La doppia iscrizione all’Inps del socio amministratore di SRL

dr Alessandro Bellotto*

 

La discussa questione sulla doppia contribuzione a cui è tenuto il socio/amministratore di una società a responsabilità limitata che svolge attività commerciale, ha trovato un ulteriore quanto definitivo tassello con la sentenza n. 15/2012 della Corte Costituzionale. Questa ha confermato il dettato dell’art.12, co. 11 del D.L. 78/2010 (c.d. “Manovra correttiva”) affermando la legittimità della norma di interpretazione autentica introdotta nel 2010 che prevede l’obbligo della doppia iscrizione all’Inps del socio amministratore sia alla gestione commercianti che alla gestione separata.

Ricordiamo come sulla questione tesi contrastanti, che hanno originato nel corso degli ultimi anni un consistente contenzioso, traendo origine dalla duplice normativa di riferimento cui, in teoria, il socio amministratore di dette società può essere interessato sotto il profilo contributivo.

Esaminiamo di seguito, la normativa, gli orientamenti e le tesi che hanno generato la controversia.

 

Secondo l’orientamento dell’I.N.P.S.:

  • L’obbligo di iscrizione alla gestione commercianti ex art.1 comma 203 legge n. 662/1996 sussiste allorquando si contribuisca all’attività aziendale con la propria partecipazione abituale e prevalente; in tale ipotesi, l’obbligo contributivo grava direttamente sul socio che calcola i contributi sulla base del reddito di impresa dichiarato dalla società, anche se non distribuito e attribuito, ai soli fini previdenziali, pro quota allo stesso;
  • L’obbligo di iscrizione alla gestione separata ex art. 2 comma 26 della legge n. 335/1995, a carico di soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo e percepiscono redditi derivanti o dall’esercizio di arti e professioni (professionisti sprovvisti di cassa) o derivanti dagli uffici di amministratore e sindaco di società o di altri rapporti di collaborazione coordinata e continuativa. In tale ipotesi, obbligato al versamento della contribuzione è il soggetto erogatore dei compensi.

Invero, l’art. 1 comma 208 della citata legge n. 662/1996 recita:

Qualora i soggetti di cui ai precedenti commi esercitino contemporaneamente, anche in un’unica impresa, varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, sono iscritti nell’assicurazione prevista per l’attività alla quale gli stessi dedicano personalmente la loro opera professionale in misura prevalente. Spetta all’Istituto nazionale della previdenza sociale decidere sull’iscrizione nell’assicurazione corrispondente all’attività prevalente”.

Questo il punto nodale che ha dato origine, negli ultimi anni, a un crescente contenzioso, soprattutto in quanto l’ente previdenziale, attore solerte nella disputa, non ha tardato a divulgare il proprio indirizzo già nel messaggio n. 14905 del 14 gennaio 1999, nel quale esprimeva la sua non condivisione in merito alla tesi di illegittimità della doppia iscrizione.

Successivamente con la circolare n. 75 del 2007 l’Istituto di Via Ciro il Grande estendeva esplicitamente, l’obbligo assicurativo ai soci delle società’ a responsabilità limitata, che in precedenza erano esclusi in ragione della limitazione della loro responsabilità’ nella conduzione dell’impresa. La circolare faceva presente inoltre che i compensi eventualmente ricevuti dai medesimi soci in qualità di amministratori sono soggetti – come redditi di lavoro autonomo di cui all’articolo 49, comma 2, lett. a) del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. n. 917 del 22 dicembre 1986 – al contributo di cui all’art. 2, commi 26 e ss, della Legge n. 335 del 8 agosto 1995.

La tesi caldeggiata dall’I.N.P.S. consiste, dunque, nella limitazione dell’applicabilità del citato comma 208 dell’art.1, Legge 662/96 (criterio della prevalenza) che si riferisce esclusivamente alle attività miste, per le quali è previsto un criterio di semplificazione (l’esempio classico è quello dell’artigiano che commercializza i propri prodotti); restano esclusi coloro che sono iscritti alla gestione separata e perciò, nel caso di contestuale esercizio di un’attività di impresa e di lavoro autonomo, non opera il criterio dell’attività prevalente e quindi ogni attività segue il suo regime previdenziale.

 

L’orientamento della Corte di Cassazione:

La Suprema Corte, già con la sentenza n. 20886 del 5 ottobre 2007, affermava che, in applicazione dell’art.1, comma 203 della Legge n. 662/1996, colui che nell’ambito di una società a responsabilità limitata svolga attività di socio amministratore e di socio lavoratore ha l’obbligo di chiedere l’iscrizione esclusivamente nella gestione in cui svolge l’attività con carattere di abitualità e prevalenza; è onere dell’I.N.P.S. individuare l’iscrizione all’assicurazione corrispondente all’attività prevalente.

La tesi dell’ente previdenziale non ha ricevuto il sostegno di alcuna sentenza della giurisprudenza di legittimità. Tuttavia, con l’ordinanza n. 6327/2009 la Cassazione ha ritenuto opportuno investire della questione le Sezioni Unite, ritenendo che comunque non ci fosse uniformità interpretativa tra le soluzioni, sia pure unitarie quanto all’esito, fornite dalla Cassazione.

Con la sentenza n. 3240 del 12 febbraio 2010 la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, si è perciò espressa sulla questione affermando che “la regola dettata dall’art. 1, comma 208, della Legge n. 662 del 1996, secondo la quale i soggetti che esercitano contemporaneamente, in una o più imprese commerciali, varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, sono iscritti nell’assicurazione prevista per l’attività alla quale gli stessi dedicano personalmente la loro opera professionale in misura prevalente, si applica anche al socio di società a responsabilità limitata che eserciti attività commerciale nell’ambito della medesima e, contemporaneamente, svolga attività di amministratore, anche unico”.

Secondo la Cassazione, è necessario individuare l’attività nella quale il soggetto presta prevalentemente la propria attività e, relativamente a quest’ultima, procedere all’iscrizione alla relativa gestione previdenziale, che sarà l’unica cui il soggetto sarà tenuto.

Le sezioni unite della Corte di Cassazione, con la citata sentenza del 12 febbraio 2010, n. 3240, hanno perciò aderito alla tesi dell’unicità dell’iscrizione, alla stregua di una esegesi letterale della norma.

 

L’intervento del Legislatore (art.12, comma 11 D.L. n. 78 del 31 maggio 2010):

Con la norma di interpretazione autentica contenuta nel D.L. 78/2010 il legislatore spiega come “il comma 208, art. 1 della citata legge n. 662/96 si interpreta nel senso che le attività autonome per le quali opera il principio della selezione dell’assicurazione obbligatoria secondo il criterio della prevalenza, sono quelle esercitate in forma d’impresa dai commercianti, artigiani e coltivatori diretti, restando esclusi coloro che sono iscritti alla gestione separata ex art.2, comma 26 legge n. 335/1995”.

Il legislatore, pertanto avrebbe scelto una delle prospettate opzioni interpretative che risulta compatibile con l’assetto sistematico e logico dell’ordinamento previdenziale. Da qui la piena compatibilità delle iscrizioni alla gestione commercianti e alla gestione separata del socio lavoratore di una società a responsabilità limitata che svolga anche l’attività di amministratore della società stessa.

 

Gli orientamenti giurisprudenziali in seguito all’intervento del legislatore: il nuovo intervento delle Sezioni Unite

Il D.L. n. 78 del 31 maggio 2010, art.12 comma 11, intervenuto pochi mesi dopo la pronuncia delle Sezioni Unite, sentenza 12 febbraio 2010 n. 3240 non poteva che riaccendere la questione.

È quindi apparso opportuno un nuovo intervento delle Sezioni Unite, chiesto con ordinanza n. 22557 del 13 ottobre 2010 dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione.

Con sentenza n. 17076 del 8 agosto 2011, i Giudici della Suprema Corte, Sezioni Unite, hanno confermato che: “la regola espressa dalla norma risultante dalla disposizione interpretata (Legge 23 dicembre 1996 n. 662, art. 1, comma 208), e dalla disposizione di interpretazione autentica (Decreto Legge 31 maggio 2010, n. 78, articolo 12, comma 11) e’ molto chiara: l’esercizio di attività di lavoro autonomo, soggetto a contribuzione nella gestione separata, che si accompagni all’esercizio di un’attività di impresa commerciale, artigiana o agricola, la quale di per sé comporti l’obbligo dell’iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’INPS, non fa scattare il criterio della “attività prevalente”; rimangono attività distinte e (sotto questo profilo) autonome sicché parimenti distinto ed autonomo resta l’obbligo assicurativo nella rispettiva gestione assicurativa”.

Il legislatore avrebbe cioè chiarito ed individuato in modo esaustivo l’area di applicazione del criterio dell’attività prevalente.

 

La questione di legittimata costituzionale:

La Corte d’appello di Genova, in funzione del giudice del lavoro, con l’Ordinanza del 22 novembre 2010, dubitando della legittimità costituzionale del D.L. 78/2010 – art.12 comma 11 – in riferimento agli articoli 3, 24 primo comma, 102, 111 e 117, primo comma della Costituzione, ha sollevato la questione di legittimità rinviando il caso alla Corte Costituzionale.

Il citato art. 12, comma 11, si porrebbe in contrasto:

a) con l’art. 3 Cost., sotto il profilo del principio generale di ragionevolezza delle norme;

b) con l’art. 24, primo comma, Cost., sotto il profilo della effettività del diritto dei cittadini di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi;

c) con l’art. 102 Cost. sotto il profilo della integrità delle attribuzioni costituzionali dell’autorità giudiziaria;

In particolare, ad avviso della Corte di appello, la norma si porrebbe in contrasto con l’art.117, primo comma Cost., per violazione dell’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) in quanto il legislatore nazionale in mancanza di “superiori motivi di interesse generale” bensì al fine di aumentare il gettito contributivo dell’I.N.P.S., ed in mancanza dell’esigenza di chiarire un’oggettiva ambiguità del testo normativo, avrebbe emanato una norma dichiaratamente interpretativa in presenza di un notevole contenzioso e dell’intervento risolutivo delle sezioni unite della Corte di cassazione (con la sentenza n. 3240 del 2010) sfavorevole all’ente previdenziale, in tal modo violando il principio di «parità delle armi» tra le parti processuali.

Il giudice delle leggi con recente sentenza n.15 del 26 gennaio 2012, si è pronunciato a favore della piena legittimità costituzionale della disposizione contenuta nel D.L. n.78/2010.

Inoltre, in relazione al divieto di retroattività della legge previsto dall’art.25 della Costituzione, la Corte Costituzionale ha affermato che:

  1. Il legislatore, nel rispetto di tale previsione, può emanare disposizioni retroattive, anche di interpretazione autentica, purché tale retroattività trovi adeguata giustificazione nell’esigenza di tutelare principi, diritti e beni di rilievo costituzionale, che costituiscono altrettanti «motivi imperativi di interesse generale» ai sensi della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), motivi sussistenti anche nel caso di specie.
  2. La norma che deriva dalla legge di interpretazione autentica, pertanto, non può dirsi costituzionalmente illegittima qualora si limiti ad assegnare alla disposizione interpretata un significato già in essa contenuto, riconoscibile come una delle possibili letture del testo originario. In tal caso, infatti, la legge interpretativa ha lo scopo di chiarire «situazioni di oggettiva incertezza del dato normativo», in ragione di «un dibattito giurisprudenziale irrisolto» o di «ristabilire un’interpretazione più aderente alla originaria volontà del legislatore» a tutela della certezza del diritto e dell’eguaglianza dei cittadini, cioè di principi di preminente interesse costituzionale. Essa pertanto, non è lesiva del principio del giusto processo di cui all’art. 6 CEDU, trattandosi di legittimo esercizio della funzione legislativa garantita dall’art. 70 Costituzione.

 

* Consulente del lavoro in Venezia