art 1754 c.c.)*. Deve essere fatto ogni sforzo, se si vuole che la conciliazione abbia successo, affinchè le parti siano sempre presenti.
La seconda è che la figura dell’avvocato – se presente – possa costituire o sembrare una remora al raggiungimento di quell’accordo che è l’obiettivo della Conciliazione. Infatti si potrebbe pensare che l’avvocato abbia un interesse al mancato accordo, dal momento che sarà incaricato di gestire il procedimento giudiziario che ne seguirà, con maggiori vantaggi economici.
Mi si dirà che un professionista corretto non farà mai questo, ma, come si dice, “la moglie di Cesare non solo deve essere, ma anche apparire, onesta”, e il solo fatto che sussista il dubbio che qualcuno dei presenti abbia interessa a far fallire il tentativo può costituire un elemento negativo per la riuscita della Conciliazione.
Per questo sarebbe auspicabile una norma – giuridica o deontologica – che impedisse al legale che ha seguito una conciliazione di patrocinare i procedimenti giudiziari conseguenti al fallimento della Conciliazione.
Tutto questo potrebbe portare alla configurazione di una parte dell’avvocatura specializzata non tanto per la natura giuridica della controversia (civile, penale, amministrativa) ma per le modalità di risoluzione (conciliazione, procedimento giudiziario) e questo potrebbe costituire un’opportunità per i giovani avvocati.
L’idea non va considerata come peregrina, se si pensa che in anche in altri ordinamenti, specialmente di common law, esiste una distinzione fra l’avvocato che consiglia e concilia e l’avvocato che patrocina dinanzi la magistratura ordinaria.
Come non ricordare la classica distinzione britannica fra solicitors e barristers? Ed anche un paese di civil law a noi vicino per le strutture legislative e professionali, come la Francia, conosce la distinzione fra avocat conseil e avocat plaidant.
Ovviamente non intendo riaprire qui il dibattito fra i sostenitori della split profession e quelli della fused profession, ma lanciare solo un’idea.


** Va in proposito tenuto presente che l’art 60 della legge delega 18-06-2009 n. 69 parla, a più riprese, di “conciliatore”.


** dottore commercialista in Venezia

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